Franco (Francone per i suoi amici, Franchino per i suoi genitori e Franculone per chi lo aveva bullizzato da piccolo a causa della suo essere corpulento) era un omone di due metri di altezza e centoquaranta chili di ossa, carne e doppie punte. Era l’ottavo di sette figli: la cosa poteva suonare bizzarra, ma i suoi erano gente semplice, poco avvezza alla matematica.
Avevano anche poca fantasia, visto che i figli si chiamavano tutti Franco. Per questo, avevano deciso di dare a ognuno di loro un cognome diverso. Il nostro Franco si chiamava Franco Franco, ma all’anagrafe lo avevano venetizzato in Francon.
Da cinque anni si guadagnava da vivere come manovale al porto di Mestre. La sua era una vita modesta: si alzava la mattina alle cinque, caricava e scaricava merci tutto il giorno, bestemmiava, si faceva un paio di cicchetti con i colleghi, bestemmiava, tornava a casa, cenava, guardava un po’ di televisione, una bestemmia prima di dormire e poi a nanna.
Franco non era un uomo ambizioso e, da convinto leibniziano, pensava di vivere nel migliore dei mondi possibili (tranne quando, alla finale dei mondiali del 2006, il suo televisore si era spento improvvisamente, provocando uno tsunami di bestemmie che, secondo quanto riportato dai giornali locali dell’epoca, aveva fatto vacillare la fede di molti).
Le sue convinzioni, però, erano state messe a dura prova da quello che gli era accaduto una sera di novembre del 2020, quando aveva raggiunto alcuni suoi amici in una famosa osteria di Venezia, non lontano dal ghetto ebraico.
Una nebbia densa era calata sulla città. La visibilità era talmente ridotta che Franco aveva creduto per qualche istante di trovarsi in mezzo alle risaie del pavese. Un coro di bestemmie lo aveva fatto rinsavire e, seguendo le imprecazioni, era arrivato all’osteria, dove era stato accolto da applausi e oscenità varie.
Aveva ordinato un bianchetto dopo l’altro, si era tolto il maglione, era scoppiato a ridere per ogni scemenza e aveva iniziato a raccontare una storiella sconcia, ma… si era bloccato. Non riusciva a bestemmiare.
Le bestemmie, per Franco, erano come l’aria, gli servivano come connettori tra una frase e l’altra, cin cin, salute. Aveva fatto una pausa, bevuto un altro sorso, inspirato e… niente. Il blocco delle bestemmie. I suoi amici sembravano tutti preoccupati
“Franco, tutto bene?”, aveva domandato uno di loro. Franco lo aveva guardato, aveva abbassato il capo, si era incupito e aveva detto “Non riesco…”
“Sì?”
“Non riesco… non riesco a bestemmiare”
Un silenzio tombale era calato dentro l’osteria.
“Come?”
“Sì, è come se fossi… come se fossi bloccato. Non riesco.”
Si era alzato subito un coro di ‘C’è un dottore?”, “Presto, chiamate un dottore!”
Caso volle che, proprio quella sera, si trovava lì, in compagnia di alcuni amici, il dottor Battiston. In realtà non era proprio un medico. Lo chiamavano dottore perché era l’unica della sua compagnia che era riuscito a finire la terza media.
Il Battiston, che aveva assistito a qualcosa di simile anni prima, durante un cenone natalizio, aveva capito subito la gravità del momento. Si era avvicinato al Francone e gli aveva sussurrato qualcosa all’orecchio.
Francone aveva annuito, salutato gli amici e si era accomiatato. Tutti si erano voltati verso Battiston, che aveva subito alzato la mano come per prevenire qualsiasi commento.
Nessuno lo aveva visto per almeno una settimana. Tra le vie di Mestre e i calli veneziani non si faceva altro che parlare di Franco e del suo problema. Gli anziani scuotevano la testa, bestemmiando, mentre i più giovani se ne stavano rinchiusi in casa, terrorizzati dalla possibilità di prendersi un virus che impedisse loro di bestemmiare come Dio comandava. Qualcuno chiedeva notizie del Francone e pregava il Signore di ridargli il dono dell’imprecazione.
E Francone, passata una decina di giorni, era tornato. La sera del cinque dicembre aveva spalancato la porta dell’osteria, facendo il suo ingresso con una bestemmia di tale portata che le campane della basilica di San Marco si erano messe a suonare a festa. Era stato accolto accolto con canti e balli, spritz spritz hurrà. Un piccolo capannello di avventori si era subito formato intorno a lui.
“Allora, Francone, cosa è successo? Dai, raccontaci”
“Ragazzi, sono andato da un ostiaopata”
“Uno bravo?”, aveva chiesto un tizio in fondo al gruppo.
“Bravissimo”
“E come ti ha sistemato?”
“Ha iniziato con delle manipoalzioni blande, ma niente”
“E poi?”
“E poi ha incominciato a calcare la mano. La mia schiena ha scrocchiato così forte che temevo me l’avesse aperta in due. Ma niente. Soffrivo, ma non mi usciva niente.”
“E allora?”
“E allora Teobaldo mi ha detto che il blocco era troppo profondo e che avrebe dovuto ricorrere alla manipoalzione più estrema”
“Quale?”
“Quella del mignolino”
A quel pensiero, le facce di quasi tutti gli avventori si erano distorte in una smorfia di dolore.
“Eh, sì. Così, mi ha preso il mignolino e taac, un male allucinante. E mi sono sbloccato. Ho tirato giù una madonna liberatoria. E poi un’altra. E qualche imprecazione, già che c’ero. Lì ho capito che ero guarito”
Un’altra ovazione con scroscio di applausi.
“Francone, ma dicci una cosa: che cosa ti ha sussurrato nell’orecchio il Battiston?”
“Eh, mi ha detto che la Terra deve essere piatta, altrimenti avrebbe le tette”.
E giù, tutti a bere.