Dovete sapere che nei tempi antichi non solo i mezzi di intrattenimento erano ridotti, ma pure quelli di locomozione. Per esempio, durante il neolitico, andare da Milano a Santa Margherita il venerdì sera era un’impresa ardua, ai limiti del possibile. Non che le cose siano cambiate molto al giorno d’oggi.
Se si attraversano i secoli, si incominciano a intravedere i primi segni del progresso. I cavalli non sono ancora dentro a un motore, ma se li attacchi a una carrozza, riesci a farti almeno il fine settimana in campagna, lontano dai miasmi cittadini.
Proprio in quel periodo, nel Ducato di Milano, già operoso centro economico dove le persone si alzano solo per fatturare, nasce il detto Hai voluto la bicicletta, adesso pedala!
Sono le sette di una mite serata primaverile, e un gruppo di messeri siede a un tavolino della locanda Magentum. Uno di loro incomincia a lamentarsi del suo matrimonio e di come la moglie non lo lasci nemmeno andare alle partite di calcetto del mercoledì sera. A quel punto il messere Iacopo Trivulzio Durini si alza e con voce tonante esclama, “Hai voluto la bicicletta, adesso pedala!”.
Davanti a una richiesta di spiegazione, il Trivulzio Durini ingurgita tre bicchieri di vino, poi tramortisce per terra, sbattendo la testa violentemente. Quando si risveglia, pensa di essere il cugino del pulcino Pio, e passa il resto della sua vita a mangiare granaglie e farina. Bisognerà aspettare un bel po’di anni prima di dare un senso all’esternazione del Trivulzio Durini.
È il 1817. Karl Drais, pseudonimo di Gennaro Karl Drais, inventa una bicicletta senza freni e pedali che si guida come se si camminasse, solo che si appoggia il sedere su un sellino. Anche volendo, qui c’è poco da pedalare. Se ne vendono a migliaia, fino a quando la gente si accorge che una bicicletta senza pedali non è una bicicletta. Una grande delusione che ancora non spiega il significato di quel modo di dire. Gli inventori capiscono che il perno su cui si regge tutto sono i pedali.
Tra il 1860 e il 1880 nasce il biciclo: ha una ruota davanti gigantesca a cui sono connessi un paio di pedali, un ruotino dietro e una scala in dotazione per aiutare le persone a sedersi sul sellino. Il problema è che, quando ci si ferma al semaforo, bisogna avere due metri di gambe per potersi ancorare al terreno. Poco pratico.
Nel 1884, John K. Starley, un appassionato di moto prima che venissero inventate, produce insieme al suo grande amico Carmelo Davidson il primo modello di motocicletta (almeno secondo loro), la Starley Davidson. Ha due ruote della stessa misura, il manubrio, un sellino e i pedali. Passa di lì un noto mafioso della zona, Vinnie detto Il cubista per le numerose risse a colpi di Fish and Chips che gli hanno modificato i connotati, rendendolo suo malgrado precursore di quella corrente artistica che si svilupperà in Francia pochi decenni dopo.
“Che mi venga un colpo! Che gran pezzo di bicicletta!”, esclama Il cubista, palpando con insistenza il sellino della Starley Davidson. Un chiaro esempio di molestie e infatti Vinnie detto Il Cubista finisce dritto davanti al giudice, che lo condanna a tre mesi di esposizione alla National Gallery.
Concentriamoci però su John K. Starley e Carmelo Davidson. Dopo essersi resi conto che la loro creatura non porterà Peter Fonda dalla California a New Orleans, uno shock da cui si riprenderanno una volta morti, realizzano di aver prodotto uno straordinario mezzo di locomozione che tornerà utile per completare il Giro d’Italia. Inizia la produzione di massa, in parallelo alla produzione di pali della luce, fondamentali per legare la bicicletta ed evitare di doversela ricomprare alla fiera di Sinigallia.
Per coloro che faticano a trovare l’equilibrio sulle due ruote, nascono i corsi di spinning, che permettono a migliaia di persone di pedalare in sicurezza ed evitare il problema di legare la bici.
La bicicletta è considerato un mezzo poco pratico per portare la famiglia in vacanza, ma molto meno inquinante della caldaia dell’Alfredo, che ogni volta che l’accende parte una manifestazione della Greta Thunberg.