Il salve gente!

La gente deve essere intrattenuta. Da sempre. Panem et circenses. Feste aziendali. Film in streaming. Riunioni condominiali.

La gente deve essere intrattenuta perché altrimenti si annoia, e se si annoia è capace di commettere gli atti più nefandi, tipo vandalizzare un autobus, pisciare giù dal balcone o, Dio ce ne scampi, pensare.

I bambini devono essere intrattenuti e, se non possono essere intrattenuti, devono essere piazzati davanti a una tivù. E se non hanno la tivù? Dio ce ne scampi!

Gli anziani devono essere intrattenuti, e a volte pure trattenuti, che quelli in casa di riposo non è che ci vanno sempre così volentieri, e allora tombola, scopa anche se suona come qualcosa di nostalgico e tutti a fare il trenino a capodanno, deambulatori permettendo.

In una società che fa dell’intrattenimento il suo primo e unico comandamento, servono persone che sappiano intrattenere. Ed è qui che fa il suo ingresso il Salve gente, una figura che si è imposta alla fine degli anni Ottanta e che la Tre cani definisce, infischiandosene della matematica,  “Una figura mitologica, metà animatore, metà speaker e metà scemo”.

Il Salve gente è un ottimista di natura, uno che vede il bicchiere sempre mezzo pieno di Franciacorta e che pensa che un “Salve gente!” pieno di entusiasmo salverà il mondo.

“Salve gente!”, urla dalla costa, guardando il barcone di immigrati colare a picco. “Salve gente!”, urla, davanti a centinaia di persone incolonnate in autostrada. “Salve gente!”, urla, in mezzo a una rissa tra tagliagole.

Ogni occasione è buona per esternare il suo impeto, sbracciarsi, dare il benvenuto, sventolare il fazzoletto. 

Navi da crociera, villaggi turistici, balconi, uffici comunali, stadi, piscine, bagni pubblici, autogrill, aiulole di spaccio, il water di casa vostra, il Salve gente è da tutte le parti e in nessun luogo, un idiota alla Dostojevski in cui tutta la spiritualità e stata sostituita da un vacuo ottimismo e da una inarrestabile stupidità.

Il Salve gente non nasce così, ma lo diventa. Il Salve gentismo è una condizione transitoria da cui si può uscire, se correttamente assistiti.

Ne abbiamo parlato con il dottor Arnaldo Imbronciato, primario di neurologia all’Istituto degli umori di Milano. Siamo stati accolti nel suo studio, al decimo piano di un edificio nel centro di Milano con una vista della Madonna. Anzi, della Madonnina.

Davanti a una tazzina di caffè, Imbronciato ci ha raccontato teneri episodi della sua infanzia, come quando, a soli tre anni, venne fatto rotolare giù dalle piste innevate del Cervino, fino a valle, scatenando due anni di incontenibili risate.

Il medico ci ha prima spiegato l’importanza di una giusta attitudine verso la vita, di come sia fondamentale avere un umore stabile, bilanciato, privo di grassi saturi e di come l’ottimismo, una volta molto più ottimista, sia diventato uno strumento di inebetimento generale.

Il Salve gentismo è la conseguenza, e non la causa, del declino e dell’imbarbarimento della società, una condizione di idiozia temporanea che, se non curata, può perdurare tutta la vita.

Abbiamo domandato allora a Imbronciato come si curi il Salve gentismo. Innanzi tutto ci ha spiegato che il ricovero è coatto, perché il Salve gente, preso da un delirio di onnipotenza ottimista, non è in grado di riconoscere, e quindi ammettere, il problema.

Una volta internato, al paziente viene fatta indossare una camicia di forza, che serve ad aumentare, nella visione del bilanciamento umorale, lo slancio pessimista. Quindi, al paziente viene fatto sollevare il peso della sofferenza e quello della responsabilità, quattro ripetizioni da dodici, un minuto di pausa tra una ripetizione e l’altra.

Ogni ora entrano un paio di persone nella stanza e, appena il paziente le accoglie pieno di entusiasmo, riceve due sonori schiaffoni. E tutte le sere, zuppa di broccoli e la visione de Il settimo sigillo. Il trattamento dura due anni e quando il paziente viene dimesso, è talmente triste che, quando guarda Dumbo, ride.

Alla fine dell’intervista, entrano due energumeni che fanno indossare al dottor Imbronciato una camicia di forza, gli tirano due schiaffoni e lo portano via.

Insieme a loro c’è un tizio che mi porge la mano e mi fa, “Piacere, dottor Imbronciato”. Io gli dico che ho appena parlato con il dottor Imbronciato e lui mi dice che non è possibile, perché lui è il dottor imbronciato.

Allora gli domando chi è il tizio che hanno portato via e lui mi domanda di quale tizio stia parlando. Io gli rispondo di quello a cui hanno messo la camicia di forza e in quel momento entrano due energumeni e portano via il nuovo dottor Imbronciato, non senza avergli messo prima una camicia di forza e avergli appioppato due sonori ceffoni.

Insieme a loro c’è un bambino che mi porge la mano e a quel punto dico al bambino che lui di certo non può essere il dottor Imbronciato perché è solo un bambino.

Il bambino mi dà ragione e dice che io sono il dottor Imbronciato, ma io dico che non è possibile perché sono un giornalista e a quel punto entrano altri due energumen, mi mettono la camicia di forza, mi assestano due manrovesci e mi portano via prima che io riesca a pronunciare “Salve, gente!”.