Anthony Millwater se ne sta tutto il giorno seduto ai tavolini del caffè Arcadia. Arriva intorno alle dieci, con i suoi pantaloni con risvolto, il cuculo calato in testa e la lunga barba. Parcheggia la sua bicicletta al palo di fronte, appoggia sul tavolino il computer e ordina un cappuccio, una spremuta e due brioches.
Anthony Millwater è un hipster, uno di qui, nonostante il nome. In realtà si chiama Antonio Mellacqua, ma tutti ormai lo conoscono come Tony. Tony Millwater, di Baranzate.
Tony è un tipo laconico, parla poco e a volte non parla per niente. Per farsi capire, gesticola, o si affida alla mimica facciale. Gli avventori del bar lo considerano un genio, anche se non ce n’è uno che sia in grado di spiegare in cosa consista tutta questa genialità.
E così può capitare che Tony arrivi alle dieci e tutti i tavolini intorni siano occupati da persone che aspettano con trepidazione il momento in cui Tony prenderà posto in mezzo a loro. Molti lo chiamano maestro, anche se a Tony questa parola non piace, e quando la sente, scuote il capo.
“Maestro”, gli chiede un giorno un ragazzo con la barba piena di schiuma di cappuccino, “posso essere vegano e non esserlo allo stesso tempo?”. A quella domanda Tony alza il dito verso il cielo, come a indicare il trascendere della mera logica binaria.
Più passano i mesi, e più adepti si radunano al caffè Arcadia per ascoltare Tony Millwater. Solo che a volte Tony non parla per giorni. Ordina il suo cappuccio, la sua spremuta e le due brioches e poi sprofonda nel silenzio.
Quando alza il sopracciglio, quello destro, il cameriere gli porta un altro cappuccino. Se, invece, inarca il sinistro, è tempo di un bicchiere d’acqua. Se si gratta la barba, non significa assolutamente niente, solo che quella barba spessa e fitta che gli cresce attorno al viso deve essere costantemente curata, come un bonsai.
Ogni martedì, alle due, Tony Millwater va dal barbiere, Luca Salmastro, detto Gigino, che gli sfoltisce la barba e, come un Michelangelo della peluria, dà forma all’informe.
I suoi seguaci, però, sono ormai così tanti che a Tony Millwater ci vogliono quasi due ore per districarsi tra la folla in adorazione che lo tocca, lo tira, lo bacia. “Maestro, maestro”, lo chiamano, ma a Tony l’unica cosa che interessa è farsi dare una regolata alla barba.
Adesso hanno iniziato a seguirlo dovunque, e Tony non riesce più ad avere un momento per sé. Lo seguono da Gigino, lo seguono al supermercato, lo seguono fino a casa, entrano insieme a lui. Non riesce più nemmeno ad andare in bagno, perché anche lì lo seguono, lo baciano, gli spazzolano i capelli, gli spruzzano il deodorante.
“Maestro, maestro” intona il coro di voci, e centinaia di braccia si tendono verso di lui, con i palmi rivolti verso l’alto, e Tony non cammina più, ma viene spostato da un punto all’altro della casa, issato in alto, e la gente si dà il turno per sostenerlo, con le braccia e con il canto, tutta la notte, e tutto il giorno, e Tony non sa più che fare, vuole solo tagliarsi la barba e andare al caffè Arcadia per bersi un cappuccino, una spremuta e mangiarsi le brioches.
Gli epigoni sono ormai migliaia, centinaia di migliaia, milioni, e aumentano ogni giorno di più, si spostano tra le regioni, i paesi e i continenti, formando una massa compatta che gira intorno a Tony Millwater, che adesso ha una barba che gli arriva fino allo stomaco e pesa quarantaquattro chili, perché non riesce più nemmeno ad arrivare al frigorifero.
Una mattina Tony apre gli occhi e non sa più dove sia. Si trova sopra una distesa immensa di mani. Sente i canti di lode, gli alleluia, lo scroscio della pioggia. È allora che si alza in piedi e, con tutto il fiato che ha in gola, grida “Basta! Basta! Mi avete rotto il cazzo!”.
Un silenzio irreale cala nel mondo. “Hipster dixit”, sussurra qualcuno, e poi qualcun altro, e il sussurro diventa un brusio, e il brusio cresce, ora è un rumore di sottofondo, e il rumore esplode in un tuono, e al tuono seguono grida di giubilo e la massa si mette in cammino, mentre Tony, sconsolato, osserva tutto dall’alto.
Se almeno potesse ordinare un cappuccino.