La candida

Se c’è una cosa a cui tengo, quelli sono i denti. Anche i capelli.

Per anni ho vissuto nel terrore di perderli. I capelli. Mi sentivo come quei condannati a morte in attesa dell’esecuzione. Quando vedevo dei capelli nel lavandino, ascoltavo il requiem di Mozart. La stempiata è avanzata, insieme agli anni, ma i capelli sono rimasti saldamente attaccati alla testa. Però volevo parlarvi dei miei denti.

Il primo apparecchio, mobile,  l’ho messo che avevo dieci anni e ancora qualche dente da latte. L’ultimo, fisso, l’ho tolto che ne avevo diciassette. Di anni, non di denti. In quei sette anni non mi sono fatto mancare niente a livello ortodontico, baffo notturno ed elastici inclusi.

La mia bocca era un lavoro in corso permanente, una Salerno-Reggio Calabria che portava dritto verso l’esofago. Sette anni di sofferenze. Quando anche l’ultimo pezzo metallico venne staccato dai miei molari, fui preso da un’euforia incredibile che si tramutò, ben presto, in una malinconica nostalgia.

Sviluppai una sindrome di Stendhal nei confronti di quegli aggeggi malefici che mi avevano preso il sorriso in ostaggio e creato degli ostacoli insormontabili per gli incontri amorosi, convinto com’ero che qualche povera creatura sarebbe rimasta incastrata dentro a quell’opera di ingegneria dentale se solo avesse provato a baciarmi.

Questo per dire che ai miei denti ci tengo. Li spazzolo con amore, con delicatezza, li inondo di colluttorio e, due volte all’anno, faccio il tagliando e me li faccio pulire in modo professionale.

Odio la pulizia dei denti. Amo la pulizia dei denti. Quando l’ablatore ti tocca esattamente lì, in quella zona sensibile, ti scende una lacrimuccia ma tu, che ti immagini di essere un prigioniero nel mezzo della tortura e sei convinto che quello sia il tipo di dolore che si prova in quei momenti, tieni duro e non apri bocca.

La apri, se no la pulizia non si fa, ma non fai trapelare nulla. Rimani inespressivo e quando l’igienista ti chiede se è tutto a posto, annuisci con il capo. Ma piangi dentro. Un eroe.

Poi è il momento della curetta, che è utilizzata per ravanare tra denti e gengive e che mi procura un misto di dolore e piacere in quel rapporto chiaramente sadomasochistico che si instaura tra l’igienista e il paziente.

Sarò solo io, ma durante questa operazione ho sempre la sensazione che, da un momento all’altro, la bocca mi venga staccata. Non è ancora successo ma, come David Hume insegna, non è detto che non succederà domani.

E non è successo neanche l’altro giorno, quando sono andato a farmi controllare dal dentista e torturare dall’igienista. Quando ho fatto il mio ingresso, ero un concentrato di disperazione ed entusiasmo.

Disperazione perché, una mattina di qualche settimana fa, mi sono svegliato e ho scoperto che i miei denti, tutto d’un tratto, si erano macchiati. Com’era possibile che, a un discepolo della santa trinità odontoiatrica, spazzolino, filo interdentale e colluttorio, fosse successo qualcosa del genere? Era la congiunzione tra Giove e Urano?

Il mio credo aveva subito uno scossone e il mio sorriso aveva perso la capacità di catarifrangere di notte. Avevo deciso di portare il fardello in silenzio, perché non mi sembrava corretto condividere una tale preoccupazione con tutta la mia famiglia.

No, tetragono ai colpi di ventura, avrei continuato la mia vita di sempre in attesa del giorno del dente del giudizio. O della prossima pulizia. Perciò capirete che, quando ho varcato la soglia dello studio dentistico, ero pronto a raccontare la mia storia e a pregare per un lieto fine. 

“Lei usa il Listerine?”, mi chiede il dentista. Alla mia risposta affermativa, mi spiega che quel tipo di colluttorio contiene clorexidina e, a volte, un uso intensivo o prolungato può far sorgere questo tipo di macchie. “Non si preoccupi, con la pulizia andrà tutto via”.

Con la colonna sonora di Momenti di gloria nella testa, attendo l’igienista. Quando arriva, sento un nitrito di cavalli, tipo Frau Blücher di Frankestein Junior. A pulizia terminata, i miei denti luccicano come zanne d’avorio. Devo stare attento ai contrabbandieri.

“Se vuole evitare le macchie, le consiglio di prendere la Candida”, mi dice, prima di salutarci.
“Scusi?”
“La Candida. Funziona benissimo”
“Ma…non so…non sapevo di questo suo lato curativo”
“Guardi, gliela consiglio davvero, è ottima”
“Sì, sì, non discuto, ma sono gli effetti collaterali di cui non sono molto convinto. Non so. È l’unico modo per evitare le macchie? Poi, sono sposato, come faccio?”
“Ma no, che preoccupazioni si fa”
“Cioè, non fraintenda, ho fiducia nella medicina, però…”
“Aspetti, le porto un paio di campioncini”
“Campioncini?”          

Quando torna, mi allunga due campioncini di dentifricio e un colluttorio, che metto frettolosamente in tasca. Ringrazio e saluto, ade mittenand. Passo al supermercato a fare qualche compera e torno a casa. Tiro fuori i campioncini e li metto in bagno. Guardo il colluttorio. Si chiama Candida.

Sarà nomen omen, ma per questa volta ho deciso di utilizzare il beneficio del dubbio.