Ho visto lei che bacia lui
Che bacia lei, che bacia me
Mon amour, amour, ma chi baci tu?
…
Lei, lui (na-na-na, na-na)
Lei, lui (na-na, na-na-na-na-na)
Ve lo ricordate il gioco del telefono senza fili? Funzionava così: io andavo dall’Alberto e gli sussurravo nell’orecchio qualcosa del tipo, “La mamma dei cretini è sempre incinta”, l’Alberto sussurrava nell’orecchio della Pamela quello che gli sembrava di aver capito, e così via, fino a quando finalmente l’ultimo della catena, tipo il Gianandrea, ripeteva a voce alta “Albertini si beve una pinta”.
Sembra un gioco facile, ma ha messo a dura prova intere generazioni. A volte viene utilizzato durante gli esami audiometrici.
Tutto questo è tornato prepotentemente a farsi vivo nei miei ricordi quando ho ascoltato questa canzone, scritta, diretta e interpretata da Annalisa che, a causa di tutte queste paturnie amorose, ribattezzeremo Analista.
Analista, che per comodità chiameremo Yuri, ci introduce nel mondo del sesso senza fili. Se lei bacia lui che bacia lei che bacia me, siamo in presenza di un bacio effettivo, oppure le coordinate si perdono a metà e quello che arriva a me è una pizza margherita che sarebbe meglio riscaldare ancora nel forno?
Le direttive europee non ci aiutano a trovare una risposta, e nemmeno Yuri, a cui per par condicio ci riferiremo come Samantha, sembra in grado di arrivare logicamente a una soluzione. Peccato, come mi ha detto mia moglie, prima di compiere una strage di moscerini della frutta.
Per uscire dall’impasse, ho chiamato Renato Maria Canfora, sessuologo e autore del saggio L’amore non è bello se non lo fai ad Alberobello. Trenta secondi di imbarazzante silenzio, poi Canfora mi ha suggerito di recarmi in Stazione Centrale e chiedere al tizio del gioco delle tre carte. E così ho fatto.
Dopo dieci minuti pressato insieme a un centinaio di anime in pena dentro a un vagone della metropolitana, sono sceso a Centrale, ho salito la prima rampa di scale, oltrepassato i tornelli e me li sono trovati quasi davanti, il prestidigitatore con i suoi scagnozzi a fare da esca per i turisti.
Mi sono avvicinato e gli ho detto, ho bisogno del tuo aiuto ermeneutico.
“Ehi, babbuzzo pazzo grosso”, ha detto, facendo un segno agli scagnozzi.
“The snatch?”, ho domandato.
“Se tu indovina carta, io dico”, e ha iniziato a mulinare sul tavolo. “Il colpevole è Kaiser Sose”, ho risposto a una domanda mai fatta, il tizio ha chiesto come?, ed è andato nel pallone.
A quel punto sono andato al reparto VAR e si vedeva chiaramente che la carta giusta era quella nel mezzo. Sono tornato, l’ho indicata con il dito e per festeggiare ci siamo tutti lanciati in una sfrenata danza gitana. Dopo ho scoperto che erano tutti di Cinisello Balsamo.
“Fratello, il problema non è chi bacia chi, siamo nel 2024. Se l’amore è il ponte tra il sensibile e l’intellegibile e ci permette di trascendere la condizione umana, perché mia moglie mi prende a zoccolate quando voglio andare il mercoledì a giocare a calcetto con gli amici?”
Canfora mi aveva avvisato che il tizio delle tre carte era affetto da disturbi gnoseologici. Non sono riuscito a rispondergli e me ne sono tornato a casa con più dubbi di prima. Ho richiamato Canfora.
“Non ho capito chi bacia mon amour, Mary Renato”.
Sono seguiti trenta secondi di imbarazzante silenzio, dopodiché Canfora mi ha suggerito di recarmi nuovamente in Stazione Centrale e chiedere al tizio del gioco delle tre carte. Appena mi ha riconosciuto, il tizio ha iniziato il suo gioco di prestidigitazione, mentre gli scagnozzi danzavano insieme a decine di turisti che, alleggeriti del portafoglio, si libravano al suono di una Tallava.
“Se tu indovina carta, io dico”, ha sparato subito a bruciapelo.
“Non ho ancora fatto la domanda e lo so che sei di Cinisello”, ho controbattuto subito, perché ogni istante conta nella corsa folle verso la morte.
“Volevi sapere come mai i calzini escono sempre spaiati dalla lavatrice?”
Ero sul punto di rispondere sì, ma mi sono subito rifocalizzato.
“Veramente non era questo quello che…”
“Allora volevi sapere perché la teoria delle stringhe non è verificabile?”. Era un tipo tosto.
“Ascoltami, non ho tutta la giornata, ho il corso di cucina nippo-partenopea che mi attende alle sei. Perciò, facciamola breve. Chi bacia mon amour?”.
Il tizio ha smesso di centrifugare le tre carte. Un silenzio improvviso è calato intorno a noi. Il tizio ha lasciato il banco e si è messo davanti a me.
“Fratello, il problema non è chi bacia mon amour, ma chi non bacia mon amour”
Non aveva senso. “Che cosa intendi?”. Non potevo tornare a casa a mani vuote.
“È la via negationis. Non possiamo partire da chi bacia, ma da chi non bacia. Possiamo definirlo solo partendo dal suo contrario”.
Mi mancava il plotiniano. “E quindi?”, vicino così a un esaurimento nervoso.
“E quindi non bacia mon amour”
“Non bacia mon amour?”
“Corretto, fratello. Mon amour non bacia mon amour. E nemmeno Carmen”.
Adesso facevo fatica a riavvolgere la matassa. “E chi sarebbe Carmen?”
“Mia nonna. È raggrinzita come una prugna secca e ha un sorriso a tre denti. Ha ancora un certo fascino, se sei dotato di forte immaginazione”
“Non vedo come questo possa aiutarmi dal punto di vista logico”
“Fratello, se pensi di comprendere questa canzone, come molta altre, dal punto di vista logico, sei nel business sbagliato”
Poi con una mossa di sopracciglio ha fatto un segno agli scagnozzi che mi si sono avvicinati e mi hanno danzato il nulla gnoseologico. Sconfortato, mi sono diretto verso i tornelli ma era tutto bloccato. “Sciopero fino a fine servizio” c’era scritto sopra alcuni depliant.
“Ma quale servizio”, ho commentato amaramente, prima di iniziare la lunga passeggiata che mi avrebbe portato fino a casa. Diavolo, se faceva caldo. Il sole scioglieva l’asfalto. Mentre camminavo grondando litri di sudore, mi si è avvicinato un uomo trasandato, capelli e barba fino alle spalle, puzza di dopobarba mischiato a odore di raclette.
“Zio, sei tu?”, gli ho domandato.
“C’hai due spiccioli?”. No, non poteva essere mio zio. Mio zio mi avrebbe chiesto almeno un bonifico di mille.
“Mi spiace, non ho moneta”
“E un panino con il salame golfetta?”
“Nemmeno quello, mi dispiace”. Lessi una notte di dolore sulle rughe del suo viso.
“Sai almeno perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?”
Non ero pronto alla domanda. Analista mi stava risucchiando tutte le energie. “Non saprei, ma credo che sia l’unico modo per giustificare il pagamento delle tasse”.
Prima di scomparire dalla mia vista, l’uomo ha sputato per terra e l’ho sentito bofonchiare qualcosa tipo “Bifolco milanese”. O forse era “Solco aragonese”.
La prima cosa che ho fatto, appena arrivato a casa, è stato pesarmi sulla bilancia. Settanta chili e trecento. Da quando ho iniziato il duro lavoro di interpretazione dei testi canori, ho perso quasi due chili. Non ditemi che non sono votato alla causa.
Poi sono passato al problema mon amour. Assodato che mon amour non bacia mon amour, non mi restava che affidarmi alle parole dell’autrice che, per motivi di copyright, chiameremo Vercingetorige.
Anche Vercingetorige, che per questioni di tempo abbrevieremo con Pino, è in un impasse che, come abbiamo appreso, non può essere superata dalla logica aristotelica, da`quella formale-matematica e nemmeno dalla logica di mia madre, che crede ancora che prenderò una broncopolmonite se non mi metto la sciarpa quando la temperatura scende sotto i dieci gradi.
Ma Pino, che chiamandosi come un albero mi riporta alla mente il problema ambientale, distogliendomi dall’arduo compito interpretativo, e che perciò preferirei appellare Sigismonda, ha un lampo di genio, una scintilla creativa che, distaccandosi dall’uno più uno uguale a due, affronta il problema di petto e, affidandosi all’assenza di senso, illumina l’orizzonte del nulla con un nulla fuori da ogni logica, contraddicendo il famoso de nilo nil con cui d’altronde nessuno ci ha mai riempito gli stadi.
Lei, lui (na-na-na, na-na) è come una sberla in faccia che ottunde i sensi e sospende le capacità intellettive. L’ho riletto tre, quattro, cinquecento volte. Non l’ho ancora capito ma sono sicuro che una qualche funzione la debba avere all’interno della canzone o almeno all’interno di questo universo conosciuto. E poi non avevo più voglia di farmi un altro giro in Centrale. Capolavoro.