La gang dei filosofi

La nebbia aveva inghiottito la città. E anche il signor Ettore Moschino, che stava rincasando. Poteva sentire il rumore dei suoi passi, ma a stento riusciva a scorgere la punta dei suoi piedi. Udì altri passi. Non era solo. Aumentò l’andatura, ma sentiva il calpestio avvicinarsi sempre di più, fino a quando una mano lo afferrò per la spalla. Il signor Ettore Moschino urlò.

“Non fatemi del male, vi prego! Ho la pressione alta, l’ipercolesterolemia e una moglie che mi picchia con il battitappeto ogni volta che la contraddico. Ho solo cinque euro nel portafogli, tutti in monetine da dieci centesimi”

Davanti a lui, illuminati dalla luce soffusa del lampione, tre figure incappucciate i cui tratti somatici rimanevano offuscati dalla nebbia.

“Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla?”, domandò uno di loro.“Come?”
“Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla?”
“Non saprei. Non ci ho mai…non ci ho mai pensato”
“Non ci hai mai pensato?”

In quel momento il più grosso dei tre estrasse qualcosa che sembrava un libro e lo colpì in testa con violenza. Quella era l’ultima cosa che si ricordava, come disse il signor Ettore Moschino alla stazione di polizia.

“E non è riuscito a vedere le loro facce?”
“No. Però mi sembrava assomigliassero tutti ad Amadeus”
“Il conduttore televisivo?”

Il signor Ettore Moschino annuì. 

“Mhmh. La ringrazio. Può andare”

Il pubblico ministero Gerardo Sofia Gatti aspettò che il signor Moschino uscisse dall’ufficio, poi si appoggiò allo schienale della sedia, le mani intrecciate dietro la testa, i piedi sopra il tavolo.

La gang dei filosofi aveva colpito ancora. La metodologia era sempre la stessa. Apparivano dal nulla, puntavano la vittima e, una volta circondata, le ponevano domande filosofiche. Se non gradivano la risposta, la percuotevano con un libro voluminoso, forse la Fenomenologia dello spirito di Hegel, fino a quando il malcapitato o la malcapitata perdevano i sensi. Poi, così come erano comparsi, scomparivano.

Nessuno era mai riuscito a vederli in volto, ma tutti sostenevano che assomigliassero ad Amadeus. Oltre a quello, nessun indizio. Brancolavano nel buio da mesi. La gente aveva paura, il sindaco lanciava anatemi contro il lassismo e l’inerzia dell’apparato investigativo e la gastrite non gli dava un giorno di tregua.

Doveva fare qualcosa, e in fretta. Trovare un bravo gastroenterologo. Sputò lo stecco del chupa chupa e si mise a colorare un libro per bambini, un’attività che lo calmava, anche se non aveva mia imparato a colorare dentro i bordi. Chi poteva aiutarli a risolvere quel caso? Gli venne un’idea.

“Commissario Tagliabue, mi mandi subito…”
“Mi scusi, questo ristorante cinese Dente cariato di drago”
“Ah, bene. Allora, un pollo alla cantonese, tre involtini primavera e un biscotto della fortuna”

Riattaccò e questa volta si assicurò di fare il numero giusto

“Dottoressa!”
“Dottore”
“Scusi, dottore, mi dica”
“Commissario Tagliabue, conosce un bravo gastroenterologo?”
“Il dottor Tagliaferro. Mi ha curato il colon irritabile e anche le doppie punte”
“Ottimo, ottimo. Senta, questa roba della gang dei filosofi ci sta sfuggendo di mano. Ho il fiato sul collo di una marea di gente, mi gioco il posto su questa indagine. E se lo gioca pure lei”
“Dottore, io me lo sono già giocato l’altra sera a una partita di poker. A fine anno lo cedo a Bernardo Tagliasacchi”
“Poliziotto?”
“No, salumiere, ma è riuscito già in un paio di occasioni a ritrovarmi gli occhiali. Ha talento”
“Non ne dubito. Tagliabue, posso contare su di lei?”
“Dottoressa”
“Dottore”
“Dottore, non si preoccupi. So cosa devo fare”

“Maledetta gang dei filosofi”. Il commissario Tagliabue sembrava preoccupato. Si infilò un cotton fioc nell’orecchio. “Caputo”, urlò. Dalla porta fece capolino un uomo più largo che lungo e più lungo che sveglio. 

“Comandi!”
“Caputo, chiamami il nichilista, quello che si era infiltrato nella banda dei nani da giardino”
“Il professore”
“Come?”
“Il professore”
“Il?”
“Il professore, capo. Non si ricorda? Prima di entrare nelle operazioni speciali insegnava filosofia alla scuola materna”
“Ah, il professore. Sì, certo. Mandamelo subito qui”
“Capo?”
“Cosa c’è, Caputo?”
“Capo, ha un cotton fioc dentro l’orecchio”
Tagliabue si tolse il cotton fioc dalle orecchie. “Come?”
“Niente capo, lo chiamo subito”

Un’ora dopo si presentò nell’ufficio del commissario un uomo con i capelli lunghi fino alle spalle, la barba incolta, l’aria di quello che si era appena svegliato.

“Commissario, voleva vedermi?”
“Per la miseria, professore, è un po’ che non ci vediamo. Assomigli spiaccicato a mia moglie”
“Sarà la barba, commissario”
“Probabile. Ascolta, ho qualcosa per te”
“Sputi”

Il commissario sputò per terra. “La gang dei filosofi. Sono mesi che vanno in giro a rompere le palle per le strade della città. Trovameli e portameli qui a calci nel culo”

Il professore fece un cenno con la testa e uscì. 

“Spiaccicato a mia moglie”, disse il commissario tra sé e sé, prima di immergersi di nuovo nello studio degli elenchi telefonici.

Il professore guardò l’orologio. Le undici e mezza. I marciapiedi erano deserti. Una leggera foschia insieme a un silenzio irreale, interrotto solo dal passaggio di qualche auto in lontananza, rendeva la città quasi spettrale. “Si va in campo”, disse il professore. Scese dall’auto e iniziò a camminare zoppicando.

Passarono quindici minuti senza che incontrasse anima viva. “Solo vecchi e bambini ormai in questa città”, pensò. “È diventata un cazzo di dormitorio”. Mentre si allacciava una scarpa, sentì un rumore di passi provenire da dietro. Si rimise a camminare. I passi si avvicinavano. Continuò imperterrito fino a quando una mano lo afferrò per la spalla. Si voltò. Davanti a lui, tre individui con indosso una maschera di Amadeus.

Iniziarono a bisbigliare tra di loro. “Ehi, ma è la moglie del Commissario”, bisbigliò uno dei tre.
“No. La moglie del commissario ha una barba molto più folta”
“Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla?”, chiese poi uno dei tre

Il professore fece un passo avanti. “Perché piuttosto che nulla, meglio qualcosa”. I tre si rimisero a confabulare.
“E se questo qualcosa è male?”. 
Il professore prese la palla al balzo. “Perché esiste il male?”
“E se non esistesse?”, replicarono, all’unisono.
“Forse questo sarebbe il migliore dei mondi possibili. Ma chiediamoci, è davvero il migliore dei mondi possibili un mondo senza il male?”
“Dipende”, rispose quello più alto, interrompendo la lunga pausa di silenzio che era seguita all’ultima domanda. “Nel caso del mal di denti, sicuramente”
“E nel caso dei dolci?”
“Certo, i dolci fanno male. Ma un mondo senza dolci non è un mondo degno di essere vissuto”
“Un mondo senza cioccolato fondente”
“Senza zucchero filato”
“Privo di caramelle”

Il professore li incalzò. “In un mondo senza male, come si fa a riconoscere il bene?”
I tre si consultarono. Fu di nuovo quello più alto a prendere la parola. “Lo chiami per nome”
“Lo chiami per nome?”. Il professore li guardò con un’espressione schifata.
“Oppure utilizzi una foto segnaletica”

Il professore, con una mossa da ninja, riuscì a togliere la maschera a uno dei membri della gang. Non si accorse, però, alla sua destra, della Critica della ragion pura che, con violenza, lo colpì sulla mandibola, spedendolo nel mondo dell’inconscio prima che potesse vederlo bene in faccia.

Quando riprese i sensi, era seduto su una sedia con le mani legate dietro. Si guardò intorno ma la stanza era in penombra e riuscì solo a distinguere un divano di Poltrone e sofà, quello scontato al 60% dalla scorsa primavera, una libreria mezza vuota, un quadro surrealista raffigurante un quadro surrealista, due bici, una chitarra, una coppia di studenti che limonava.

La porta si aprì. I due studenti uscirono ed entrò la gang dei filosofi.

“Dove mi trovo”, domandò il professore
“Le domande le facciamo noi. Dove ti trovi?”
“Non ne ho idea”
I tre mormorarono qualcosa. “Perché ci seguivi?”
“Veramente eravate voi che mi seguivate. Perché mi avete colpito con tutta la pesantezza dell’opera kantiana?”
“Perché non c’è il due senza il tre?”

Il professore rimase in silenzio. “Toglietevi le maschere, prima”
I tre si avvicinarono e sollevarono le maschere. Sotto avevano un’altra maschera di Amadeus.
“Anche quella”. La seconda maschera nascondeva una terza maschera di Amadeus e così via. 
“Mh, un caso di reductio ad infinitum. Perché Amadeus?”
“Volevamo la maschera di Paolo Bonolis, ma non siamo riusciti a trovarla. Qual è l’origine di tutte le origini?”
“Perché la vostra libreria è mezza vuota”
“Ti sbagli, è mezza piena”
“A me sembra mezza vuota”
“A te sembrano tante cose. Non puoi conoscere la realtà perché è nascosta dal velo di Maya”
“Mi avete scheggiato un incisivo. Se non è realtà questa”
“Il tuo dente scheggiato è una metafora”

Il professore si mise a pensare, anche se non riusciva a capire di cosa fosse metafora il suo incisivo. 

“Perché mi avete rapito?”
“Le domande le facciamo noi. Perché ti abbiamo rapito?”
“Perché stavo avvicinandomi alla verità”
“Di quanto?”
“Mezzo metro”
“Allora eri molto vicino”
“Io so chi siete. Vi ho riconosciuto dalla voce. Siete i fratelli Abbate. Eravate miei allievi alla scuola materna”
“Millanti. Le nostre voci sono cambiate”
“Non abbastanza. Vi consiglio una cura ormonale. Che differenza c’è tra fenomeno e noumeno?”
“Il fenomeno è solo uno, Ronaldo Luís Nazário de Lima”
“No, non siete cambiati per nulla. Perché andate in giro a rompere le palle alla gente?”

I tre si consultarono per un momento. “Non davamo mai niente di interessante alla televisione”
“Neanche Alberto Angela?”
“Sì, ma solo il giovedì”
“Adesso vi dico cosa dovete fare. Portate le vostre chiappe e le vostre maschere di Amadeus fuori da questa città. Sparite dalla circolazione, più lontano che potete: Pioltello, Cassina de’ Pecchi, un’isola dei Caraibi. Aprite un chiringuito, vendete formaggi, fate il gioca jouer, non mi interessa. Quello che mi importa e che non ammorbiate più nessuno con i vostri dubbi filosofici. È già difficile alzarsi la mattina per andare in ufficio”

“Come facciamo a trovare un senso alle nostre vite?”, chiese il più grosso.
“Non lo troverete così. E nemmeno questa storia ha un minimo di senso”
“Secondo lo scrittore, ce l’ha”
“Questo scrittore non capisce nulla né della filosofia, né della vita. Altrimenti la smetterebbe di affibbiarmi casi del genere. E in quanto a voi, se volete un consiglio, vi consiglio di seguire il mio consiglio”
“Che sarebbe?”
“Seguire il mio consiglio. E togliervi dalle palle. Altrimenti sarò costretto ad arrestarvi e finirete i vostri giorni a fare i supplenti di educazione tecnica in una scuola media per bambini disagiati sperduta in mezzo al Genargentu”
“Tutto sommato ci sembra un’alternativa allettante. Avremmo una domanda da farti”
“Sparate”
“Sei la moglie del commissario?”
“No”
“Visto?”, disse uno dei tre, che si avvicinò poi al professore e lo colpì con un grosso tomo.

Il professore aprì gli occhi. 

“Professore, ci siamo fatti una bella dormita, eh?”, fece il commissario Tagliabue.
“Dove mi trovo?”
“In ospedale. Il dottore dice che non hai niente, a parte i trigliceridi alti”
“Sono tutti quei biscotti al burro che mi mangio la sera prima di andare a letto. Non riesco a resisterci. Come avete fatto a trovarmi”
“Una volante ha notato un capannone qui a duecento metri con scritto Gang dei filosofi. Si sono insospettiti e quando hanno fatto irruzione, ti hanno trovato privo di sensi sopra un divano di Poltrone e sofà. Sei stato coraggioso”
“Commissario, lo ammetto, resistere a tutti quei loro sofismi mi ha provato. Ho avuto per un attimo la sensazione che volessero farmi una testa così con Heidegger, ma forse avevo sopravvalutato la loro malvagità”
“E adesso siamo punto e a capo”
“Commissario, non si preoccupi, non si faranno più vivi. Al massimo si ricicleranno e, come fanno tutti adesso, ce li troveremo come coach motivazionali per tutti quei manager che non amano psicanalisti e religiosi”
“Bene, bene, professore. Sapevo che potevo contare su di te. Informerò il pubblico ministero. Riposati adesso”.

Fece per andarsene ma si voltò un’ultima volta.

“Professore?”
“Mi dica, commissario”
“Lei è proprio sicuro di non essere mia moglie?”
“Commissario, dopo questa avventura, non mi sento più sicuro di niente”

Il commissario annuì con la testa e uscì dalla stanza. Il professore fece un paio di sbadigli e si rimise a dormire. Era stata una lunga giornata.