Dare il cinque

L’altro giorno mi trovavo a Vicenza per il convegno annuale dell’Associazione Visentini Magna Gati. Il tema di quest’anno era incentrato sull’opportunità o meno di cucinare i felini al forno anche nel caso in cui i felini in questione avessero dimostrato di possedere doti matematiche fuori dal comune.

Uno dei relatori, di cui non ricordo il nome, ma solo l’altezza, un metro e settantotto senza scarpe, ha raccontato di aver incontrato una volta un gatto di origini nordafricane, immigrato regolarmente in Italia dopo aver vinto una borsa di studio alla Normale di Pisa, che era in grado di miagolare equazioni differenziali e battere il cinque.

Ho alzato la mano. “Battere il cinque?”. Il professore, che poi si è rivelato essere una professoressa baffuta ma sempre piaciuta, ha tirato fuori una foto che mostrava il gatto nel momento in cui dava il cinque a un American pitbull terrier. “Non sapevo sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto vivo”, ha aggiunto, con una nota di malinconia.

Sono rimasto profondamente colpito. Tornato a casa, ho provato a battere il cinque a Don Gennaro, il pesce rosso sovrappeso che vive nell’acquario del mio condominio. Si è limitato a fissarmi con quello sguardo che rasenta l’idiozia. In quel momento ho capito che il gesto atletico è imprescindibile dal possedere determinate doti fisiche.

Ma chi ha inventato l’arte di battere il cinque, avrei dovuto chiedere al convegno, invece di gonfiarmi di cannoli alla crema. La ricerca mi ha tenuto impegnato per tutta la notte, fatta eccezione per una breve pausa per prendermi cura del mio Tamagotchi.

Se risaliamo alla notte dei tempi, quando tutte le vacche erano scure e la civiltà non conosceva ancora l’utilizzo del deodorante, ci imbattiamo in alcuni graffiti, nelle grotte e sui vagoni della metropolitana, che rappresentano degli uomini stilizzati raffigurati nel momento prima di scambiarsi il gesto iconico, simbolo di un mondo che riconosce il merito e che ancora non è venuto a contatto con quell’obbrobrio del cappuccino a fine pranzo. A prima vista.

Se invece che osservare i graffiti a venti metri di distanza ci si avvicina fino a quasi poggiarci il naso, si noterà che questi uomini stilizzati stanno per darsele di santa ragione a suon di clavate.

Il mio amico Archibald Violante, che ha dedicato la sua vita a cercare di capire se l’uomo del neolitico soffrisse di alopecia, mi ha spiegato che a quei tempi gli uomini non erano in grado di contare, o almeno non oltre il due, e che quindi è del tutto improbabile che battersi il cinque potesse aver preceduto l’introduzione dei numeri naturali.

Nemmeno i ceffoni a mano aperta in pieno viso, metodo educativo che copre almeno un paio di millenni, possono essere considerati dei veri e propri battere il cinque, avendo un carattere prettamente punitivo. Sarebbe più corretto in questo caso parlare di abbattere il cinque.

Avendo preso qualche lezione di Ukulele, mi sono ricordato che non c’è solo il battere, ma anche il levare e che quindi, in accordo con la seconda legge di Newton secondo cui a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, a dare il cinque dovrebbe seguire il toglierlo.

Il mio amico Mario Beato Ultimo, con cui ho condiviso il mio pensiero tramite WhatsApp, lo ha definito un ragionamento sagace e brillante e poi mi ha inviato il contatto di un bravo neurologo. Purtroppo, attraversando i secoli, a parte guerre, stragi e pestilenze, non accade niente di rilevante, almeno per quello che mi sono prefisso di scoprire.

Compiamo un salto temporale. Siamo alla fine del diciannovesimo secolo. Frege ci dice che un significato può avere più sensi: dare il cinque, battere il cinque o batti cinque denotano tutti la stessa cosa, che il filosofo e matematico ignora quale sia.

Non è colpa sua, perché per una comprensione più approfondita Frege avrebbe dovuto essere presente a quella partita di baseball del 2 ottobre del 1977 tra Los Angeles Dodgers e Houston Astros. Decine di migliaia di persone assistono all’incontro.

Ci sono schiere di scienziati e intellettuali che ancora cercano di capire quali siano le regole di quello sport, eppure. Dustin Baker, che gioca nel ruolo di esterno, e non chiedetemi che cosa significhi, ha appena battuto un fuoricampo. La pallina vola nel cielo e viene abbattuta da dei caccia americani che la ritengono una minaccia terrorista.

Dustin, non sappiamo per quale motivo, inizia a correre intorno alle basi. I tifosi lo incitano e bevono birra, inclusi i bambini. Finito il giro di ricognizione, Dustin se ne torna in panchina e questo rimane un mistero per noi europei, visto che la cacciata in panchina, nel calcio, è coercitiva ed è il modo con cui l’allenatore ti dice che sarebbe stato meglio se invece di giocare a calcio ti fossi dedicato ad allevare lumache da corsa.

Inutile filosofeggiare sul baseball, tanto non ci capiamo un bel nulla. Dustin incrocia il compagno di squadra Glenn Burke, che appena lo vede alza il braccio destro, mostrandogli il palmo della mano. Dustin inizia a ragionare e deve farlo velocemente.

Che cosa significa questo gesto improvviso? Forse è un movimento del Gioca jouer, pensa, ma qualcuno, e non sappiamo chi, gli ricorda che il Gioca a jouer farà la sua prima apparizione nel 1981.

Allora deve essere una pantomima. La rappresentazione dell’uomo che, riflettendo sul suo destino, intuisce la drammaticità dell’esistenza e si domanda il perché esista qualcosa piuttosto che il nulla. Poco probabile, però, Burke non ama l’ontogenesi, e nemmeno gli infradito.

Deve trattarsi allora di un alt da vigile urbano. Dustin si domanda che regola stradale abbia infranto. La pallina che ha spedito in fuoricampo viaggiava forse a una velocità troppo elevata? O ha parcheggiato sulle strisce gialle? Maledetti ausiliari.

L’espressione di Burke non sembra quella di uno che vuole appioppargli ottanta euro di multa. Non ci capisce più nulla, Dustin. “Siamo soli in questo universo? E perché tutte le mie calze hanno un buco sotto al tallone?”. Povero Dustin, come lo capisco.

Preso dallo sconforto e dai sensi di colpa, Dustin riversa tutta la sua frustrazione sulla mano tesagli da Burke, che schiaffeggia come se al posto della mano avesse un bastone da scaricare contro una pignatta. Il suono dell’impatto si sente fino a tre chilometri di distanza.

Lo stadio si ammutolisce. Tutti si rendono conto di stare assistendo a qualcosa di mitico. “È un nuovo sport da combattimento”, sussurra qualcuno. “Gli sta schiacciando i punti neri”, chiosano altri. “Dove sono i miei occhiali?”, domanda mia madre, che non capisco come sia riuscita a infilarsi in questa storia.

Nulla di tutto questo. Nasce l’high five, dare il cinque, che i Dodgers adotteranno nella successiva stagione come il loro nuovo modo ufficiale di congratularsi. Pochi anni dopo, in Italia, un ragazzo allampanato di un metro e novantatré lancerà un singolo di successo, Gimme five, che renderà popolare il gesto di darsi il cinque quasi quanto la pizza margherita.

Da lì, il drammatico cammino che porterà a sorbirci pezzi come A te è ormai segnato.