Etichette ignorate. Vestiti scuri lavati insieme a quelli chiari. Senza l’acchiappacolore. Detersivi e temperature sbagliati. Centrifughe che sfidano la forza di centrifughità (esiste?).
A volte, fare il bucato può trasformarsi in un’esperienza drammatica. A farne le spese, sono sempre loro: gli inermi capi d’abbigliamento.
Ed eccolo lì, il cimitero dei calzini spaiati, nel cassetto in fondo a destra, a ricordarci che, anche per le coppie che sembravano inseparabili, arriva il momento di dirsi addio.
E quei maglioni infeltriti, duri come il marmo, buoni solo ormai per lavare i pavimenti, che ci raccontano di come, spesso, invecchiare sia un processo lungo e doloroso.
Per non parlare di tutte le camicie bianche che, un giorno, si sono svegliate rosa e hanno creduto di essere dentro a un racconto di Kafka. Distrazione? Forse. Stanchezza? A volte.
Tuttavia, c’è una categoria di persone che, con il bucato, ha un rapporto difficile, conflittuale, e a cui il capo rovinato non scatena emozioni negative, sensi di colpa e di abbandono, bensì è fonte di orgoglio. Stimola la produzione di serotonina.
Gente che, a causa di un trauma infantile, ha sviluppato delle tendenze sadiche rivolte contro tutto ciò che può essere lavato e centrifugato. Psicopatici da lavatrice privi di qualsiasi forma di empatia per gli indumenti.
Malebucati.
Se ancora siete qui a chiedervi dove finiscano i calzini spaiati, guardatevi intorno. Potrebbe essere il vostro coniuge, un parente, la signora che viene a fare le pulizie che, mentre esplorate ogni singolo centimetro quadrato dell’appartamento alla ricerca del vostro calzino, se ne sta lì, un po’ disparte, compiacendosi di quello che ha fatto. Non vedono l’ora di poterlo fare di nuovo.
Malebucati.
Sono sempre più numerosi. E, quando conquisteranno il mondo, non potrete fare altro che tenervi stretti i vostri calzini. Ai piedi.
Entropia. Boom.