Un pomeriggio al Knabenschiessen

Lunedì 15 settembre 2025. Una data come le altre se non fosse una data che non è come le altre. Perché lunedì 15 settembre 2025 qui, a Zurigo, che per chi non lo sapesse è in Svizzera, sempre dritto in fondo a destra, come la toilette, è festa cittadina.

È il Knabenschiessen: ragazzi e ragazze tra i tredici e i diciassette anni si sfidano a una gara di tiro al poligono nel quartiere di Albisgütli, che in svizzero tedesco significa Fin che la barca va, lasciala andare.

Il Knabenschiessen ha origini antichissime. La prima edizione risale al 1656 e i ragazzi sparavano contro delle forme di formaggio. L’Emmentaler con i buchi nasce proprio allora.

Essendo in Svizzera, è tutto molto regolato e la velocità delle pallottole, per legge, non può superare i trenta chilometri orari. Oltre quella soglia, intervengono gli agenti antisommossa che possono sparare ai trasgressori. Solo che anche le loro pallottole non possono superare i trenta chilometri orari e se lo fanno, interviene un altro gruppo antisommossa e così via, in una spirale elvetica che ha fine solo con il suono di un corno svizzero.

Amo le tradizioni e penso sia una grande tradizione rispettare le tradizioni, però per me il Knabenschiessen significa solo una cosa: che le scuole sono chiuse. E se le scuole sono chiuse, i miei figli sono a casa. Tutti e tre. Questo accresce l’entropia nell’Universo e, soprattutto, a casa mia.

Perciò, per evitare la creazione di un buco nero nel soggiorno che potrebbe far scomparire questo mondo in un istante, mi faccio coraggio e annuncio a mia moglie che porterò mio figlio più grande, A., al luna park allestito in occasione del Knabenschiessen. 

Lo scrivo anche, “Io sottoscritto, D.A.R, nel pieno delle mie facoltà mentali, anche se qui nutrirei qualche dubbio, dichiaro in piena e assoluta libertà, senza alcuna influenza esterna o costrizione, di voler accompagnare mio figlio, A.P.R, di anni undici, al luna park”. 

“Lo faccio per la famiglia. Lo faccio per la patria. Lo faccio per la vita nell’Universo”, ho aggiunto. 
“Vai giù a buttare la spazzatura”, è stata la sua risposta.

Quando sono tornato, ho scoperto di aver dimenticato un piccolo particolare. Mio figlio, al luna park, non ci vuole andare da solo, ma con il suo amico Brayan. Sì, lo so, l’ho chiesto pure io, ma si scrive proprio come si pronuncia, Brayan. Nomi dettati dalla pigrizia. Ho corretto la mia dichiarazione:

“Io sottoscritto, D.A.R, nel pieno delle mie facoltà mentali, anche se qui nutrirei qualche dubbio, dichiaro in piena e assoluta libertà, senza alcuna influenza esterna o costrizione, di voler accompagnare mio figlio, A.P.R, di anni undici, e il suo amico Brayan scritto così come si pronuncia, di anni dieci, al luna park”.

Perfetto. Partenza prevista ore dodici e trenta, ritorno massimo ma massimo massimo alle quattro e trenta che poi devo accompagnare A. alla lezione di tennis. 

Alle dodici e trenta in punto suona il citofono. È Brayan. Guardo Brayan. Guardo mio figlio. Tutti e due maglietta, jeans, cappellino, scarpe Nike. Anzi, Brayan ha le Naik. Sono identici. Tutti e due scimuniti uguali.

“Ce l’hai già il biglietto del bus?”, chiedo. Scuote la testa. Ottimo. “Va bene, vieni che te lo stampo al volo”. Andiamo in camera mia. Mi metto davanti al computer e navigo sul sito della ZVV. Inizio a scrivere, Brian…

“Ma papà, non si scrive così!”. Ridono.
“E come si scrive?”. Beati quelli che ancora non sanno.
“B-R-A-Y-A-N”

E quando realizzi che ti casca il mondo. E ti arriva la gastrite.

“Va be’, bene, Brayan. Cognome?”. Alle orecchie mi arrivano dei suoni cacofonici incomprensibili. “Scrivi tu”. Brayan digita un cognome che non sarò mai in grado di pronunciare.

“E sei nato quando?”
“Brebrubrabri”

Maledetto svizzero tedesco. Guardo mio figlio che mi traduce meglio di Google traduttore. Bene. Le informazioni sono complete. Stampo. Guardo l’orologio. Dodici e trentacinque. Gli dico di prepararsi. Mentre mi infilo le scarpe, mio figlio si avvicina.

“Papà, ha scritto Sven”
“Ha scritto a chi?”
“A Brayan”
“Brayan ha il cellulare?”
“Può venire anche lui?”

Sento puzza di gita scolastica. “Va bene”, rispondo, con quel tono di chi sa che verrà presto seppellito.

I due gemelli diversi vanno a recuperare a casa Sven. 

La prima volta che me lo sono trovato davanti, un paio di anni fa, ho avuto un momento di afasia. “Lui è Sven?”, avevo chiesto a mia moglie. Mi immaginavo un vichingo in miniatura, invece mi ero trovato davanti a un bambino ecuadoregno. È il mondo moderno, baby.

Sven è in ritardo. Quando li vedo sopraggiungere, urlo, svelti, che il bus arriva in 50 secondi. E 50 secondi in Svizzera sono cinquanta secondi. Inizio a correre, seguito dagli altri tre. O meglio, due. Sven non è il prototipo del bambino sportivo e lo vedo arrancare con il fiatone. Dai cespugli spunta un gruppo di tifosi che lo incoraggiano. Riusciamo a salire sull’autobus per un pelo. Dallo specchietto vedo l’espressione seccata del guidatore che ha già accumulato un paio di secondi di ritardo.

Sull’autobus i tre amici iniziano a fare quello che fanno i ragazzini della loro età: macello. Non ci faccio neanche caso, a casa mia è così dalla mattina alla sera. Quella che invece ci fa caso è una donna sui trent’anni che se ne sta proprio dietro di noi insieme alle due figlie piccole. Dalle espressioni che compaiono e scompaiono sul suo viso, non mi sembra una fan dei tre bro. A un certo punto, sbotta, un grande classico qui della svizzera tedesca:

“Scusate, vi spiace fare un po’ meno rumore. Mi fanno male le orecchie”

La colpisco con un “Mamma mia”, che mi esce quasi senza neanche accorgermene. Cerca di fulminarmi con lo sguardo, ma proprio in quel momento si aprono le porte dell’autobus e scendo insieme ai bro. Spero che la signora sia riuscita a trovare un buon otorinolaringoiatra, perché il mal di orecchie è una brutta bestia. 

Quello che mi trovo davanti è un girone svizzero dantesco illustrato da Hieronymus Bosch, fondatore dell’omonima azienda: una transumanza di ragazzini e ragazzine che migrano da una giostra all’altra fermandosi giusto per rifocillarsi con qualche chilo di dolci.

Dietro, all’inseguimento, i genitori, una massa informe priva di volontà e che alla fine della giornata, come scoprirò presto, si ritroverà con un conto in banca molto più esiguo.

Superato lo shock iniziale, che mi ha fatto ritornare sulla decisione di accompagnarli a questo luogo infernale e, in generale, su quella di mettere al mondo tre figli, mi getto nella bolgia. Come un novello Mosè, mi apro un guado in mezzo alla folla e conduco il gruppetto verso la meta agognata.

“Allora, da dove volete iniziare?”, domando. I tre iniziano a guardarsi intorno, a brancolare da una giostra all’altra e avviano le consultazioni. Uno vuole iniziare da quell’attrazione, che a me sembra fatta apposta per provocare una gastroenterite; l’altro non ne vuole sapere e ne indica un’altra. Il terzo scuote la testa. Confabulano, si consultano. I primi dieci minuti passano così. Poi, la fumata bianca.

“Papà, andiamo sulla ruota panoramica”

Finalmente. Vado alla cassa e chiedo tre biglietti.

“Ventiquattro franchi”
“Per quante ore?”

La signora abbozza un sorriso e mi fa cenno di togliermi dalle palle che c’è una fila bella lunga dietro di me. Mi sposto e consegno i tre biglietti.

“Mi raccomando, godetevelo questo giro, perché a questo prezzo, il prossimo ve lo pagate voi quando iniziate a lavorare”. Be’, l’ho pensato ma non l’ho detto. Non sapevo tradurlo in svizzero tedesco. Li saluto con la manina mentre si godono il panorama e penso che, se i costi sono quelli, dovrò chiamare UBS per sapere se mi concedono un prestito per la giornata.

Scendono radianti, pronti per la seconda giostra. E la terza. E la quarta. 

“Se vi porto qualche amico mi fate lo sconto?”, chiedo al tizio alla cassa.

“Ventiquattro franchi”

“Gliene do dieci se dice loro che non possono salire”. Niente, il tizio non è in vena di scherzi oggi. Dopo l’ennesimo pagamento, incomincio a non esserlo neanche più io. Forse scrivo a mia moglie per chiederle esattamente quanti soldi abbiamo sul conto. Così, giusto per stare sicuri.

Sballottati da una giostra all’altra, rosolati dal sole ancora caldo di metà settembre, i bro iniziano a mostrare i primi segni di disidratazione. Sembrano invecchiati. Poi mi accorgo che non sono loro, ma tre anziani che passavano da quelle parti convinti che si trattasse di un cantiere appena aperto.

“Papà, abbiamo sete”

Mio figlio, il portavoce del gruppo, l’unico che mi si rivolga in una lingua dove le mie possibilità di comprensione si alzano notevolmente, anche quando si mangia metà delle parole, mi riporta alla dura realtà elvetica.

“Allora, una Rivella, un acqua naturale e una gasata”
“Quindici franchi”
“Aspetti che chiamo il mio consulente finanziario”. Il tizio rimane immobile, il pos in mano. Pago, distribuisco i liquidi e ci ributtiamo in mezzo alla folla.

I bro procedono spediti, hanno visto qualcosa e sanno dove devono andare. Arriviamo davanti a un calcinculo che trasporta dei poveracci che hanno pagato pure di loro volontà su, a ottanta metri di altezza. Sven, che ha il collo incassato in mezzo alle spalle, nemmeno riesce a guardare così in alto. E infatti si defila, lasciando l’ardua missione agli altri due bro. “Bravo Sven”, penso, avvicinandomi alla cassa. Lui mi vuole bene.

“Venti franchi”
“Per quante ore?”

Niente. Oggi non ride nessuno. Consegno i biglietti. “Mi raccomando, quando siete su, osservate bene il panorama che poi voglio una descrizione minuziosa”. I due vengono assorbiti dalla fila e non me ne curo più per un po’.

“Allora Sven, che si dice?”, ma non ho la sua attenzione, che è invece catturata dall’attrazione lì di fianco: fare goal evitando la sagoma del portiere che gira vorticosamente. Tre tiri, almeno due goal, un pallone da portare a casa. Sven mi guarda, io lo guardo. 

“Quant’è?”, chiedo al giostraio.
“Cinque franchi”

Sven mi guarda, io lo guardo. Ma nel borsello a tracolla che contiene un cellulare grosso come la mia testa, ce li avrà almeno cinque franchi? Sven mi guarda, io lo guardo. Va be’, ho capito. Pago.

“Vai Sven. Io credo in te. Ce la puoi fare. Sai, quando avevo la tua età, mio padre…”

A Sven non gliene può fregare di meno, tira. Goal. Portiere spiazzato.

“Grande Sven!”, urlo. Potrebbe essere l’investimento migliore che ho fatto negli ultimi anni. Il giostraio posiziona la seconda palla. Sven mi guarda, io lo guardo. “Io credo in te”. Sven guarda il portiere. Prende il suo tempo. Parata. Porca di quella…Sven mi guarda. Io lo guardo.

“Forza Sven, ce la puoi fare”. Inspiro. Espiro. Anche Sven inspira. Butta fuori tutto quello che ha accumulato dentro. La gamba si muove in avanti, il piede colpisce con potenza la palla che viene proiettata in avanti. Si muove tutto al rallentatore, come in quei video aziendali che mostrano come i dipendenti che si sono scolati dieci cuba libre alla festa di Natale si divertono a ballare in mezzo alla pista da ballo, ridendo come degli scimuniti, mentre il CEO prova dei passi di break dance, rompendosi il crociato.

La palla è quasi dentro, alzo le mani per mostrare tutto il mio entusiasmo ma all’ultimo quel gran pezzo di asino del portiere cartonato tocca la palla, che finisce fuori. Chiedo l’intervento del VAR, ma il tizio è inamovibile. “Parata”. Ritorno dell’investimento: zero. Una delusione così non la provavo da quando il Milan perse la Champions contro il Liverpool nel 2005.

Il gruppetto si ricongiunge e mi tocca di nuovo mettere mano al portafogli per pagare un altro paio di giostre. Mi chiama la banca per una telefonata di controllo. Spiego che non mi hanno clonato la carta e che non sono nemmeno l’ostaggio di un rapimento. Chiedo se sanno quanti anni dovrò ancora lavorare dopo la giornata di oggi prima di andare in pensione.

Intanto i bro mi hanno trascinato fino agli autoscontri. Consegno loro il tesoretto e li lascio al loro destino. Almeno, così spero. Invece, tutto questo scialacquio di denaro non mi dona nemmeno un minuto di tranquillità. Mio figlio, che è salito da solo sull’auto, se ne sta fermo, in mezzo alla pista, alla ricerca di qualcosa che scopro essere poi la fessura in cui infilare il gettone.

Non mi sembra un’attività che richieda una laurea in fisica e, visto che è circondato da tizi che sembrano Leatherface di Non aprite quella porta, mi domando cosa sia andato storto nel processo evolutivo. Fortunatamente un babbuzzo pazzo grosso arriva in suo soccorso, così che mio figlio può imparare come sarebbe andare in macchina in Svizzera se la Svizzera fosse abitata solo da italiani.

Guardo l’orologio. Sono le tre e mezza. Ancora pochi minuti ed è tempo di tornare a casa. Che peccato, proprio adesso che incominciavo ad abituarmi all’idea di essere povero. 

“Papà, possiamo fare ancora una giostra?”, domanda il portavoce del gruppo. 
“Sì, ma solo una che massimo alle quarantacinque dobbiamo andare”

A passo veloce, zigzaghiamo tra la folla e arriviamo all’ultima giostra. I tre sono già alla cassa. A quel punto, l’inaspettato: Brayan tira fuori dalla tasca un mazzo di banconote che, a occhio e croce saranno un cinquantamila franchi (tutti i soldi che ha risparmiato negli ultimi anni facendosi pagare dai papà degli amici le giostre al Knabenschiessen), e paga per i suoi amici.

Mi scende una lacrimuccia e mi avvicino per chiedergli se me lo fa, un mutuo a tasso zero, ma è già in cima alle scale, pronto a entrare insieme agli altri due. Appena partono, mi accorgo del clamoroso errore. Anzi, di due clamorosi errori.

Il primo, la giostra non è una giostra, ma una macchina delle torture. Gira vorticosamente, sale e scende e riproduce le condizioni a cui sono sottoposti gli astronauti quando devono ingurgitare il polpettone di mia suocera.

Il secondo, non ho mai visto nella mia vita una giostra così lunga. Non si ferma più. Continuo a guardare l’orologio, sicuro che ormai perderemo l’autobus e ci toccherà prendere quello successivo, che parte due minuti dopo. La giostra continua a girare.

Quando scendono, i tre hanno la barba. Ma quanto tempo è passato? Chiedo se si sono divertiti, poi mi accorgo che i bro sono quelli dietro. È che si vestono tutti uguali. Non parlano tanto, sembrano un po’ provati.

“Dai che siamo in ritardo”, dico, e poi li incito a seguirmi mentre, a passo di marcia, taglio in due la folla. “Ecco l’autobus, forza”. Saliamo e troviamo un buco nel mezzo, proprio dove c’è quella parte girevole a fisarmonica che collega le due sezioni dell’autosnodato. Si balla che è un piacere. Mi cade l’occhio su Brayan, accovacciato per terra, la cui espressione mi ricorda l’Ecce homo di Antonello da Messina.

“Ma sta bene?”, chiedo a mio figlio.
“Non tantissimo”
“Brayan, tutto ok?”

Il bro annuisce, tranquillizzandomi.

“Papà?”
“Dimmi”
“Cosa significa se continuo a sbadigliare?”
“Significa che devi vomitare. Devi vomitare?”
“Non credo. Anche se non mi sento benissimo”
“Dimmelo se devi, che scendiamo”
“Ok”
“Papà?”
“Eh”
“L’unico di noi che sta bene è Sven”
“Eh, Sven ha il fisico”, anche se a giudicare dalle apparenze deve essere uno che considera alzarsi dalla sedia già un allenamento.

Non faccio tempo nemmeno a concludere il mio pensiero che vedo della gente animarsi di fianco a me. Mi volto. Vedo qualcosa e quello che vedo non mi piace affatto: Sven è circondato da un paio di adulti che lo stanno reggendo. 

“Sven, tutto a posto?”, domando, conoscendo già la risposta. Sven scuote il capo. “Devi vomitare?”. Annuisce. Porca di quella…

“Ragazzi, tutti giù”

Scendiamo tutti e quattro dopo due fermate. Faccio sedere Sven su una panchina. Brayan e A. si siedono sull’altra.

“Sven, se devi vomitare, non sul marciapiede, ma qui dietro”, gli dico, indicandogli un ammasso cespuglioso. “Ok?”. Annuisce. Passa un minuto, un minuto lungo come la coda al Gottardo all’inizio delle vacanze estive, poi Sven pronuncia le prime parole:

“Puoi chiamare mio papà?”
“Ma certo. Dammi il tuo telefono, però, perché non ho il suo numero”. Mi allunga il suo telefono, che è più grosso del televisore che ho a casa.
“Ma cosa vuoi che dica a tuo papà? No, perché non vorrei che si preoccupassero. Tanto adesso vi porto tutti a casa”.

Intanto la chiamata è inoltrata. Non risponde.

“Puoi chiamare mia mamma?”
“Certo, chiamiamo la mamma”
“Mia madre non parla tedesco”
“Neanche una parola?”
“No”
“Inglese?”. Scuote la testa. “Francese?”. Scuote la testa. “Va be’, non importa, parlerò lentamente in italiano”.

Nella vita precedente devo essere stato una zanzara, sicuro. Parte la chiamata. 

“¿Sí?”
“Signora?”
“”¿Sí?”
“Sono il papà di A.”
“Sí”
“Parla un po’ di tedesco?”
“No”
“Bene. Allora parlerò in italiano mooolto lento”
“Gracias”
“Sì”

Parto con il VAR. “Ecco, suo figlio, dopo l’ultima giostra, ha iniziato a non sentirsi molto bene”
“Sì”
“Perfetto. Non si deve preoccupare, è qui con me”
“Gracias”
“Signora. Si fidi di me. La situazione è sotto controllo. Sven ha affrontato la giostra con coraggio, forse troppo coraggio, ma è ancora in piedi. È un guerriero. Adesso lo riporto a casa insieme al resto della squadra. Non lascio nessuno indietro, signora. Nessuno. Potrà vacillare, avere crampi intestinali, sdraiarsi sul marciapiedi. Io lo riporterò a casa sano e salvo. Questa missione non fallirà. Tra venti minuti saremo da lei e potrà riabbracciare il suo eroe. Venti minuti. Tenga pronto un secchio, che non si sa mai”

Restituisco il telefono a Sven, che ha l’espressione di uno che a dodici anni ci arriverà con fatica. Guardo l’orologio. Quattro e dieci. Direi che il bus lo evitiamo, perché con la bomba a orologeria che mi ritrovo di fianco è meglio non rischiare.

“Sven, ce la fai a camminare fino a casa? Penso che ti faccia bene prendere un po’ di aria”

Annuisce. Lo aiuto ad alzarsi dalla panchina, poi faccio cenno anche agli altri due di sollevare le chiappe. “Sven, devi inspirare profondamente, così”, e gli mostro cosa intendo, “e poi buttare fuori tutto quello che hai, pffffuuu. Ti fa bene. Brayan, anche tu”.

Iniziamo la nostra camminata fino a casa. La formazione è la seguente: io, davanti, che mostro la via alla truppa di reduci; a pochi centimetri dietro di me, Sven, che se continua a inspirare ed espirare a questo ritmo, mi tocca chiamare l’ostetrica; a chiudere, mio figlio e Brayan che, per la prima volta, sembrano un po’ meno bro del solito. 

L’ultima volta questa strada mi sembrava più corta: l’avranno mica allungata? Passiamo davanti al parcheggio delle ambulanze. Sarei tentato. Molto tentato. Alla fine prevale il senso del dovere.

“Battaglione, avanti, manca poco”. Suona un telefono. Dalla suoneria da bro, non può essere il mio. Infatti è quello di Sven. Non so dove trovi la forza di rispondere, perché per sollevare quella specie di ferro da stiro dotato di messaggistica devi essere in grado di fare uno strappo con il bilanciere caricato almeno del tuo peso. È suo padre. 

“Sven, ti abbiamo sempre voluto bene. Anche quella volta che hai dato fuoco all’appartamento mentre cercavi di accenderti una sigaretta.  E non preoccuparti ora dei brutti voti a scuola. Sotto terra siamo tutti uguali. In questi pochi minuti che ti rimangono, io e tua madre volevamo che tu sapessi. Sven, tu non sei nostro figlio. Ti abbiamo adottato. I tuoi veri genitori sono una coppia di cinesi ludopatici che hanno un negozio di ricambio degli schermi dell’iPhone in zona Sarpi a Milano. La cosa strana è che tu non hai nessun tratto somatico cinese. Forse anche loro ti hanno adottato. Ma ora non importa. Quello che importa è che ci dici dove hai messo il telecomando, che non riuisciamo a trovarlo da nessuna parte. Ti amiamo”

Sì, be’, forse me lo sono immaginato, ma alla fine della conversazione Sven sembra commosso. O forse sta per cedere. “Allunghiamo il passo, grazie”. Dietro, Brayan, che secondo me alla fine di questa avventura cambierà, e glielo auguro, la grafia del suo nome, e A. che sembrano aver riacquistato il colorito originario. Arriviamo di fronte a casa di Sven. Ci mettiamo tutti e due sull’attenti.

“Soldato, è stato un onore. La tua famiglia ti sta aspettando a braccia aperte. Con appeso un secchio. Addio”

Saluto. Sven sparisce senza dire una parola. Questi bro. Colmiamo i centocinquanta metri che separano casa sua da casa nostra. Davanti al portone di casa, chiedo a Brayan se se la sente di camminare gli ultimi duecento metri da solo o se preferisce che lo accompagni. Brayan ne ha abbastanza di me e se ne va, senza salutare. Deve essere un virus dei bro, quello del non salutare. 

Sono le quattro e trentacinque. In tempo per la lezione di tennis. Faccio cambiare mio figlio, prendo le chiavi della macchina e cinque minuti dopo siamo in viaggio, destinazione Schlieren.

“Papà?”
“Sì?”
“Grazie per averci accompagnato e per tutte le giostre”

Sarà anche lui un bro, ma certo che, prima, è ancora il mio bambino. Sorrido, al verde accelero, giro a sinistra e poi mi rimetto nella strada principale che oggi, per mia fortuna, è mezza vuota.