Le persone si dividono in due tipi: quelle che il venerdì organizzano il fine settimana e quelle che vanno a farsi operare. Io appartengo al secondo gruppo.
Così, venerdì 24 ottobre sono andato a Triemli, che è un’ospedale di Zurigo a poche centinaia di metri da dove vivo perché sono troppo pigro per allontanarmi troppo dal mio divano, per farmi operare alla mano. La mano destra.
Soffro del morbo di Dupuytren, una malattia genetica che ti fa piegare le dita finché riesci a fare il saluto delle tre tempeste in Grosso guaio a Chinatown. Nel mio caso, il mignolo è flesso di circa trentacinque gradi.
Quando sono andato a farmi visitare dalla chirurga a marzo di quest’anno, le ho spiegato che non ero più in grado di fare il gesto delle corna. Per un italiano, una limitazione piuttosto seria.
“Non può farlo con la sinistra?”
“No. Non mi viene bene come con la destra”
“Allora operiamo”
Sette mesi dopo, in una giornata grigia e piovosa che ti fa venire voglia di farti una bella anestesia totale che duri fino a maggio 2026, mi presento in reparto. Attendo qualche minuto fino a quando una simpatica infermiera mi porta nella sala d’attesa preoperatoria.
“È la mano destra o la sinistra?”
Quando si dice essere in buone mani. Poco dopo arriva la dottoressa che mi disegna una freccia sull’avambraccio destro che punta verso la mia mano. Giusto per evitare di tornare dopo l’operazione senza la mano sinistra.
Passa circa un’ora prima che l’infermiera si ripresenti per portarmi in sala operatoria. Prima, però, chiedo un pit stop al bagno. Ho preso creatina per due mesi pensando di migliorare le mie prestazioni sportive, ma l’unica cosa che sono riuscito ad aumentare è la frequenza con cui vado al bagno. Preferisco tirare fuori prima tutto quello che ho per evitare di farlo quando sono sotto i ferri.
Un infermiere mi vomita qualcosa in svizzero tedesco. Di solito, quando non capisco, sorrido e annuisco con la testa, ma non vorrei uscire dalla sala operatoria senza un arto. Quindi, chiedo il passaggio al tedesco, l’Hochdeutsch come lo chiamano qui. Devo solo salire sul lettino.
Mi portano in sala operatoria per l’anestesia. L’anestesista, una simpatica tedesca che non credo abbia più di dodici anni, mi attacca una dozzina di elettrodi e il monitor inizia a bippare, bip… … …bip… … …bip… Si avvicina per vedere se respiro ancora bip… … …bip… … …bip. Trentanove battiti al minuto.
“Sono bradicardico. Nuoto”
Sembra sollevata, anche se torna un paio di volte per controllare che sia ancora vivo.
“Quale braccio?”. Ah, ecco.
“Quello con la freccia”
Il mio cuore, che per un attimo aveva iniziato a battere come la batteria di un brano dance, torna al ritmo funerale. Poi fa il suo ingresso in sala il capo anestesista. Saluta e si mette a confabulare con l’apprendista. Si parte con l’anestesia. Mi bucano che sembro un gruviera. Penso, se mi fanno un altro buco, mi sgonfio come un palloncino.
“È un po’ più impegnativo del previsto perché ha un sacco di muscoli”, mi fa il boss.
Mi metto nella posizione del doppio bicipite frontale e mi becco un bell’otto e mezzo dalla giuria e un altro buco con la siringa. A un certo punto il capo anestesista invita l’apprendista a fermarsi con la sonda dell’ecografia e a guardare lo schermo. Fissano lo schermo in silenzio.
“Vede qui”, mi fa, indicandomi lo schermo. Strizzo gli occhi, ma a me sembra il test di Rorschach. È un pipistrello? “Lei ha due arterie, qui. Vede?”. No, forse è una farfalla. “In genere in questa zona ce n’è sola una”
“Ma…dottore, mi devo preoccupare?”
“No, no, non è molto comune, ma non è pericoloso. Stia tranquillo”. Poi confabula ancora con la collega.
Sicuro che è una di quelle robe che, mentre sto sbucciando una carota, stramazzo per terra con la lingua di fuori e senza aver avuto nemmeno il tempo di capire perché la fila al bagno delle donne è sempre così lunga.
Perso nei miei pensieri, non mi accorgo che mi hanno portato via mano e avambraccio destro. Mi volto, ma sono ancora lì. Meno male. La dottoressa prende una biro e la passa sulla mano.
“Sente qualcosa?”
“Da che orecchio?”
“No, intendo la mano”
Ora che il braccio è un corpo estraneo che non appartiene più a me, ma alla scienza, mi spingono dentro alla sala operatoria. Tutto pronto. Si incomincia.
La prima cosa che fanno è stendere una specie di tenda che potrebbe ospitare comodamente tre persone ma che credo abbia solo il compito di impedirmi di vedere la mia mano che viene trasformata in un fico da aprire.
Arriva la chirurga che indossa delle lenti sopra le lenti, non capisco se per problemi importanti di miopia o per evitare di tranciarmi tutti i nervi della mano. Finché il naso del paziente non diventa rosso e fa bzzz, va tutto bene.
Che ore saranno? Quanto manca? La mia vescica si sta lentamente riempiendo. La sento premere. Maledizione. Come faccio a evitare l’esondazione? Non ci devo pensare. Mi devo concentrare su qualcos’altro. Il nuoto. No, acqua da tutte le parti, non va bene. Mi sento come un’ottantenne. Ah. Non ce la farò mai. Non possono muoversi? Quanto manca? Mi devo concentrare. Sposto la testa a sinistra. C’è la flebo. La vedo. La goccia. La goccia della flebo che cade. Plic. E poi un’altra. Plic. E un’altra ancora. Muoio. Come faccio a tenerla? E se chiedessi un pappagallo?
Vedo la testa di un medico fare capolino dalla tenda.
“La dottoressa è in pausa pranzo. La sostituisco io. Come va? Tutto a posto? Ha bisogno di qualcosa?”
Sì, un bagno. A parte quello, ho un sonno pazzesco. Chiudo gli occhi. Ho una visione. Sono immerso nell’oscurità. In fondo vedo una luce. La seguo. Arrivo a una porta illuminata. La apro. È un bagno. Ci sono dieci me e stanno tutti pisciando. Bastardi!
Poi sento una voce. Sembra lontana anni luce, ma si avvicina sempre di più.
“Abbiamo finito”
Sorrido, ma quello che sto patendo non può essere descritto a parole. Sono come un gavettone che sta per colpire il terreno.
Il sostituto dell’anestesista (che poi, il sostituto dell’anestesista è un altro anestesista? O forse un’anestetista, come sentii dire da un tizio una volta su un autobus che raccontava all’amico di come non fosse riuscito nemmeno a contare fino a quattro dopo l’iniezione dell’anestetista. Deve essere un medico che ti fa addormentare e, quando ti svegli, ti trovi tutti i connotati cambiati) spinge il lettino su cui giaccio fino a una camera che, dice, “in genere è dove portiamo i bambini dopo l’operazione”. Ammetto che non so cosa farmene di questa informazione, ma se c’è una console, una partita a FC25 la faccio volentieri.
“Le devo togliere gli elettrodi. La dottoressa di prima non è stata molto gentile”
“In che senso?”, domando.
“Eh, ne ha tre o quattro attaccati sui peli del petto. La veda un po’ come una depilazione gratis. Trattenga il fiato”
Deve essere l’unica cosa gratis che c’è qui in Svizzera. Faccio cenno di procedere.
“Uno…due…”, e slam, un male pazzesco. “Adesso il secondo. Pronto?”
Mica tanto.
Slam. “L’ultimo. Vado?”
Faccio il segno con quello che sembra il mio pollice (i miei occhi sono pieni di lacrime, mi sembra di stare sotto a una cascata) e il dottore, con l’ultima ceretta, mi estirpa anche l’anima. Forse anche lui è un anestetista. Questa è stata la parte più dolorosa di tutta l’operazione, includendo anche le iniezioni per l’anestesia.
L’infermiera mi riporta in stanza.
“Ha bisogno di qualcosa? Vuole mangiare? Un caffè?”
Vorrei, ma c’è solo una cosa a questo mondo che può darmi pace e serenità.
“Dov’è il bagno?”
Dopo mezz’ora posso finalmente tornare a casa. Decido di tornarmene a piedi da solo. Fuori, un vento gelido spazza le strade di Zurigo. Cerco di allacciarmi la giacca, ma con la mano completamente bendata non riesco nemmeno ad infilarmela, la giacca. Allungo il passo in modalità marciatore.
Arrivo a casa con il fiatone. Ancora prima di entrarci, sento le urla dei miei figli che riecheggiano per tutto il quartiere. Sono tentato per un momento di tornarmene in ospedale e chiedere asilo politico. Infilo la chiave nella toppa ed entro.
“Ragazzi, venite a darmi un a mano che a me ne manca una”.
Il solito delirio, ma è il mio delirio.