Capitano come?

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente intenzionale.

Un fine estate di un paio di anni fa.

Vegeto. Sono seduto su una sedia e vegeto. La testa mi ciondola, abbandonata a se stessa. Gli occhi sono aperti, ma ancora per poco. Le conseguenze di quattro ore di sonno.

Siamo rientrati a Zurigo dopo un mese di permanenza estiva in Italia. Ho guidato dalle nove di sera alle due del mattino, per evitare il traffico. E pure il sonno. Scarica i figli, scarica i bagagli, mi sono infilato a letto alle tre.

Non mi ricordo l’ultima volta che sono andato a letto alle tre. E dell’ultima volta che sono andato a letto alle tre, non mi ricordo nulla. È un orario in cui spesso sono sveglio, anche se sveglio non definisce bene quello stato tra il bisogno disperato di sonno e la morte perché, grazie ai tre esseri che mi hanno occupato la casa, gli orari notturni sono stati risucchiati in un buco nero che ha dilatato lo spazio temporale compreso tra mezzanotte e le sette e ristretto quello dedicato al sonno. 

E così vegeto, e nulla può ridestarmi dallo stato catatonico. Vicino a me, seduto a giocare con i suoi dinosauri, c’è D. Canta. Canta i tormentoni.

Un mese in Italia significa baby dance. Baby dance significa tormentoni. Quelli estivi. Dovrebbero fare un decreto legge e dichiararli illegali, come la pizza con l’ananas. Espellerli dal paese e rimandarli a quelli d’origine. Purtroppo, molti sono nati qui, nel bel paese, il bel paesee dei tormentoni, e ci tocca armarci di pazienza.

Mi tocca armarmi di pazienza. Perché il tormentone mi tormenta, mi tormenta l’anima, lo spirito, il fisico, la digestione e le doppie punte. Non ne posso più. E D. canta, canta, ignaro della violenza che rigurgita addosso a suo padre che, ormai vegetale, non può nemmeno difendersi, tipo infilandosi un paio di cipolle dentro ai padiglioni auricolari.  

Cerco di pensare a qualcos’altro, ma quando lo faccio, mi viene in mente un tormentone, e il tormento del tormentone non mi lascia via d’uscita.

Fino a quando noto qualcosa di stonato che richiama la mia attenzione. Porta in alto la mano, segui il tuo capitano. La so. Non posso non saperla, diciassette anni con questa mano che va in alto. Gliela taglio, questa mano.

Muovi a tempo il bacino. Certo, guarda qui, ho un metronomo tra gambe e busto. Sono il capitano Mancino. Come? No, no, no, un attimo.

“È il capitano Uncino”
“Come papà?”
“Non è Mancino. È il capitano Uncino”

Che poi fosse mancino o meno, non ne ho la più pallida idea. Andrò a riguardarmi il cartone.

“PA-PÀ! Non senti bene? Man-ci-no!”

Se devo sorbirmi, oltre al tormentone, anche la filippica di mio figlio che mi spiega come pronunciare i nomi, non ne esco più vivo. Non mi rimane che capitolare, vigliaccamente.

E poi, tutto sommato, una sua logica ce l’ha: capitano Mancino sarà stato sicuramente un tizio sinistro.