Milano è un posto pericoloso. No, non solo durante la settimana della moda, quando camminando per strada puoi incontrare gente capace in un istante di annichilire il tuo giudizio estetico. Milano è un posto pericoloso perché ci sono le baby gang. L’ho letto sul giornale. La città, quando cala il buio, è assediata da bande di criminali impuberi capaci di assestarvi due schiaffoni in faccia, di quelli secchi, per portarvi via l’abbonamento dell’ATM, quattro euro per pagarsi un drink sgrauso e il cellulare per immortalare le scorribande. Ho visto uno di quei video, quello dove degli scalmanati, dopo aver sniffato le proprie ascelle, si sdraiano sulle rotaie, ostacolando il passaggio del tram. Che poi, i tram a Milano non è che abbiano bisogno di quattro scimuniti per accumulare una decina di minuti di ritardo. La destra reclama più polizia. La sinistra più integrazione. Il centro più polizia e più integrazione. Il sindaco promette.
I cittadini hanno paura. I miei hanno paura, ma siccome hanno più paura del Covid, di casa non escono mai. Si spaventano più che altro per solidarietà. I commercianti hanno paura. Li capisco. Sei lì che tiri giù la serranda, ti arrivano da dietro e senza nemmeno che te ne accorgi ti sparano una raffica di pedate nel sedere e ti portano via il portafoglio con dentro la Fidaty card dell’Esselunga e la carta d’identità. Il terrore disegnato sulla faccia appena capisci che devi andare in Comune a rifarla e che ti mancavano solo diecimila punti per ottenere in omaggio il cuscino poggiatesta da viaggio.
I tardo adolescenti sono spaventati. Poveracci, tra crisi esistenziali, prospettive di un futuro senza lavoro e pensione, una classe politica che dovrebbe sostenerli e che a malapena riesce ad azzeccare un congiuntivo, se ne devono andare in giro con la testa incassata tra le spalle a coprire il loro tesoro, le cuffie bluetooth, stando attenti a non essere circondati da una banda di pirati metropolitani armati di coltelli, machete e alito pestilenziale. Però sono giovani, dai, possono affogare tutte le ansie dentro a tre negroni sbagliati.
Anche i poliziotti hanno paura. Ma come, dico, pure voi? Eh, ma questa è gente senza rispetto, bulli che appena avvistano la volante, ci saltano sopra, irridono le forze dell’ordine, mostrano i genitali come le scimmie allo zoo e si dileguano in pochi secondi per ricomparire più tardi all’Arco della Pace, con la birretta in mano. La polizia, a parte prenderli a manganellate, non sa come comportarsi.
E dire che queste bande di delinquentelli non è che siano una novità assoluta. Milano, un posto pericoloso, lo è sempre stato, un continuum che dal 1600, secolo in cui i signorotti locali mandavano in giro i loro sgherri a fare il bello e il cattivo tempo, arriva fino agli anni Settanta, periodo in cui i comunisti e i fascisti si divertivano ad animare le strade del centro a suon di bastonate in testa e lanci goliardici di molotov. Quello è niente, però, rispetto alle bande che iniziarono a prendere possesso del territorio a partire dai primi anni Novanta.
La zona fiera era il regno degli scettici. Ne ho fatto le spese io stesso. Un tardo pomeriggio invernale, a poche centinaia di metri da casa, vengo fermato da cinque ragazzi che avranno avuto la mia stessa età. Erano vestiti come me, pettinati come me e a dire il vero avrebbero potuto anche essere me, ma non nel migliore dei mondi possibili. “Zio”, mi fa uno, quello che mi assomigliava di più, mettendomi un braccio intorno al collo, “il mondo non esiste”. So che una persona intelligente avrebbe saputo tenere la bocca chiusa, ma io gli scettici proprio non li sopporto, è caratteriale, così ho risposto, “Se non esiste, allora cosa sto a prepararmi da giorni per l’interrogazione di italiano?”. Mi si è avvicinato un altro tipo, con gli stessi miei occhi, lo stesso mio naso, la stessa mia bocca e che però non mi assomigliava per niente, e mi ha sferrato un pugno nello stomaco. Poi, mentre mi ripiegavo su me stesso, si è avvicinato al mio orecchio e ha sussurato “Tu non esisti. Nessuno esiste” e mi ha tirato una testata che mi ha lasciato tramortito sul marciapiede. Il dolore, per uno che non esiste, era fin troppo insopportabile.
C’erano poi i sofisti di Guastalla, che circondavano le vittime prescelte, le stordivano a suon di relativismo gnoseologico e se ne andavano via con orologio e portafoglio. Famoso l’episodio del professore di teologia della Cattolica di Milano che, fermato dalla combriccola, la affrontò con le armi della retorica, una battaglia epica a difesa della verità assoluta. Non gli andò bene, perché a metà dell’orazione fu colpito da una serie di enunciati di relativismo etico che lo lasciarono in uno stato catatonico da cui, anche dopo tanti anni, non si è ancora ripreso.
Infine vorrei ricordare gli eraclitei di Città Studi, un folto gruppo di ragazzi e ragazze dai quindici ai settant’anni che, sulle orme del pantha rei, del non si può discendere due volte nel medesimo fiume, assalivano i passanti a suon di coppini educativi, una violenza non fine a se stessa ma volta a mostrare il divenire del tutto e la mutevolezza dell’universo. Fece scalpore il caso del cittadino dal collo taurino, investito per più di dieci minuti dalla furia degli schiaffoni di quei manigoldi in salsa oracolare e che se ne tornò a casa con un’ernia cervicale e la conversione al veganesimo.
Perché ho voluto raccontarvi tutto ciò? Nihl sub sole novum, diceva l’Ecclesiate, nulla di nuovo sotto il sole. Milano era un posto pericoloso, e lo rimane. Chiudete in cassaforte i vostri rolex, cammuffate i vostri smartphone da agenda con pennino e, quando si fa sera, e una sinfonia di clacson si leva dall’ingorgo di macchine che avviluppa la città, guardatevi le spalle, perché potreste imbattervi nelle persone più pericolose, criminali del sesto grado della scala Richter della violenza verbale: quelli che ti fermano e “Uè, figa, andiamo a farci un’apericena?!”.