Riso(tto) amaro?

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti (3 febbraio 2021) è puramente intenzionale.

Non sono un gran parlatore, non lo sono mai stato. Un tempo, ero più loquace. Invecchiando, devo aver consumato tutti gli argomenti disponibili. Sono anche umorale, la parlantina mi va e viene a seconda delle fasi lunari. Luona nuova e piena, produco uno tsunami di vocaboli. Poi mi spengo.

La cena è il luogo ideale del mio silenzio certosino. Mentre fonemi germanici mi entrano da un orecchio per uscirne dall’altro trasformati in rumore bianco, io mi perdo nei miei pensieri. La cosa innervosisce parecchio mia moglie, che gradirebbe il minimo sindacale di presenza. I figli non paiono esserne infastiditi più di tanto.

Forse, memore del cogito ergo sum, cerco una prova della mia esistenza. D’altro canto, se non esistessi, la reazione di mia moglie sarebbe eccessiva.

Nella graduatoria delle parole da zero a cento nel minor arco di tempo possibile io, a tavola, occupo l’ultimo posto. J. tiene saldo il terzo posto (tranne quando parla per centottanta minuti senza pause con le sue amiche), D è in seconda posizione, alternando frasi compiute a neologismi e versi di dinosauro.

Sul podio più alto c’è A., che utilizza solo delle micropause per prendere aria. A volte parla così veloce che si mangia tutte le parole e poi capisco perché non ha più fame.

“Allora lui chwdedkdkede”
“Come?”
“Sì, e poi fvfkovfkv”.

B., con i suoi “Eghe eghe”, è al momento fuori gara: se non gradisce, ci mostra il suo disappunto versando litri di vomito.  

A volte, però, grazie a un defibrillatore psichico, mi riaccendo e interagisco come una persona normale. Abbastanza normale. Così, una sera, una di quelle buone, conversiamo amabilmente davanti a un bicchiere di buon vino. Io, perché i miei bambini non bevono ancora alcolici. Non fa bene ai bambini. Ai genitori sì, però.

D., nelle vesti di oratore principale, tiene banco. Non che mi ricordi molto il tema, anche se immagino spaziasse da Kai di Kung Fu Panda alla ripetizione ossessiva di cacca. A un certo punto, parlando di qualche suo amico, dice che “Mi ha fatto risotto”. 

“Scusa?”, domando, credendo di aver sentito male. O forse avevo sentito bene, ma cercavo di prendere un po’ di tempo per dare un senso compiuto a quello che avevo appena ascoltato. 

“Mi ha fatto risotto”, ripete. 

Siccome sono un genio, gli dico “Ti ha fatto ridere?”

“Sì”, risponde.

J. sta già ridendo. Il risotto la fa ridere. Anche A. sta ridendo. Il risotto fa ridere pure lui. E rido pure io, perché è impossibile resistere al risotto. E se vi domandate che razza di risotto fosse mai, io non lo so. Scotto, al dente, poco importa. 

Di sicuro non era un risotto amaro.