Tutti frutti – Little Richards (prima parte)

Whop bop b-luma b-lop bam bom
Tutti frutti, oh rooty
Tutti frutti, oh rooty

A wop bop b-luma b-lop bam bom

Tutti frutti è una delle canzoni più famose del mondo, insieme al Ballo del qua qua, Yesterday, Jump e Mila e Shiro – Due cuori nella pallavolo.

Pubblicata nel 1955, un’epoca in cui non esitevano ancora i social e per diventare famosi bisognava davvero darsi da fare, ebbe un successo clamoroso. Non c’era una persona che non canticchiasse il motivetto sotto la doccia dimenandosi come un tarantolato.

Pure i comunisti in Russia non potevano resistere alla successione di note capitaliste, anche se poi, una volta ascoltata, venivano spediti in un campo di prigionia in Siberia e costretti ai lavori forzati con gli altoparlanti che sparavano a tutto volume la musica di Sferaebbasta.

L’autore si chiamava Little Richard, nomignolo che gli era stato affibbiato per distinguerlo da Big Richard, un coetaneo che si narrava tagliasse la legna a colpi di uccello.

Sebbene sia stata cantata milioni e milioni di volte, nessuno si è mai preso la briga di analizzare il testo iniziale. Io, invece, ho deciso di accettare l’immane sfida.

Alla prima occhiata sembra solo di leggere un vomitio di parole onomatopeiche che poco aiutano a discernere il senso della vita. Mi è rimasta la stessa sensazione anche alla seconda occhiata, al che ho pensato, forse non vuol dire un cazzo. Ma è proprio qui che si riconoscono gli assi dell’interpretazione. 

Whop bop b-luma b-lop bam bom, canta little Richard. E pure il contrario è vero, mob mab pol-b amul-b pob pohw, anche se un mio amico che spaccia ravioli di carne a Kuala Lampur mi ha detto che in indonesiano significa Secondo il nichilismo di Nietzsche il mondo è un orizzonte senza senso, come il parmigiano sugli spaghetti allo scoglio.

Anche l’autore del testo realizza che il mondo non si piega ai suoi desideri e che nulla di quello in cui credeva, incluso Babbo Natale, esiste veramente. Whop bop b-luma b-lop bam bom, perciò, non è altro che un calembour, un divertissement che toglie l’attenzione dal significato e la sposta sul significante.

Un esercizio intellettuale fine a se stesso, perché se pensate di entrare dal fruttivendolo e uscirne con due chili di mele e quattro banane pronunciando solo quella frase, vi sbagliate di grosso e dimostrate di avere poco acume filosofico.

Invece con il Tutti frutti, oh rooty sì che potete entrarci dal fruttivendolo, ma dovete fare molta attenzione. L’autore, qui, vuole farci sapere che, nonostante il mondo sia un grande agglomerato di cose senza senso, incluso questo articolo, vale ancora la pena di vivere e godersi quello che la vita ci può offrire.

 Tutti frutti, oh rooty, che poi non sarebbe altro che Tutti frutti, o rutti. Suona minacciosa, e in effetti lo è, perché questa rozza espulsione di aria dallo stomaco dovrebbe essere una conseguenza, e non una premessa minacciosa.

Aldino Foster Parmigiani, lo scorso ottobre, è entrato da un fruttivendolo nel quadrilatero della moda, dodici euro al chilo per le ciliegie, sei per le pesche, robe così. Ha raggiunto il bancone e si è esibito nel Tutti frutti, oh rooty, ripetuto cinque volte. 

Alla prima il titolare non ci aveva fatto tanto caso, ma arrivato alla quinta ha deciso di assecondare il nichilista prima che piantasse giù un casino. Così ha fatto arrivare un camion, lo ha caricato con tutta la frutta a disposizione e poi ha allungato all’Aldino Foster Parmigiani un conto di quindicimila trecentoventi euro. Qualcuno ha commentato “Minchia, spendeva meno alla gioielleria qui di fianco”.

Il problema è che l’Aldino Foster Parmigiani aveva solo settantacinque euro nel portafogli e un conto in banca che era vuoto come il cornetto che ho mangiato questa mattina insieme a un capuccino da due anni di galera. Bleah.

Il fruttivendolo, un pugliese di seconda generazione, non l’ha presa bene e gli ha gridato “Eu, trmon, morto di faeme, vattene a fare la spesa a Cassina De’Pecchi!”. Peccato che nel negozio ci fosse un tizio più simile a un bulldog che a un essere umano proprio di Cassina De’Pecchi. A quelle parole, ha perso la trebisonda e ne è iniziata una rissa furiosa a colpi di zucchine e cetrioli.

È interventua pure una signora tutta ingioiellata che ha afferrato un’anguria con l’intenzione di sfracellarla in testa al bulldog umano e qualcuno ha commentato, “Minchia, è ottobre, hai ancora le angurie?”.

Il titolare ne ha fatto un punto di onore e dopo aver grattuggiato una zucchina sulla testa del bulldog umano, ha spiegato la sua strategia di vendita improntata sull’anguria. Neanche in Bocconi fanno lezioni di microeconomia così avvincenti.

In mezzo alla baraonda, Aldino Foster Parmigiani è riuscito a dileguarsi e se ne è emigrato su un’isola delle Antille francesi dove si abbarcamena cantando Tutti frutti travestito da orsetto lavatore. Capolavoro.