L’uomo medio italiano, ma anche la donna media italiana, possiede un vocabolario compreso tra le venti e le quarantamila parole.
Sono tante? Sono poche?
Mi astengo da qualsiasi giudizio, anche se ci sono adolescenti che, da quello che sento in giro, conoscono solo la parola bro. Tuttavia, sembra che, nell’utilizzo quotidiano, subentri una certa parsimonia, un timore di rimanere a corto di vocaboli.
Forse è solo la paura di non essere capiti dal proprio interlocutore. Il risultato è che le parole, quelle effettivamente utilizzate, non superano le due, tremila.
Sono tante? Sono poche?
Mi astengo da qualsiasi giudizio, anche se i neonati, con la sola lallazione, riescono a cavarsela egregiamente, alla faccia di tutti quegli intellettuali che impiegano due pagine di libro per esprimere un concetto che meriterebbe al massimo dieci secondi della nostra attenzione.
Ripensavo a tutto questo dopo una delle ultime conversazioni che ho avuto con mia madre. Non ricordo quale fosse il fulcro del discorso. Quasi sicuro che girasse intorno al figlio di qualche cugino di terzo grado che aveva sposato la sorella della zia di un suo carissimo amico. O qualcosa del genere.
“No, fa il professore universitario e guadagna credo cosa”
Parole testuali che ho annotato perché io possa poi tramandarle ai miei figli, ai figli dei miei figli e, nel caso, a qualche figlio di qualche cugino di terzo grado che ha sposato la sorella della zia di un carissimo amico di qualcuno all’interno della nostra famiglia.
Lo confesso, in questo caso sono poco interessato al significato e molto interessato al significante.
Conosco mia madre e sono sicuro che si elevi al di sopra della donna media, se non per altezza, almeno per i vocaboli da lei conosciuti. Cinquanta, sessantamila. Ma pure settanta, ottantamila, esageriamo. Solo che, sarà l’età che avanza e che quindi anela alla massima efficienza, di tutte queste parole, ce ne sono due che dominano il suo lessico e le interazioni con chi la circonda.
La cosa. Il coso. E le loro combinazioni. Che, a rigor di logica, non è che siano tantissime. Eppure disvelano un mondo. O meglio, aiutano a descriverlo. E che mondo è quello fatto solo di cosa e coso?
Un mondo ridotto ai minimi termini, ma non per questo meno vero del mondo, per esempio descritto, da Proust nella Recherche. Certo, una descrizione di due pagine zeppa di coso e cosa potrebbe far storcere il naso ai vari soloni delle finezze linguistiche e letterarie, ma alla fine la cosa davvero importante è riuscire a comunicare.
Ecco. Le esperienze qui sono variegate. Non sempre fluide. A volte tormentate. Perché il coso e la cosa eleggono l’ambiguo a modus vivendi et operandi. “Mi passi il coso?” sospende ogni giudizio e si dona al mondo, pronto per essere interpretato. Sarà il telecomando? Oppure è il giornale? No, deve essere la tazza. Ma la tazza può essere solo la cosa, se il maschile e femminile nella lingua italiana hanno ancora un senso.
A meno che non sia una tazza fluida, e allora tra cosa e coso ci si potrebbe anche confondere.
E poi, possiamo quantificare la cosità delle cose? Quella cosa lì, sì, proprio quella, in quanto cosa può essere definita solo in termini di cosa. Ma in quanto tazza, può essere spiegata in termini della sua funzione. La tazza è allora meno cosa della cosa?
In quanto oggetto, è certamente una cosa, quindi la cosità è intrinseca nel suo essere, è ontologica. Sei una cosa o non lo sei. Anche se l’altro giorno ho visto un tizio con dei tratti somatici che mi ricordavano l’obelisco lateranense che portava al guinzaglio una roba che, lì per lì, ho pensato fosse certamente una cosa, o un coso, almeno fino a quando non ha iniziato ad abbaiare.
Però la cosa non può essere spiegata in funzione di niente, se non di cosa. La cosità è ontologica e anche gnoseologica, perché in questo caso la cosità, gettata nel mondo, ci aiuta anche a comprenderlo. O qualcosa del genere.
Il coso e la cosa, poiché denotano tutto e non denotano niente, sono intercambiabili. Almeno fino a un certo punto.
Perché mentre la cosa è neutra, il coso connota. Come colui che non deve essere nominato, ma non perché incuta timore come Voldemort, ma semplicemente perché il disprezzo è tale che non merita nemmeno di possedere un nome.
Lo conosciamo tutti un coso, lì, dai, come si chiama. Coso, no? Quello che ci bullizzava da ragazzini e che adesso dirige una multinazionale e va in giro con una macchina i cui sedili costano più della macchina con cui vado in giro io. Sempre coso rimane. Un coso senza cosità.
La cosità è così intrinseca nel nostro modo di esperire il mondo che la Marvel Comics ci ha creato pure un personaggio, la Cosa, un supereroe che eleva il concetto di cosa fino a trasformarlo, da nome comune che definisce senza specificare a nome proprio che definisce e specifica.
Tuttavia, mia madre non legge fumetti e non ama nemmeno disquisire sul nulla che nulleggia. Nel suo caso, siamo nell’ambito della sopravvivenza, della comunicazione ridotta al minimo comune denominatore, del linguaggio ridotta all’essenza, di un vocabolario liofilizzato che bada più alla sostanza che alla forma.
E allora, viva la cosa, il coso, le cose, i cosi e tutta questa realtà che non si lascia definire dai limiti del nostro linguaggio.
Detto ciò, non ho ancora capito, ma quanto guadagna questo professore universitario?