Jack lo squartaore

Il commissario Adelmo Tramballi accese l’abat jour. “Diamine, sono le cinque e mezza del mattino”, pensò. Sputò per terra e prese il telefono.

“Pronto? Sì, buongiorno un cazzo Alfieri. No, non c’è problema, dica. D’accordo, arrivo”. Cinque minuti dopo il commissario guidava per le strade di una Milano avvolta dalla nebbia. Un fenomeno strano per il mese di giugno. Ad attenderlo c’erano due auto della polizia.

“Quale?” domandò. Alfieri glielo indicò con il dito. Un altro orologio mutilato. In piccolo, vicino a quel che restava della lancetta dei minuti, era stato scritto Tempus fugit. “Jack lo squartaore”, commentò Tramballi. “Quel gran bastardo”. 

Sputò per terra, centrando la scarpa destra. “Alfieri, invii tutto alla scientifica. Voglio le analisi sulla mia scrivania pronte per mezzogiorno. Anzi, facciamo le undici”. Si fermò al bar dietro al commissariato, che era già aperto, e ordinò un caffè macchiato e una brioche. Il caffè, come sempre, era imbevibile, e la brioche era dura come il pane raffermo, ma il commissario era un tipo tosto, se ne fotteva del sapore. Consumata la colazione, pagò, sputò per terra e si avviò verso l’ufficio. 

Era ormai più di un anno che Jack lo squartaore terrorizzava i cittadini con i suoi gesti efferati. Il modus operandi era sempre lo stesso: a un orologio sul palo veniva tolto il vetro, poi, le lancette venivano tagliate, il quadrante aperto a metà, probabilmente con un bisturi, e il meccanismo smontato.

Lo psicopatico lasciava ogni volta una frase sul tempo. I milanesi erano gente precisa, puntuale, che lavorava sodo, e la mutilazione degli orologi era qualcosa che li colpiva nel profondo, dilaniandoli nelle viscere. Tramballi non poteva tollerare questa sofferenza. Avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere per consegnare alla giustizia quella canaglia.  

Bussarono alla porta del suo ufficio.

“Avanti”
“Buongiorno capo”, esclamò Alfieri, “le ho portato i risultati della scientifica”
“Notizie buone, spero”
“Non lo so, capo, non gli ho letti”
“Va bene, li appoggi qui sopra”

Alfieri appoggiò il documento sulla scrivania e rimase lì, immobile.

“Alfieri, può andare”
“Sì capo, a sua disposizione”

Tramballi iniziò a leggere. Globuli bianchi, ematocrito, glicemia. Arrivò fino in fondo.

“Alfieri! Alfieri!”
“Sì, capo”
“Questi sono i risultati dei suoi esami del sangue”
Alfieri diede un’occhiata veloce. “Ha ragione capo, mi scusi. Devo aver scambiato le cartellette”
“Non fa niente. Mi porti quella giusta. E non si preoccupi, il suo colesterolo è perfetto”

Pochi minuti dopo il commissario si trovò davanti l’esito della scientifica. ‘L’orologio è stato mutiliato intorno alle due e venticinque del mattino. Le lancette, dopo essere state sedate, sono state tagliate con un paio di cesoie e il quadrante è stato inciso con un bisturi numero 24. L’orologio si è fermato all’istante e non ha sofferto. Sul palo sono state trovate tracce di due tipi diverse di urina. La prima appartiene all’agente scelto Alfieri che, vista l’ora, non poteva trovare un altro posto dove svuotare la vescica che, a suo dire, era piuttosto piena. La seconda a un labrador, taglia media, sui tre anni’.

“Non mi sono mai piaciuti i labrador”, disse tra sé e sé. “Con quella loro finta aria bonaria”. Sputò, centrandosi di nuovo la scarpa. “Ma non è lui quello che cerchiamo”. Tramballi continuò a leggere. ‘La scritta Tempus fugit è stata fatta con un pennarello nero. Il pennarello non è stato trovato, ma sono state trovate delle impronte sulle lancette. Sono dell’agente scelto Alfieri che, dopo aver pisciato, non voleva asciugarsi le mani sulla divisa e perciò ha pensato di farlo su quel che restava delle lancette. Dietro al quadrante è stata recuperata una cicca al gusto limone. Riteniamo che la cicca sia stata appiccicata dal soggetto criminale come sfida nei confronti degli investigatori. Dalle analisi del DNA sono stati escluse tutte le persone con i capelli rossi. Il soggetto criminale è un uomo intorno ai trent’anni e si chiama probabilmente Alcibiade’.  

“Alfieri! Alfieri!”.

La porta si aprì e Alfieri entrò, trafelato. “Sì, capo!”
“Controlli tutti i trentenni di questa città che si chiamano Alcibiade.”
“Sì capo, subito!”

Tramballi si fece cadere all’indietro, mise le mani dietro alla testa e sfoggiò un sorriso di soddisfazione. “Lo teniamo per le palle, questo psicopatico. Lo teniamo per le palle”.

Un’ora dopo ricevette una email da Alfieri. “Lista sospettati” diceva il titolo. C’era un allegato. Lo aprì e iniziò a scorrere. La lista conteneva ventiquattromila persone. 

“Alfieri! Alfieri!”
Alfieri spalancò la porta. “Capo”
“Come diavolo è possibile che in questa città ci siano così tante persone che si chiamano Alcibiade!”
“Capo, trent’anni fa era un nome molto di moda. Sa, per il cantante.”
“Quale cantante?”
“Alcibiade”
“Mhh”
“Anche io mi chiamo Alcibiade”
“Davvero?”
“Sì. Alcibiade Maria Alfieri”
“Mhh…Quanti anni hai, Alfieri”
“Trenta, capo”
“Dove ti trovavi ieri, tra le due e le tre del mattino?”
“Facevo il turno di notte, capo!”
“Hai qualche testimone?”
“Ero sulla volante con Gargiulo”
“Gargiulo chi?”
“Alcibiade Gargiulo”
“Maledizione! Alfieri, sparisci!”

In mezzo ad altri ventiquattromila Alcibiade non sarebbe stata una passeggiata trovare la persona che cercavano. Era come pisciare in un bosco controvento cercando di centrare un sasso: era possibile, ma maledettamente difficile.

Doveva rimanere positivo. In una città di due milioni di abitanti, IVA inclusa, erano già riusciti a restringere il cerchio di parecchio. Era questione di giorni, forse un mese, al massimo un anno e Jack lo squartaore sarebbe finito per sempre dietro le sbarre. 

Sputò per terra. Doveva pur esserci un modo per trovare quel farabutto. Avrebbe dedicato l’intero pomeriggio a trovare una soluzione, e pure la sera, se fosse stato necessario.

Venti minuti più tardi si addormentò e fece un sogno stranissimo. Era davanti a un orologio che indicava solo i minuti. In cima all’orologio c’erano tre nani che cantavano. Tramballi chiese loro cosa stessero cantando e risposero che stavano intonando una ninna nana. Tramballi li corresse, ninna nanna, ma loro continuarono a ripetere ninna nana. Ai piedi dell’orologio c’era un labrador. Il labrador urlò, silenzio Alfieri! Il commissario rispose che non era Alfieri, ma il commissario Tramballi, e a quel punto il labrador gli sputò sulle scarpe e disse, certo che lo sei, Jack lo squartaore! 

Tramballi si svegliò. Erano le quattro e mezza, aveva dormito due ore. Cercò di dare un senso a quello che aveva appena sognato, ma riuscì solo a disegnare degli enormi peni sulla sua agenda. 

Quella notte Tramballi non riuscì a chiudere occhio. Provò a contare fino a ventiquattromila Alcibiadi, ma gli venne il nervoso e si fermò a duecento. Si concentrò sulla lancetta dei secondi, tic tac, tic tac, ma pensò a Jack e gli venne il nervoso. Sputò per terra, centrando in pieno le ciabatte, e andò a farsi una tazza di caffè. Nero, bollente, lungo, come piaceva a lui.

Se il nome era Alcibiade, perché mai lo chiamavano Jack? D’altronde, se lo avessero chiamato con il suo nome, il sospettato avrebbe incominciato a sospettare. E se fossero stati tutti colpevoli, questi Alcibiadi? Se fosse stata una congiura e ognuno di loro avesse partecipato a questi orrendi crimini? Non avrebbe più potuto fidarsi di Alfieri. Nemmeno di Gargiulo. 

Gli orologi deturpati erano quindici. Prese la calcolatrice e divise ventiquattromila per quindici. Faceva milleseicento per orologio. Un tale assembramento non sarebbe passato inosservato. No, doveva essere una persona sola. Che cosa lo spingeva a fare quello che faceva? Non era stato amato abbastanza quando era piccolo? A scuola gli tiravano i lobi delle orecchie? Era stato tradito da un orologio? Quante domande. Il commissario sbadigliò, sputò nella tazza e tornò a letto. Tic tac, tic tac, faceva l’orologio. “Tempus fugit”, pensò. “Maledizione!”.

Il giorno dopo Tramballi arrivò al commissariato di buon’ora. “Buongiorno, capo!”, disse Alfieri. “Buongiorno un cazzo”, rispose Tramballi, sputando per terra e centrando la scarpa destra di Alfieri. Poi entrò nel suo ufficio e sbattè la porta. Era riuscito a dormire solo un paio di ore e non era affatto di buonumore.

Orologi, Alcibiade, labrador, cicca, regnava una grande confusione nella sua testa. Davanti a lui, sotto il foglio pieno di peni, c’era il fascicolo sul caso Jack lo squartaore. Lo lesse da capo a piedi, soffermandosi sulle analisi della scientifica e su tutti i dettagli che poteva aver trascurato. 

“I dettagli, i dettagli”, gli ripeteva sempre suo nonno, quando lo colpiva in testa con il giornale. “Ma certo, come abbiamo fatto a non accorgercene!”, esclamò, eccitato. Colorò i peni che aveva disegnato e chiamò Alfieri.

L’agente bussò alla porta. “Con permesso”.
“Alfieri, l’uomo che stiamo cercando ha un labrador”
“Un labrador?”
“Sì. È presente in tutte le scene del crimine. All’inizio pensavo fosse una casualità, ma quindici volte di fila non può più essere una casualità. Voglio sul mio tavolo una lista di tutti gli Alcibiade in possesso di un labrador”

Più tardi, Alfieri si presentò con la nuova lista. C’erano solo due nomi. Alcibiade Latorre, domiciliato in via Arzaga al 4, e Alcibiade Fustino, domiciliato in via Mercato al 6. 

“Capo, corrispondono all’identikit. Sono degli Alcibiade, sui trent’anni, hanno un labrador”
“Alfieri, riempi quattro volanti e portatemeli qui.”. Sputò, colpendo Alfieri sui pantaloni.
“Subito capo!”

Tramballi odorava già il profumo della vittoria. Visibilmente eccitato, faceva fatica a rimanere seduto. “Ma quando arrivano”. Guardò l’orologio. Erano passati solo dieci minuti. Undici. Dodici. 

Che frustrazione il tempo. Andò alla finestra. Sputò, colpendo in testa un passante. “Coglione!”, gli urlò. 
“Sono il commissario Tramballi!”, rispose. 
“Commissario Tramballi, lei è un coglione!”. 

Normalmente non l’avrebbe fatta passare liscia a un asino come quello, ma in quel momento non riusciva a pensare ad altro che ai due sospettati. Venti minuti. Si sdraiò sulla scrivania. Non aveva mai osservato il suo ufficio da quella posizione. Faceva schifo uguale. Si appisolò. Quando riaprì gli occhi, sentì un carosello di clacson. Poco dopo bussarono alla porta.

“Avanti”
Entrò Alfieri. Rimase qualche secondo in silenzio. “Capo, è sdraiato sulla scrivania”
“Grazie Alfieri, me ne ero già accorto” 
“Abbiamo i due sospettati”
“Ottimo lavoro, Alfieri”. Scese dalla scrivania. “Andiamo”

Tramballi entrò con Alfieri nella prima stanza. Si avvicinò all’agente scelto. “Alfieri”, gli sussurrò, “questa è una donna”
“Sì, capo”

Seccato, il commissario sbuffò e si sedette dall’altro lato del tavolo, di fronte alla sospettata.

“È lei Alcibiade Latorre, domiciliata in via Arzaga al 4, terzo piano, scala sinistra?”
“Sono io”, rispose la donna.
“Mi scusi, ma è davvero sicura di essere Alcibiade Latorre?”
“È il mio nome”

Alfieri fece un cenno di assenso con il capo.

“Alcibiade è un nome da uomo. Lei è una donna”
“Sì, ma i miei erano fan sfegatati del cantante, ha presente?”“Mhmh… Le spiacerebbe togliersi gli occhiali da sole”
“Preferirei di no”
“Insisto”
“Commissario, sono cieca”

A quelle parole Tramballi fece segno ad Alfieri di avvicinarsi. “Alfieri”, gli sussurrò, “questa donna è cieca”
“Sì, capo, ma non siamo sicuri che non finga”

Tramballi si voltò e fece per colpire con un pugno la sospettata, fermandosi a pochi centimetri dal suo viso. La donna non si mosse nemmeno di un millimetro. Tramballi fulminò Alfieri con lo sguardo, poi sputò, colpendo la donna sulla punta delle scarpe. “Tanto non ci vede”, pensò.

“Posso chiederle dove si trovava martedì, tra le due e le tre del mattino?”
“Commissario, a quell’ora di solito dormo. Mi alzo alle sei e trenta tutte le mattine per andare a lavorare”
“Ha qualcuno che possa confermarlo?”
“Il mio compagno, che è qui fuori ad aspettare. Posso sapere perché sono qui?”
“Come si chiama?”
“Scusi?”
“Il suo compagno, come si chiama?”
“Alcibiade Barzagni”

Tramballi si voltò verso Alfieri e gli fece cenno con la mano. “Alfieri, scimunito, il suo compagno si chama Alcibiade!”
“Sì, capo”
“Portamelo subito qui!”
“Sì, capo”

Alfieri uscì per ricomparire poco dopo in compagnia di Alcibiade Barzagni, che si sedette vicino alla compagna.

“Dunque lei è Alcibiade Barzagni, domiciliato in via Arzaga al 4, terzo piano, scala sinistra?”
“Precisamente”
“E questa signora che le siede di fianco è la sua compagna?”
“Precisamente”
“Quanti anni ha?”
“Trenta”
“Maledizione”, disse tra sé e sè. “Posso chiederle dove si trovava martedì, tra le due e le tre del mattino?”
“Dormivo”
“E come fa a sapere che era proprio tra le due e le tre che stava dormendo se stava dormendo?”
“In effetti non lo so con certezza, ma mi sono coricato verso le undici e mi sono svegliato alle sei e un quarto, perciò immagino che tra le due e le tre stessi dormendo”
“Lei immagina? Qui non si tratta di immaginare. Qui si tratta di sapere con certezza”
“L’unica cosa che so con certezza è che penso, dunque sono.”

Tramballi si alzò e si mise a girare per la stanza. “Proprio un cartesiano mi doveva capitare”, borbottò. Si sedette di nuovo.

“Signor Barzagni, ha qualcuno che può confermare la sua versione dei fatti?”
“La mia compagna, che è seduta qui di fianco a me”
“Lei è?”, chiese il commissario.
“Alcibiade Latorre”
“Dov’era martedì, tra le due e le tre del mattino”
“A quell’ora dormivo, commissario”
“Ha qualcuno che può confermarlo?”
“Il mio compagno che è qui di fianco”
“Lei è?”
“Alcibiade Barzagni”
“Dove si trovava martedì, tra le due e le tre del mattino?”
“A letto”
“Ha qualcuno che può confermarlo?”
“La mia compagna, che è seduta qui di fianco a me”

Il commissario sembrava piuttosto seccato. Fece un cenno ad Alfieri, che si avvicinò.

“Alfieri, questo è un circolo vizioso, non ne esco più”
“Sì capo”
“Se Alcibiade stava dormendo, non può confermare l’alibi del suo compagno. Se invece non stava dormendo, può confermarlo, ma in quel caso mente. D’altrocanto, se Alcibiade stava dormendo, non può confermare l’alibi della sua compagna. Se non dormiva, può confermarlo, ma allora mente”
“Capo, non ho capito niente”
“Neanche io, neanche io”. Sputò, centrando in pieno la gamba del tavolo.
“Va bene, potete andare. Alfieri, accompagni fuori i signori”

Rimase per qualche minuto da solo nella stanza. Aveva la testa piena di pensieri. Fece a mente la tabellina del tre, che lo aiutava a rilassarsi. Chi era Jack lo squartaore? Che cosa voleva? Era alto, basso, aveva i baffi? Possibile che non ci sia nessun’altra parola nel vocabolario dopo zuzzurullone? Con questi interrogativi, uscì e si diresse verso l’altra stanza. 

Quando entrò, insieme ad Alfieri, si trovò davanti un ragazzo che se ne stava seduto sulla sedia nella posizione del loto, con gli occhi chiusi. Il commissario si schiarì la voce e, come in precedenza, si sedette di fronte al sospettato, dall’altra parte del tavolo. Alfieri rimase in piedi, nell’angolo. 

“Lei è Alcibiade Fustino, domiciliato in via Mercato al 6?”. 
Il ragazzo aprì gli occhi. “Rispondo solo in presenza del mio avvocato”
“Bene, lo chiami”
“Non ho il numero. Me ne dia uno di ufficio”

Il commissario uscì insieme ad Alfieri, si scambiarono due parole e tornarono dentro. Alfieri si sedette di fianco al ragazzo.

“Questo è Alcibiade Alfieri, il suo difensore”
“Mi scusi, ma questo è un agente”
“Sì, ma ha frequentato un anno di giurisprudenza. È il meglio che può ottenere in questo momento. Allora, mi dica, è lei Alcibiade Fustino, domiciliato in via Mercato al 6?”
“Sì, sono io”
“Dove si trovava martedì tra le due e le tre del mattino?”

A questa domanda il ragazzo si consultò brevemente con il difensore. 

“Quale martedì?”
“Quello di questa settimana”

Il ragazzo si scambiò di nuovo un paio di parole con Alfieri. “Sono uscito a portare fuori il mio cane che doveva pisciare”
“A quell’ora?”
“Sì. Piscia sempre tra le due e le tre del mattino”
“E le sembra normale?”
“Non saprei. Di certo non è un crimine”
“E dove l’ha portato a pisciare, il suo cane?”
“In zona. Non ricordo”

Tramballi fece cenno ad Alfieri di avvicinarsi. “Alfieri, non ricorda”
“No capo”
Il commissario sputò per terra. “Dunque, lei non ricorda”
“No”

A quel punto Tramballi si tolse l’orologio che indossava e lo appoggiò sul tavolo. Tic tac, tic tac. Il ragazzo sembrò come ipnotizzato dalle lancette. Tic tac, tic tac. Improvvisamente si allungò in avanti e cercò di prenderlo, ma il commissario fu più veloce di lui.

“Me lo dia!”, urlò il sospettato, con il viso deformato dalla rabbia.
“Confessa, Jack lo squartaore!”
“Mi dia l’orologio!”, urlò ancora il ragazzo.
“Confessa, maniaco!”. Il ragazzo scoppiò in un pianto dirotto.
“Alfieri, abbiamo il colpevole. Porta un fazzoletto per il ragazzo”. 

Il commissario sputò per terra, uno sputo pieno di orgoglio che andò a finire nell’angolo più lontano della parete. Quando Alfieri fece ritorno con in mano il fazzoletto, il commissario  si accommiatò. Era stata una giornata lunga.

Una volta a casa, aprì una birra e mangiò pasta e fagioli, uno dei suoi piatti preferiti. Accese la televisione e si addormentò lì, sul divano.

“Bzz, bzz. Bzz, bzz”. Il telefono stava vibrando. Tramballi accese la luce e rispose.
“Pronto?”
“Capo!”
“Alfieri, cosa c’è? Che ore sono?”
“Bzz, bzz. Capo! Sono qui!”
“Lo so, ho risposto”
“No, capo, qui. Sul suo naso. Bzz, bzz”

Il commissario incrociò gli occhi e vide i contorni di quello che poteva essere un insetto. Lo cacciò via con la mano e la mosca si mise a volare per la stanza.

“Capo, sono io, Alfieri! Non mi prenda a manate!”
“Alfieri?! È diventato una mosca?”
“Sì. Ho sempre desiderato poter volare”
“Cosa c’è, Alfieri?”
“Sono venuto ad avvertirla”
“Di cosa?”
“Tic tac, tic tac”. Poi Alfieri andò a posarsi su un orologio che era appeso alla parete.
“E quello cos’è?”
“Un orologio, capo!”

Tramballi si alzò e si avvicinò alla parete. L’orologio si aprì in due e ne uscì un labrador che lo colpì in testa con una lancetta. “Non vedevi l’ora, non vedevi l’ora”, urlò il labrador, che gli sputò sul piede.

“Ancora?!”, urlò Tramballi, che si svegliò. Guardò il telefono. Erano le sette. L’intruglio nero del bar e una brioche lo stavano aspettando. Tramballi si alzò, sputò e andò a farsi una doccia. Accese la radio, c’era il notiziario. Parlavano dell’arresto di Jack lo Squartaore. 

Fu accolto dagli applausi di tutto il commissariato. Si chiuse nel suo ufficio e si mise a redigere il rapporto. In tardo pomeriggio bussarono alla porta.

“Avanti”
“Capo, il rapporto del team di profilazione criminale”
“Grazie Alfieri. Lo appoggi pure qui”. 

Non perse nemmeno un istante e iniziò subito a leggerlo.

‘Alcibiade Fustino, di anni trenta, domiciliato in via Mercato al 6, è un ragazzo che soffre di personalità multiple. Il soggetto presenta un disturbo dissociativo dell’identità di grave entità, con almeno quattro alter ego documentati: Bingo (personalità infantile con dipendenza da gioco d’azzardo), Genoveffa Pistone (personalità nichilista), Friski (cane fricchettone che adora il gelato al limone), e la personalità dominante: Ugo Piroetta, il sezionatore di orologi.

L’analisi anamnestica rivela un’infanzia caratterizzata da abuso psicologico sistemico perpetrato dalla figura paterna, orologiaio di professione, descritto come individuo con marcata incapacità empatica e delle orecchie davvero piccole.

Il padre ha attuato una forma di maltrattamento tanto perversa quanto simbolica: trattare il figlio letteralmente come un oggetto meccanico. Le ricariche motivazionali (“Ora è l’ora, batti il tempo!”) rappresentavano l’unica forma di interazione, seguita da ore di immobilizzazione forzata al centro del soggiorno, costretto a mimare il movimento delle lancette di un orologio. Una tortura psicologica che ha trasformato il bambino in metafora vivente della professione paterna.

Per sopravvivere a questo supplizio quotidiano, l’interminabile stasi in cui paradossalmente il tempo sembrava non passasse mai, la psiche infantile di Alcibiade ha operato una frammentazione dissociativa. Le personalità multiple non sono patologia ma soluzione: compagni immaginari che popolavano il vuoto abissale di quelle giornate, voci con cui dialogare nell’assordante silenzio emotivo imposto dal genitore.

La scomparsa della figura paterna, colpito in testa da un tamagotchi caduto dal decimo piano di un palazzo in zona centrale, ha rappresentato l’evento traumatico scatenante, il punto di rottura psichica che ha fatto detonare anni di frustrazione repressa. Il soggetto ha sviluppato una forma di transfert patologico proiettando sul meccanismo degli orologi, con il loro ticchettio incessante, il loro scandire implacabile del tempo, l’ossessione per il controllo e l’irreversibilità della perdita subita.

L’atto dello smontaggio non è casuale: rappresenta un rituale sadico di dominazione assoluta. Aprendo le casse, eviscerandone i meccanismi con precisione chirurgica, il soggetto ricrea una dinamica di potere in cui finalmente lui detiene il controllo totale. Gli orologi, oggetti che tradizionalmente simboleggiano ordine, precisione, l’autorità del tempo che tutti devono rispettare, diventano vittime inermi della sua volontà distruttiva.

Il comportamento ossessivo-compulsivo evidenzia una personalità che ha trovato nell’oggetto-orologio il capro espiatorio perfetto: piccolo, prezioso, indifeso. Ogni smontaggio è una vendetta rituale contro ciò che non può più controllare nella vita reale.

Il ragazzo è incapace di intendere e di volere e viceversa e perciò suggeriamo di commutare un’eventuale pena in visione forzata di reality show’. 

“Non ci ho capito niente”, pensò Tamballi. Decise di fare una passeggiata. Quattro passi gli avrebbero fatto bene. 

Quando uscì, il sole stava tramontando sulla città e un vento caldo soffiava sollevando cumuli di polvere. “Ti amo, Milano”, urlò. La sua Milano, che da oggi sarebbe stata un posto un po’ più sicuro. Si infilò le mani in tasca e sputò, ma lo sputo, a causa del vento, gli si stampò dritto in faccia.