Tutti gli anni, dal sette al quattordici luglio, a Pamplona, migliaia di forsennati provenienti da tutto il mondo si riversano per le strade della città cercando di non finire incornati da una mandria di tori imbestialiti.
Uno tsunami di virilità e alcol pronto a sfidare zoccoli, corna e muggiti per qualche secondo di gloria e adrenalina. E i tori arrivano, eccome se arrivano, un pelo indisposti, sbuffando dalle narici, sputando e mandando a quel paese chiunque si trovi sul loro tragitto.
La domanda è: come mai degli animali che passano la vita a pascolare, tranquilli, i loro quintali di erba e fieno e a montarsi centinaia di vacche, improvvisamente perdono la testa e decidono di mettersi alle calcagna di dei disagiati che necessiterebbero di un trattamento sanitario obbligatorio?
Molti pensano sia colpa dei banderillero, che pungolano i tori con i loro arpioni e li obbligano a guardare Temptation island, provocando le ire funeste bovine. Ma si sbagliano.
C’è una persona, una sola, il cui lavoro è occuparsi di far imbestialire le bestie. Il calciatoro. I tori, prima di essere liberati, attendono dietro a un recinto. Mentre parlano del più e del meno, ignari di quello che avverrà da lì a pochi minuti, il calciatoro, a fondo campo, si scalda.
Allunghi, cambi di direzione. Si è allenato duramente, tutto l’anno. Ora è arrivato il suo momento e sa che non potrà fallire. La concentrazione è massima. Inspira ed espira, lentamente. Non lo conosce nessuno. Non lo vede nessuno. Fa una vita di merda.
Eppure il suo contributo è fondamentale. Senza di lui, niente Pamplona. Niente tori infuriati. Niente corse a perdifiato e simpatiche incornate. Il calciatoro è come il direttore della fotografia nel cinema: nessuno sa chi sia, eppure provate a toglierlo e vedrete cosa succede. Forse niente, ma non è questo il punto.
Quello che fa il calciatoro è attingere al passato per riproporre, in chiave moderna, una tradizione centenaria. Un gesto sportivo di rara potenza ed eleganza che, in modo mirato, scatena la bestia che c’è nella bestia.
Così, ogni giorno, dal sette al quattordici luglio, quando l’orologio segna le otto del mattino in punto, il calciatoro finisce il suo riscaldamento e si ferma. Sputa per terra. Chiude gli occhi per un momento. Li riapre. Guarda dritto davanti a sé. Il vento gli scombina i capelli. Anche quando non c’è vento. Anche quando non ci sono i capelli.
Si accentra in direzione dei tori e inizia a correre. All’inizio, lentamente. Poi, sempre più velocemente, in un crescendo parossistico. È a soli pochi metri dagli animali, ma la sua corsa pare non finisca mai.
Per darsi forza, canta una filastrocca che gli cantava sempre sua mamma prima di abbandonarlo all’Autogrill. Giro giro tondo, ma all’incontrario: orig orig odnot acsac li odnom. Non ha ancora capito perché. Questo, tuttavia, non gli ha mai impedito di comprarsi un Camogli.
Finalmente, vede il traguardo. Non è un bel vedere, ma a lui non importa. Conta il gesto. Conta il risultato. Conta essere qualcuno invece che qualcun altro. Arrivato a distanza di calcio, assesta una poderosa pedata nelle palle del primo toro che gli capita a tiro.
L’urto è talmente violento che non solo i testicoli taurini risalgono le cavità interne del povero animale fino a incastrarsi nelle narici, ma produce una potente onda d’urto che investe anche i testicoli di tutti gli altri tori, causando dolori lancinanti convertiti in pochi millesimi di secondi in ira funesta. Ringrazio tutti i giorni l’Onnipotente per non avermi creato toro di Pamplona.
Quando il recinto viene alzato, i tori si riversano fuori bestemmiando e fidatevi, delle bestemmie così nemmeno se sbattete il mignolino contro lo spigolo del tavolo siete in grado di immaginarvele, e al grido di ‘Morte ai farfufi’, si lanciano all’inseguimento di chiunque si pari loro davanti.
Che cosa significhi ‘Morte ai farfufi’, nessuno lo sa. D’altronde, non è che i tori parlino così forbito. Una volta usciti, il calciatoro si ritira, esausto, in una stanza di decompressione e, dopo aver mangiato una mentina, dorme per due giorni di fila.
Il più famoso calciatoro del mondo, nonché l’unico, è Mbarek Izzo, un pigmeo di origine partenopea, famoso per aver interpretato la palla da bowling di Jesus Quintana ne Il Grande Lebowski.