The great gig in the sky – Pink Floyd


Eoeoeeeeo Uaaaaauuaa
Uauauauaeeeeeoooooo
Oaeeeeauaeeeeeooooo
Eeeeeeeeoooooooeeeo


(Ad libitum)

Chi non conosce il grande vocalizzo che ha reso immortale questo pezzo dei Pink Floyd? Il sottoscritto.

Fino a due giorni fa non lo avevo mai sentito. Una sola volta, di sfuggita, anni fa, ma pensavo che qualcuno stesse cercando di estrarre i testicoli di Brynjar, il mio gatto sovrappeso delle foreste norvegesi, e non ci avevo fatto più di tanto caso.

Fino, appunto, a due giorni fa, quando ho ricevuto una email da un ammiratore, un tizio incapace di scrivere una parola senza infilarci almeno un paio di errori di ortografia ma con una evidente sensibilità musicale.

“Ecreccio krittico di Csotruzioni con l’eco” (almeno il titolo del blog poteva copiarlo giusto) “in vece di pasare il suo t’empo ad analissare kosse per defficcienti, hascolti cuesto petso”. Seguiva link.

L’ho ascoltato e ne sono rimasto folgorato. La musica, va bene, ma il testo. Avanguardia pura. Percepivo il tentativo di svuotare il significante del suo significato, un gesto rivoluzionario che mirava a destabilizzare le rime facili, i benpensanti, quelli che dopo caffè e sigaretta devono per forza correre in bagno.

Dovevo approfondire, volevo capire di più. Così ho chiamato al telefono il mio amico Saverio Castrato, che di lavoro fa il postino ma conosce tutto quello che è successo tra il 1972 e il 1974.

“Pronto, Saverio?”, ma mi ha risposto un ristorante cinese e ne ho approfittato per ordinare riso cantonese e dieci involtini primavera.  Al secondo tentativo mi è andata meglio e Saverio mi ha raccontato per filo e per segno come è nato il testo della canzone.

Alan Parsons, l’ingegnere del suono dei Pink Floyd, era ghiotto di orsetti gommosi, un vizio che lo costringeva a periodici controlli dal dentista. Così racconta Saverio e io mi fido perché conosce tutto quello che è successo tra il 1972 e il 1974.

Due giorni prima di registrare il pezzo va a far visita al suo dentista, Benjamin Brown-Goldschmidt, un famoso sadico che aveva trovato nella professione del cavadenti la perfetta realizzazione dell’Es freudiano. Il dentista lo fa accomodare e vede una bella carie sul molare inferiore. “Non le faccio l’anestesia, è una robetta, se poi sente dolore me lo dice”. Appena inizia a trapanare, il Parsons non si contiene, Eoeoeeeeo Uaaaaauuaa Uauauauaeeeeeoooooo…

Quando si risveglia, Brown-Goldschmidt gli mostra trionfante la pinza con il molare. “Ho dovuto, rischiava la cancrena”. Alan Parsons, ancora inebetito dal dolore, chiama il vocalista per la sessione di registrazione. Doveva essere David Bowie ma, senza un dente, la  perfetta pronuncia inglese di Parsons perde mordente e così si presenta in studio con Clare Torry, che non ha la più pallida idea di cosa fare.

Alan Parsons, che anche senza un dente è sempre Alan Parsons, ha un’idea geniale e le canta il motivetto che aveva urlato a squarciagola dal cavadenti. Il resto è storia.

C’è una versione alternativa che gira in rete, secondo la quale il testo della canzone sarebbe stato scritto da Gilmour durante un’esibizione di tip tap andata male, ma pare sia un’invenzione dell’associazione internazionali dei tanghisti che ritengono il tip tap buono solo per la vendemmia.

Vasco Rossi ha definito questo vocalizzo “Il testo che avrei voluto scrivere io”. Capolavoro. 

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