Jodel tradizionale (Vari)

Jo-jo-ho-hoo-hol
Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u
Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u
Ou-ou-ou-ou-riiii-a
Jo-jo-ho-hol-di-ou-riaaa

La scorsa estate ho passato tre settimane fantastiche in un alberghetto sperduto nel nulla dell’Appenzello. C’erano solo tre clienti.

Al secondo piano, oltre al sottoscritto (venuto a riascoltare il proprio sé, silenziato dai rumori frenetici della città), Hakira Brunner, un monaco zen nippo elvetico che aveva passato la maggior parte del suo tempo nella posizione del loto, seduto sopra un tegame di fonduta.

Al primo, sopra la sala da pranzo, una specie di stalla di lusso con una spazzola rotante adibita al massaggio di Selina, una mucca di che aveva vinto il concorso di miss mucca alla festa di Albisrieden, un quartiere di Zurigo. 

Venti giorni di lunghe camminate in mezzo a sentieri impervi, rigogliose valli, panorami mozzafiato, il tutto scandito dalle lunghe pause di cui avevo bisogno per allacciarmi le scarpe, una di quelle attività che in tanti anni di vita non sono ancora riuscito a  padroneggiare.

Una limpida giornata di luglio, mentre me stavo seduto sul cocuzzolo della montagna a contare le monetine che avevo dentro la tasca dei pantaloni, pensando a un modo per trasformare quel gruzzoletto in un’attività imprenditoriale che mi potesse aiutare a smettere di scrivere articoli come questo per continuare a pagare il mutuo, sento un suono celestiale diffondersi per la valle. 

“Ulla peppa!” ricordo di aver esclamato, dirigendomi verso la sorgente di quel suono. Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u! Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u! Un’ora dopo ho raggiunto l’altro cocuzzolo e, seduto su una poltrona Poltronesofà, artigiani della qualità, ci ho trovato Beat, il proprietario dell’alberghetto, impegnato a vocalizzare suoni per me, in quel momento, privi di senso. Ci siamo guardati. 

“E lo so, ma con la promozione al settanta per cento da aprile a fine settembre non ho saputo resistere”, mi ha detto, indicandomi la poltrona. Ho annuito con il capo. Poi ha ripreso a cantare. 

Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u! Ou-ou-ou-ou-riiii-a! Improvvisamente il cielo si è coperto di nuvole burrascose. Un fulmine ha squarciato l’aria ed è venuto giù un nubifragio. Beat, concentrato nell’esecuzione, non è sembrato accorgersi di nulla. L’ho lasciato sul cocuzzolo e, cercando di dare un senso a quelle parole così strane, mi sono affrettato sulla via del ritorno.

Rientrato in albergo, ho salutato con un cenno del capo Selina, che si stava sottoponendo a una seduta di manicure. Sono salito in stanza, mi sono sdraiato sul letto e ho iniziato a pensare alle parole dello jodel di Beat. La pioggia batteva incessante contro la finestra. Mi sono appisolato.

Ho fatto un sogno piuttosto particolare. Ero sulla cima di un Toblerone, con corde, picozza e schiuma da barba. Davanti a me, una vasca da bagno con dentro Selina che assomigliava in modo preoccupante a mia cugina di terzo grado. Improvvisamente, da un pertugio, è spuntato un monaco zen nano che mi ha colpito in testa con un bastone. “Maestro”, ho gridato, “il suono di una sola mano che applaude fa…”, ma la mia risposta si è persa nei muggiti di Selina, che si è esibita in una versione a cappella del Crepuscolo degli dei. 

Mi sono svegliato e sono sceso in sala da pranzo. Beat era all’ingresso, che grondava. A causa di tutta quell’acqua, si era rimpicciolito. 

“Beat”, gli ho detto, “non ti preoccupare, un bagno caldo e torni quello di prima. A proposito, posso farti una domanda?” 

“No parlare italiano”, mi ha risposto, mentre la mia testa veniva colpita con violenza. Era Hakira Brunner con il suo bastone. 

Ho alzato un dito e poi gliel’ho infilato in un occhio. “Questo ti darà l’illuminazione”. Poi, rivolgendomi di nuovo a Beat, “Quello che cantavi prima, non ha nessun senso. Nemmeno se lo leggo al contrario”. Beat ci ha pensato un po’, poi mi ha invitato a sedermi con lui a uno dei tavoli apparecchiati. Erano tre. Uno era occupato da Selina, intenta a brucare un piatto di insalata. Beat ha fatto segno di sedermi. 

“Zuerst essen. Prima manciare”. Da dietro la porta è sbucata la moglie, Bettina, un donnone di un metro e ottanta con un bel paio di baffo spioventi, reggendo con una mano un vassoio pieno di rööschti e con l’altra due caraffe di vino rosso.

Venti minuti dopo cantavo insieme a Beat a squarciagola lo jodel che avevo sentito in cima al monte. Cantava pure Hakira Brunner, che aveva fino a quel momento meditato sopra un cuscino di raclette. 

“Ich habe den Text geändert. Ho campiato il tezto”, ha sbiascicato Beat, prendendomi una mano. “E come faceva prima?”, gli ho domandato, mentre cercavo di liberarmi dalla presa. Beat si è alzato sulla sedia. 

“Aiutami a sparire come cenere/Mi sento un nodo alla gola/Nel buio balli da sola/Spazzami via come cenere”, si è messo cantare, con la mano al cuore. 

“Ma questo è Cenere di Lazza”, gli ho fatto notare, cercando di divincolarmi dal suo manone a forma di pala. Ho avvertito un colpo in testa. Era di nuovo il bastone di Hakira Brunner. Mi ha attaccato un pezzo di raclette sull’orecchio ed è tornato nella posizione del loto. 

“Beat, cosa significa Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u Ou-ou-ou-ou-riiii-a?”. Non sono riuscito a sentire la risposta, perché Beat ha iniziato a rimpicciolirsi ancora di più fino a quando è caduto dentro al bicchiere di vino.

Da lì si è messo a imprecare in svizzero tedesco, o almeno così mi è sembrato: la sua voce era troppo flebile. Senza sapere nemmeno come avesse fatto, mi sono ritrovato di fianco Hakira Brunner, che meditava sopra un cuscino di Ricole. Ha aperto gli occhi, si è messo a grugnire, e poi ha iniziato a parlare. 

“Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u Ou-ou-ou-ou-riiii-a è come cipresso nel cortile” 
“Come?”. Mi ha colpito con una bastonata in testa. 
“Il cane ha natura del Buddha?” 
“Mi scusi, Hakira”, ma non sono riuscito a terminare la frase che mi sono beccato un’altra bastonata in testa. Hakira si è infilato in bocca due caramelle, poi ha continuato. 
“Jodel non può spiegazione logica. È schiuma di mare sopra pinta di birra” 
“In che senso?”, ho domandato, ormai perso nelle elucubrazioni del maestro zen nippo elevetico, ma Hakira sembrava non mi avesse sentito. 
“Schiuma di mare salata (qualche grugnito indecifrabile), bere schifezza non è cosa logica, però bere lo stesso, perché?”

Ho provato a rispondere, ma Hakira è partito con uno jodel che non finiva più. 

“Sospendi giudizio, appendi bucato e cambia piano pensione. Tutto resto schiuma di mare” ha proseguito Hakira. Finito il monologo, si è infilato tutte le ricole in bocca, ha fatto un inchino ed è uscito dalla stanza. Sono rimasto lì, pensieroso. Beat ha continuato a imprecare dal bicchiere, la mucca Selina si è addormantata. 

Il giorno dopo, sul treno che mi riportava a casa, ho ripensato di nuovo al testo dello jodel. Sono ancora convinto che, se invece di Jo-jo-ho-hol-di-u-di-u Ou-ou-ou-ou-riiii-a ci fosse stato Ou-ou-ou-ou-riiii-a jo-jo-ho-hol-di-u-di-u o la canzone avrebbe assunto un senso più profondo.

Nonostante ciò o anzi, forse a causa di ciò, il giudizio finale non può che essere unanime: capolavoro.

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