Il bicchiere

Quante sono le cose che ormai diamo per scontato e senza le quali la nostra vita sarebbe molto, ma molto più difficile? Per me una, il calzascarpe.

Sarà che ho un piede alla Frodo Baggins e delle dita a salsiccia che se non ci sto attento qualcuno prima o poi me le mette a rosolare sopra la griglia, ma non ho nessuna speranza di infilarmi un paio di scarpe senza quell’arnese miracoloso. Mi risparmia cinque minuti di affanno quotidiano.

Molti, in particolare tutti quelli con un quoziente di intelligenza superiore a ottanta, ritengono che siano altri gli oggetti che hanno trasformato questa Terra in un mondo a misura di uomo. 

Come il bicchiere.

Se appartenete alla corrente creazionista, secondo la quale i bicchieri sono stati creati da Dio nei sei giorni più famosi della storia, devo darvi una brutta notizia. Non è così, altrimenti l’Eterno gli avrebbe accoppiati con una bella lavastoviglie.

No, i bicchieri sono un’invenzione umana, troppo umana. Fino al raggiungimento della posizione eretta non è che nessuno ne avesse sentito la mancanza. Bastava una sorgente d’acqua e li vedevi, i nostri antentati, tutti piegati ad abbeverarsi, i sederi in alto esposti alle intemperie.

Le cose cambiano con l’acquisto in quarantotto comode rate (TAEG 8, 65% TAN 7,27%) della posizione eretta. Ecco che iniziano i primi dolori alla schiena e hai voglia a piegarti per abbeverarti a una sorgente quando ti alzi già la mattina con una lombalgia che a volte è difficile distinguere dai sintomi del rigor mortis.

La domanda più naturale è dunque, come bevevano a tavola?

All’inizio non bevevano, ma molti si accorsero che, dal punto di vista evolutivo, non era la soluzione più intelligente. Rimase solo un piccolo gruppo di radicali che praticava lo sciopero della sete per protestare contro il proibizionismo delle droghe leggere e l’invenzione dell’alfabeto, ritenuto troppo lungo per essere memorizzato da chiunque sotto effetto di cannabis.

Così, il popolo si munì di cannucce lunghissime che infilavano direttamente nel lavandino. La soluzione, però, era poco pratica. Costruirono un lavandino sopra il desco, ma risultò impossibile trovare una tovaglia adeguata.

Nel primo secolo avanti Cristo, in un’area geografica che comprende Rodi, Alessandria d’Egitto, la Siria e Cinisello Balsamo, viene realizzata la produzione su grande scala di bicchieri a forma cilindrica.

Subito si assiste a un fiorire di matrimoni ebraici, con gli sposi che a fine cerimonia rompono un bicchiere avvolto in un fazzoletto, a ricordare la distruzione del tempio di Gerusalemme, anche se a me non risulta che sia stato schiacciato durante un matrimonio.

All’inizio sono tutti uguali, i bicchieri, e le padrone di casa faticano a distinguere quelli dell’acqua da quelli adibiti al vino. Il vino allungato con l’acqua ne è una drammatica conseguenza.

Le persone scoprono che con i bicchieri si possono fare un’infinità di cose, oltre al bere: per esempio, sbatterli sulla testa creando suoni degni di una sonata di Mozart; lanciarli durante liti famigliari; brindare; utilizzarli durante gli allenamenti del nuoto a dorso per stabilizzare la posizione della testa.

Tuttavia, sebbene i bicchieri, entrati di diritto nei manuali di galateo, abbiano contribuito a renderci delle persone più civili, non possiamo non citarne il lato oscuro e filosofico che da secoli oppone in una lotta fratricida due fazioni opposte.

Lasciando perdere le due correnti più estreme (il bicchiere completamente pieno o completamente vuoto), che puntano alla distruzione dell’apparato sociale, i commensali iniziarono infatti a domandarsi: ma il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Una domanda che accende ancora adesso gli animi e a cui non si è riusciti a dare una risposta conclusiva.

Mio nonno, un uomo che si era fatto da solo utilizzando del pongo e pochi colori, quando gli chiesi una volta cosa ne pensasse, mi rifilò una bella pedata nel sedere. Questo per dire che ci sono argomenti che ancora sono in grado di appassionare e dividere.

Lo storico Reinhard Maria Pillo, nel libro Invenzioni e sovvenzioni, scrive che guardare il bicchiere mezzo pieno sia come sostenere di avere visto una donna mezza incinta. Un paradosso, quindi, che deve essere risolto dall’intervento dello Stato. Solo una finanziaria che strizza l’occhio ai ceti meno abbienti può fornire a tutti cittadini liquidi in quantità per riempire i bicchieri.

Il fisico Reinhard Mattia Pillo, fratello del celebre Reinhard Maria Pillo, nel libro Gravità, vanità e pubblicità: il ruolo della a accentata per la fisica newtoniana, ritiene impossibile il concetto di mezzo vuoto. Se si intende il vuoto come regione di spazio priva di materia, allora non è possibile concepire il mezzo vuoto come mezza regione di mezzo spazio privo di mezza materia. Se invece si pensa al vuoto come la scatola cranica dell’Ugo Bestetti Cippo, allora è possibile, scrive il Mattia Pillo, “capire come il bicchiere mezzo vuoto rimanga tale”, anche se poi non ci dice come. 

Arnaut Guilhem de Trezzanò sur Navigliò, trovatore e alchimista del dodicesimo secolo, crede che il bicchiere non sia né mezzo pieno, né mezzo vuoto, ma semplicemente mezzo di locomozione. Per dimostrarlo ha cercato un estate di raggiungere l’estremo Sud della Calabria a cavallo di un bicchiere di vetro di Murano.

Non si sa bene come sia finita, ma qualcuno giuro di averlo visto ancora in fila sulla Salerno – Reggio Calabria.