Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti (maggio 2021) è puramente intenzionale.
B. ha appena aperto gli occhi e ha iniziato a dondolarsi sulla sua sedia. Fortuna che è legato come un salame, altrimenti si catapulterebbe contro la finestra.
A. e D. sono ancora a bruciarsi le sinapsi davanti al televisore, ridendo come pazzi quando Buck, il furetto completamente pazzo dell’Era Glaciale 3, enuncia le terza regola, quella che dice che chi fa le puzze deve viaggiare in fondo al branco.
Rido anche io, poi faccio loro presente che è una regola che dovremmo adottare anche noi in famiglia, visto che, con quattro maschi, di produzione gassose qui ne abbiamo pure troppa.
Bene, gli hamburger sono pronti. Bruciati ma pronti. Mi armo di coltello e pratico uno scalpo chirurgico per eliminare la parte bruciacchiata. Bene, anche le patatine sono pronte. Apro il forno, mi munisco di presine da cucina, riesco lo stesso a ustionarmi un paio di dita e verso le patatine in un bel ciotolone che deposito sul tavolo.
“È pronto!!!”, urlo, e mi rispondono “Arriviamo” anche dal palazzo di fronte, mentre i miei figli pare abbiano perso temporaneamente l’udito. Così, agguanto il telecomando e spengo la televisione.
Il gesto produce inizialmente una reazione simil epilettica durante la quale A. e D. si gettano per terra, sbavano, vengono presi dalle convulsioni e dalla disperazione.
Il numero dell’esorcista è in rubrica, ma basta attendere un paio di minuti, gettare parole a caso come patatine e ketchup ed ecco che, in maniera composta, tipo i pendolari che cercano di agguantare al volo il treno che sta partendo, raggiungono la loro postazione.
Sollevo la sedia con dentro B., l’appoggio di fianco a me e, con le mani rivolte verso il cielo, perché il miracolo è avvenuto, auguro buon appetito. E tua moglie? È fuori a cena, grazie, me la cavo benissimo anche da solo. Abbastanza bene. Bene. Sopravvivo. Cerco il numero dell’analista.
Adesso che sono a tavola da solo con la prole, mi devo sforzare di parlare di più. Spesso, a cena, mi perdo nei miei pensieri, che non sono molti, ma sono piuttosto contorti così che mi capita spesso di arenarmi, che la dritta via era smarrita.
“Come è andata oggi alla scuola materna?”, domando al primogenito.
“Bene”. Finito. Il dono della sintesi.
“Come è andata oggi all’asilo?”. Mi rifaccio avanti con il mio secondogenito.
“Bene”. Noto del ketchup sulle sue orecchie. Sulle sopracciglia. Sulla finestra dietro di lui. Ma come ha fatto? A parte quello, o forse per quello, la conversazione sembra si sia impantanata.
Non demordo. “A., chi è il più simpatico della tua classe?”
“Z.”, mi risponde.
“E il più brigante?”. A. mi fa un elenco di due o tre bambini colpevoli di non ascoltare mai quello che dice la maestra. Come minimo, qui sono tre anni di galera.
“E da te, D., chi è il più simpatico della tua classe?”
“Oggi, papà, sono andato dai Goldfish e”
“No, D., volevo solo sapere…”
“PA-PÀ! Lo racconto!”
“Va bene, scusa, vai avanti”
“E dai Goldfiiish, chiii, facevaaa, più silenzioo, dopo la pausa del dormiiree, era quello che giocava per primooo”
In quel momento dei punti di domanda incominciano a piovere giù dal cielo, colpendomi in testa senza possibilità di potermi riparare da qualche parte. Dunque, chi fa più silenzio, dopo aver dormito, gioca per primo?
Parto dal cogito ergo sum, porto avanti la questione ontologica, ripeto le proprietà dell’algebra booleana, creo una curvatura spaziotemporale che poi scopro di essere solo un paio di tette e alla fine sventolo bandiera bianca: non ho capito un tubo.
“Va bene, D., ma chi è il bambino più simpatico dell’asilo?”
“Io!”
A. scoppia a ridere, io lo seguo mentre B. sputa il ciuccio e spara una scorreggia tale che ho l’impressione, per un breve momento, che la sua sedia si stia sollevando. A quel punto lo prendo e lo metto proprio là, in fondo al branco: la regola numero tre di Buck non ammette eccezioni.