Quattro anni fa ci hanno installato un nuovo citofono. Con il video. Per sicurezza, secondo l’amministratore. Ma viviamo in un quartiere borghese, benestante, dove anche i criminali hanno una laurea in tasca e ti dicono ‘Mi scusi’.
All’inizio andava tutto bene. Bzz, squillava il videocitofono, vedevi chi era e decidevi se rispondere o tornare in bagno (non so perché, ma il citofono mi suona sempre quando sono in bagno).
Per esempio, quelli con la Bibbia in mano, per l’amor di Dio. Cioè, non con la Bibbia in mano per l’amore di Dio, ma, per l’amor di Dio, no grazie.
E il Teo, mio cognato. Non ho niente contro il Teo, figuriamoci, è un bravo ragazzo e sa coniugare i congiuntivi, ma arriva sempre senza avvertire, chiede “Posso salire cinque minuti?” e se ne va via solo dopo aver sgranocchiato un quintale di nocciole, il che lo rende più simile a uno scoiattolo che a mia moglie, essersi fermato a pranzo e aver schiacciato un pisolino sul divano. Il mio divano, quello dove io mi sdraio a leggere e a fare un pisolino.
Così, capita che a volte suoni e io non risponda. La Clara chiede “Chi è?” e io, mentendo spudoratamente, “Nessuno. Qualcuno che ha sbagliato citofono”, poi lo scopre e non mi parla per un paio di giorni. Così almeno c’è un po’ di silenzio in casa.
Da qualche tempo, però, il citofono non funziona più tanto bene. A volte va via l’immagine, il suono è disturbato, si fa fatica a capire. E a farne le spese è il postino, il signor Mario. Vent’anni che consegna la posta qui da noi, il signor Mario. Sui sessanta, basso e un po’ tarchiato, i capelli a spazzola e un carattere iracondo. Simpatico, il signor Mario, quando vuole, ma collerico.
Abbiamo fatto chiudere la portineria quindici anni fa, per risparmiare, e da allora il signor Mario suona al citofono e devi essere lesto a rispondere se non vuoi beccarti una sfuriata delle sue. “Allora, non ho tutta la giornata!”.
Un citofono malfunzionante non si addice al suo carattere. Bzz. È il signor Mario.
“Buongiorno dottor zzz… zzz, c’è zzz… zzz”
“Come?”
“Può, zzz…zzz…diavolo”, lo sento urlare dalla strada “dottore!”. Prima tuonata.
Scendo, apro il portone e me lo trovo davanti, rosso come la mia giacca da sci, con un pacco in mano. “Dottore”, seconda tuonata, “è la terza volta , questa settimana, che mi fate perdere tempo con la vostra tecnologia condominiale fallimentare”.
Giuro, ha detto tecnologia condominiale fallimentare.
“Io sono qui a lavorare, mica a pettinare le pentole”
“Le bambole”
“Appunto. Firmi”, mi fa, porgendomi il pacco. Poi sale sul suo Ciao del 1980 che ogni volta che lo accende un ecologista muore e sgomma via.
Abbiamo chiamato l’amministratore per chiedergli di far riparare il citofono. A quanto pare è solo il mio che non funziona. Son passate però tre settimane, e qui non è arrivato ancora nessuno. E il citofono suona. Così vado a rispondere e riconosco il signor Mario, nascosto sotto il cappuccio, sotto una pioggia che non la finisce più.
“Signor Mario!”
“Dottor zzz… zzz…”
“No, guardi, scendo, così”.
Non faccio in tempo a finire la frase che lo sento urlare da fuori, come un esagitato, “Dottore, lei e il suo citofono, maledizione!”.
Faccio per aprire la porta, ma non trovo le chiavi. Dove le avrò messe? Adesso arriva la seconda tuonata, e se arriva mentre sono ancora qui, me lo devono sedare, dopo, il signor Mario. E niente, mentre sono lì che cerco le chiavi, e controllo nei pantaloni e dentro le giacche, il signor Mario inizia a imprecare e di sicuro lo sentono a un chilometro di distanza.
Poi, bam, un rumore di vetri rotti. Entro in soggiorno e vedo un pacco sul pavimento, la finestra in frantumi. Esco sul balcone e vedo il signor Mario che sgomma via, lasciando una nube tossica che contribuirà a far alzare la soglia delle polvere sottili, con conseguente chiusura del traffico. Accidenti, che caratterino.
Suona il citofono. Magari è il tecnico. Guardo, è il Teo. “Posso salire cinque minuti?”