Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente intenzionale.
Giovedì 1 luglio 2021. Difficile che mi dimentichi di questa data, perché sto per tornare a Milano dopo un’assenza forzata di un anno. Le gioie della pandemia.
Porto D. dai nonni. La befana me lo teneva solo una settimana, troppo poco. Il bove nero un anno intero, che ho pensato, mica male, però gli animalisti hanno inziato a protestare sotto casa mia. Così abbiamo optato per una via di mezzo, quella del cuore, e saranno i nonni che se lo spupazzeranno per due settimane.
Viaggiamo da soli, in macchina, io e lui. Neanche cinque minuti che siamo in strada e parte l’inquisizione, domande su domande a cui non riesco mai a dare una risposta sensata. E poi devo concentrarmi sulla guida, non riesco a fare tutto. Quindi, il silenzio.
Nello specchietto vedo l’immagine di un bambino addormentato, con la bocca aperta, nel caso debba fare uscire qualche altra parola.
Il silenzio stampa dura fino a quando ci accodiamo per entrare nel tunnel del Gottardo. Due chilometri di coda che, in base ai calcoli infinitesimali e la nozione di spazio di Hilbert (non David, ma Gustavo, un tizio che ho conosciuto al bagno dell’autogrill e che sostiene la tesi, un po’ campata in aria, secondo la quale il proprio spazio vitale è uguale a 72 centimetri e mezzo), dovrebbero corrispondere a trenta minuti di attesa.
Accendo il motore, spengo il motore, avanzo ma non disavanzo. Il tunnel è lì, lo posso quasi toccare, ma sono sicuro che esista una legge svizzera che ti costringe a sborsare diecimila franchi in monetine da un franco se solo lo sfiori con un polpastrello.
Finalmente entriamo. “Signore e signori benvenuti nella galleria autostradale del San Gottardo”, mi accoglie il messaggio informativo, interrompendo un deejay noiosissimo che borbotta una noia di commento a una noia di canzone.
O almeno, dovrebbe accogliermi, perché il messaggio inizia sempre quando ormai vedo la luce fuori dal tunnel, e non metaforicamente. Un arrivederci sarebbe più consono.
Mentre, sprezzante del pericolo, schiaccio il pedale dell’acceleratore, sfiorando quasi i settanta chilometri orari, sento qualcuno rivolgermi la parola. Chissà chi sarà.
“Papà?”
“Sì?”
“Sai che anche Patpuding ha un tunnel?”
Fermiamo un attimo tutto. Riavvolgiamo il nastro. Patpuding è l’amico di D., un peluche a forma di coniglio che a volte è nato da qualche mese, a volte da qualche anno, a volte è morto migliaia di anni fa, a volte è immortale. È Patpuding, il morbido coniglio che sfida le leggi della fisica e della logica ed è imbottito da chili di fantasia di mio figlio.
“No, non lo sapevo”
“Sì. Un tunnel lunghissimo”
“Davvero? Lungo quanto?”
“Ehm… Due ore e tre metri!”
Trattengo la risata per evitare un possibile embolo cerebrale.
Ci fermiamo alla stazione di servizio a pochi minuti dall’uscita del tunnel.
“D., vuoi mangiare qualcosa?”
“Sì”
Non mi sono reso conto che stavo per commettere un gravissimo errore. Un errore che avrei pagato caro più tardi. Perché D. soffre la macchina, e tutto quello che gli metti in pancia durante il viaggio, lui tende a rimetterlo fuori.
In quel momento, però, non ci ho pensato, probabilmente perché la risata che avevo soffocato poco prima mi aveva procurato una stenosi carotidea, con conseguente attacco ischemico transitorio. Insomma, mi ero dimenticato.
Ci rimettiamo in viaggio e, per evitare altre code a Chiasso, mi dirigo verso Novazzano, per passare poi per Uggiate Trevano e andare verso Lomazzo, da dove prendere l’autostrada per Milano. Nella mia testa.
Saranno stati quindici minuti da quando avevamo oltrepassato il confine, che nella macchina cala un silenzio spettrale. Anche la radio si è zittita, presagio nefasto.
“D., tutto bene?”
Silenzio. Ci riprovo.
“D., tutto bene?”, ma non riesco nemmeno a finire la domada che mio figlio, come un idrante non domato, inizia a far fuoriuscire tutto il contenuto del suo stomaco, facendo assumere un nuovo significato al concetto di design degli interni.
Salgo sopra il marciapiede, fermo la macchina, scendo e mi precipito a liberare mio figlio, che adesso è impegnato a dare la seconda mano di vernice a sedili e moquette. Appena lo appoggio sulla terraferma, il fiume rientra negli argini.
Mi sento come quegli angeli del fango che andarono a portare soccorso a Firenze durante la terribile alluvione del 1966. Solo che quello che mi trovo davanti è una scena assai più drammatica.
Asciugamani a disposizione, niente. Fazzolettini, rotoli carta da cucina, neanche a parlarne. Ma i geni si riconoscono perché utilizzano il pensiero laterale per trovare una soluzione ai problemi più complessi. Apro il bagagliaio, rovisto nella valigia, prendo una maglietta pulita e inizio a nettare D., centimetro per centimetro, fino a quando ogni minima impurità è stata mondata dal suo corpicino.
“Papà, ho fame!”. Ecco. Mentre, in apnea, lo rimetto sul suo seggiolino, gli spiego che è meglio, secondo il mio modesto parere, aspettare di essere arrivati a casa dei nonni. Dove, infatti, trenta minuti dopo arriviamo, e in quei trenta minuti D. è riuscito a chiedermi venti volte (le ho contate) “Papà, quando siamo arrivati?”.
Scarico valigie e figlio dai miei e, armato di panni e detergenti, inizio l’opera di restauro della macchina, seggiolino incluso che viene smontato pezzo per pezzo e, credo, mai più rimontato. Alle nove di sera, a cinque ore e mezzo dalla partenza, posso finalmente celebrare il fatto di rivedere, dopo un anno, i miei. Salgo, baci, abbracci, anche un tip-tap.
“D.mi ha raccontato che il suo amico Patpuding ha un tunnel lunghissimo”, mi dice mia madre.
“Sì mamma. E sai quanto è lungo? Due ore e tre metri”