Il canto di Natalino

Natalino Bertolino è un commercialista famoso per aver aiutato centinaia di famiglia che non possono ancora permettersi una Ferrari parcheggiata in garage a evadere le tasse.

Decine, centinaia di milioni sono quelli che ha fatto trasferire in Svizzera, alle isole Cayman e a Bruno Lichtenstein, confuso con il principato e che si è ritrovato sul conto, da un giorno all’altro, settantacinque milioni di euro.

Per farsi ridare i soldi, metà dei quali spesi dal signor Bruno Lichtenstein in mignotte e confezioni di cicche senza zucchero, Natalino Bertolino ha dovuto inviare due scagnozzi, i fratelli Gargiulo, che hanno trasformato il signor Bruno Lichtenstein in un cubo di Rubik.

Nello studio Bertolino lavorano dieci dipendenti, pagati tutti in nero per mantenere una certa coerenza. I dipendenti, che si chiamano tutti Alfredo, incluse le donne, ammirano il loro datore di lavoro. Molti vorrebbero diventare come lui, ma un po’ più alti.

Tuttavia, c’è una cosa che manda tutti sulle furie, incluso Mimma, il pesciolino sovrappeso che passa le giornate sdraiata sul fondo dell’acquario. Il canto.

Natalino Bertolino ha il pallino del canto e trascorre ore in ufficio a scaldare l’ugola e a cantare brani della tradizione operistica italiana. Stonato come un paio di scarpe in camoscio indossate con una giacca fucsia, costringe tutta la squadra a sgolarsi insieme a lui, generando malcontento e istinti omicidi.

Un giorno Alfredo tenta di affrontare l’argomento, ma quando si trova davanti al datore di lavoro, le uniche parole che gli escono di bocca sono quelle che compongono il suo codice fiscale. Il Bertolino non ci fa troppo caso e continua a trattarlo come ha sempre fatto: da perfetto idiota.

Il Natale si sta avvicinando e mentre la città si riempie di cene aziendali, le strade sono intasate da orde di automobilisti attaccati al clacson, i negozi pullulano di clienti e la gente cammina garrula per le strade, felice e stressata, l’umore nello studio Bertolino è nero.

Bertolino dirige il coro di dipendenti e canta. Ogni tanto passa la polizia, chiamata da qualche passante preoccupato dalle grida che provengono dal palazzo. Ma sono solo gli acuti del Bertolino.

Il 24 dicembre, alle nove di sera, dopo l’ultima prova canora che ha creato uno tsunami di bestemmie represse, gli Alfredo possono finalmente rincasare per festeggiare la Vigilia di Natale con le loro famiglie.

Bertolino, come sua abitudine, rimane ancora un’ altra ora a solfeggiare e a mettere in ordine di altezza la sua collezione di omini Playmobil. Sono tutti alti uguali, ma Bertolino non se ne è mai accorto.

Alle dieci in punto, quando il cucù regalatogli da un suo cliente che, sotto suo consiglio, ha aperto una società di consulenza fittizia per combattere l’alopecia di cani nell’Appenzello, si mette a cantare, Bertolino spegne le luci dello studio, scende le scale e si incammina verso casa.

Nevica fitto e ci impiega quasi venti minuti ad arrivare a casa, nonostante abiti nel palazzo di fronte. Si prepara uova, salmone, un bicchiere di vino e un pezzo di cioccolato, intona ancora qualche nota e va a dormire.

Si è quasi addormentato quando scatta la mezzanotte. La finestra della stanza si apre d’improvviso, lasciando entrare una folata di aria gelida. Bertolino si alza per chiudere la finestra, ma sente un colpo di tosse.

Si volta e vede appollaiato sul letto un ometto piccolo e pingue che lo fissa. Afferra in mano il volume della Critica della ragion pura di Kant. “Se fai un solo movimento, glielo faccio leggere tutto”, dice minaccioso all’ometto, che si limita a fissarlo, fino a quando inizia a levitare in aria.

“Ma”, domanda “ma lei chi è?”
“Sono il fantasma del passato”
“Participio? Remoto? Prossimo?”
“Non dei verbi. Del tempo che fu. Vieni, voglio farti vedere una cosa”.

Lo prende per mano e improvvisamente Bertolino si ritrova in una grande stanza illuminata. È il soggiorno di casa sua, ma di quarant’anni prima. Sta giocando a tombola. C’ è suo padre, Tarcisio Bertolino. Sua mamma, Leandro Bertolino, che sta aiutando la nonna Maria a togliersi la dentiera. Il nonno Pierpiero, che ha dieci anni in meno di sua madre, cosa che non si è mai capita. La nonna Giuseppiera, sempre allegra grazie ai grappini. E poi, in braccio alla tata Milly, attaccato al suo seno prosperoso, c’ è lui, Natalino. “Non sono cambiato affatto”, pensa. 

“Lo vedi come sono felici”, commenta il fantasma del passato.

È vero. Sembrano davvero tutti felici.

“È perché non cantavi ancora”

“Come?”, chiede Bertolino, ma non ottiene nessuna risposta, perché è di nuovo solo, dentro al suo letto. La camera è immersa nell’oscurità e nel silenzio, e si sente solo il ticchettio dell’orologio. Strano, pensavo fosse digitale, dice il Bertolino, prima di riaddormentarsi.

Improvvisamente spalanca gli occhi. C’ è qualcosa nella sua stanza. Sente chiaramente un rumore, come una specie di raschiare. Accende la luce. Di fronte a lui, seduto su una sedia, se ne sta un tizio che è la copia identica di quello di prima, solo quaranta centimetri più alto e con una pancia enorme e pelosa che si gratta senza sosta. Bertolino vorrebbe dire qualcosa, ma è disgustato da quella scena. 

“Sono il fantasma del presente”, si presenta, fermandosi per un momento di grattarsi. “Seguimi”
“Seguirla dove?”, chiede il Bertolino, ma il fantasma si è già diretto verso la porta, che attraversa da una parte all’altra.
“Quello lo sa fare anche Harry Potter alla stazione di King’s Cross”, commenta, prima di accodarsi al fantasma.

Quando apre la porta, riconosce la cucina del suo ufficio. Ci sono tutti suoi dipendenti, che si stanno bevendo un caffè e scambiando due parole.

“Salve”, saluta Bertolino, ma anche lui deve essere un fantasma, perché nessuno sembra essersi accorto della sua presenza.
“La prossima volta che ci fa ancora cantare, lo leghiamo come un salame, lo infiliamo in un pacco e lo spediamo in qualche paese sperduto dell’Aspromonte”
“No, la Calabria no!” urla Bertolino. Nessuno sente niente.

“E la prossima volta che canta lui, io mi licenzio, Non ce la faccio più. Qualcuno glielo deve dire. Deve capire che i versi che emette quando canta sono permessi solo in un mattatoio. Anzi, nemmeno lì”
“Cosa?”, chiede il Bertolino, offeso, sapendo già che nessuno risponderà.

“Diglielo tu, Alfredo”
“No, Alfredo, diglielo tu. Io tengo famiglia”
“Allora facciamolo fare ad Alfredo”, interviene Alfredo, indicando Alfredo.

“Ma come vi permettete. Bifolchi!”, continua imperterrito il Bertolino, e inizia a cantare un’aria del Rigoletto. Appena apre bocca, qualcosa lo colpisce in faccia, tramortendolo.

Quando si tira su, è di nuovo in camera sua. La finestra è rimasta spalancata, abbassando la temperatura della stanza e facendo depositare un po’di neve sul davanzale della finestra. Natalino Bertolino la richiude, toccandosi la guancia ancora dolorante.

“Mi deve essere rimasta sullo stomaco quella barretta di cioccolato”, pensa, mentre si rifugia di nuovo nel tepore delle coperte. Guarda l’orologio. Sono le quattro del mattino. “Buon Natale a me”, si dice, prima di chiudere gli occhi. Si gira una volta, due volte, e alla terza il suo respiro si fa più profondo.

Non dura molto. Una risata esagerata rimbomba per tutta la camera. “Certo che dormire, oggigiorno, è diventato davvero un lusso”, mormora Bertolino, accendendo la luce. Davanti alla porta c’ è un uomo enorme intento a guardare il suo tablet. È uguale agli altri due, solo che ne è la somma sia in altezza che in larghezza.

“Siete tutti parenti?”, domanda Bertolino, infastidito. Il tizio si fa ancora un paio di risate, poi si interrompe e guarda il Bertolino. “Scusa, ma questi video su YouTube fanno troppo ridere. Sono il fantasma del futuro”, fa, inchinandosi.
“Be’, se sei il futuro, il tizio del presente ha poco da rallegrarsi” “Come?”
“Niente”
“Allora sai già come funziona. Andiamo”, dice, invitandolo a seguirlo con la mano. Appena la prende, il fantasma fa un salto e tutto intorno a loro cambia.

Festival di Sanremo. Sono le due del mattino, quando il conduttore annuncia la novantacinquesima canzone in gara. “La prossima canzone parla di tasse. Pagarle è abbastanza giusto, ma pagarne troppo è un omicidio di stato”.

Continua la soubrette, “Di Natalino Bertolino, e Bertolino Natalino, Tassassino. Dirige l’orchestra, il maestro Jedi Obi Uan Chenoia. Canta, Natalino Bertolino”.

Si abbassano le luci. Il maestro Obi Uan Chenoia impugna due bacchette giapponesi e, tenendo ben stretto un uramaki, dà l’attacco all’orchestra. Gli orchestrali suonano le prime quattro battute, poi si infilano dei tappi nelle orecchie e aspettano.

Natalino inizia la canzone. A quel punto, anche il pubblico si infila dei tappi nelle orecchie. “Ma…”, esclama Natalino Bertolino, rivolgendosi al fantasma, “sono stonato. Perché nessuno me lo ha mai detto?”. In quel momento Obi Uan Chenoia si volta verso di lui e gli dice, “Quando guardi il lato oscuro, attenzione devi fare”.

Natalino lo osserva incredulo. “Non era una frase di Yoda?”, ma non fa tempo a finire la domanda che il fantasma inizia a ridere, sempre più forte, e anche il maestro Obi Uan Chenoia si mette a ridere, e gli orchestrali, e tutto il pubblico, e Natalino allora urla, “Nooo”, e si sveglia nel suo letto.

Le coperte giacciono per terra, la finestra è ancora aperta. Sono le sette e un quarto del venticinque dicembre. Natalino ha capito. Ha capito tutto. Si affaccia alla finestra. “Buon Natale! Buon Natale a tutti! È tempo di volerci bene! Evviva!”, urla, preso dall’entusiasmo.

“Coglione, fai silenzio, sono le sette del mattino!”, si sente rispondere.
“Anche a te ai tuoi cari. Evviva!”. Natalino è euforico. Si rade, indossa un bel vestito di velluto a coste blu e poi esce. Andrà da ognuno dei suoi dipendenti a chiedere scusa. Scusa per tutto quel tempo in cui li ha costretti a sorbirsi i suoi acuti, le sue stonature, per le prove infinite che hanno rubato tempo alla loro vita privata, alle loro famiglie, alla possibilità di fare più soldi fregando lo stato.

E in più, donerà loro cento euro a testa, come prova della loro lealtà e del duro lavoro. Anzi, cinquanta. Forse venti. Fuori tutto è ricoperto dalla neve. Ne sarà caduta mezzo metro.

Natalino attraversa la strada ma non si accorge del furgone che sta arrivando e che lo centra in pieno. Muore sul colpo. Porca vacca, che sfiga.

Se volete trovarci una morale, in questa storia, rimarrete delusi. L’unica cosa che si può evincere è che, quando si attraversa la strada, sarebbe sempre meglio guardare prima a sinistra, a meno che non viviate a Londra.