Io non sono religioso, ma se mi devo immaginare l’inferno, allora penso proprio che sia una festa di compleanno. Con nove bambini.
Il due di novembre del 2025. Domenica. Mi alzo, apro le tende e Zurigo mi accoglie con un cielo grigio seppia e ettolitri di pioggia che cadono senza sosta. Sarei tentato di tornare sotto le coperte e rimancerci per cinquant’anni, ma non posso.
Infatti oggi, due di novembre, è la data che abbiamo fissato per festeggiare gli otto anni del nostro D. Che li ha compiuti a luglio. E siccome a luglio gli svizzeri sono tutti in vacanza, la festa con gli amici si fa dopo. Quattro mesi dopo. Se apettavamol ancora un po’, potevamo già festeggiare il compleanno successivo.
Mia moglie, che ha organizzato tutto, è rilassata. Come sempre prima di questi eventi. Infatti mi tuona nel timpano una decin a di volte, ricordandomi che il matrimonio è un percorso lungo e faticoso che in genere termina con la morte anticipata dell’uomo.
Dalla finestra della cucina vedo un piccolo capannello di scalmanati procedere verso casa nostra. Sto per chiamare la polizia ma dalla regia mi dicono essere gli amici di mio figlio. Metto via il telefono, apro la porta e attendo l’inizio dell’apocalisse.
Pochi minuti dopo un’orda di esagitati invade il salotto. L’impero romano deve esser caduto a causa dei troppi bambini, altro che invasioni barbariche. Intanto mi preparo per uscire. Siccome sono stato operato alla mano una settimana fa, e fuori la cascata di acqua non pare cessare, devo avvolgere il braccio con un paio di sacchetti della spesa per evitare di bagnare la fasciatura. Faccia due etti, grazie.
Vedo sopraggiungere mia moglie con un’espressione di ansia mista a terrore. Mi mostra l’app dei trasporti pubblici di Zurigo.
“L’autobus devia e non si ferma alla stazione. Dobbiamo uscire. Adesso”
So che se perdiamo il treno, sarà colpa mia, perciò, dopo aver assunto le sembianze del sergente di Full Metal Jacket, mi volto verso i generatori di entropia:
“Bene, rammolliti, ascoltate. E ascoltate bene! Voglio vedere nove paia di scarpe ai piedi in trenta secondi! Tre-zero! Non trentatré, non trentuno, trenta! Giacche addosso! Cerniere chiuse! Op, op!
Il bus non aspetta! Il treno non aspetta! E io non aspetto! Chi è ancora seduto sul divano tra dieci secondi rimane qui e festeggia da solo con il gatto! Anche se non ce l’abbiamo, il gatto! E tu, giù dal tavolo, Dio santo! Avanti, un due, un due, fuori!”
All’incirca.
Con passo da marciatori, affrontiamo le intemperie e arriviamo alla fermata dell’autobus. L’autobus non c’è. Aspettiamo cinque minuti. Sotto la pioggia. Quando arriva, sento il bisogno impellente di infilarmi dentro un’asciugatrice.
L’autobus non si ferma davanti alla sazione. Cinquanta metri più a destra. Siamo venti minuti in anticipo. Venti minuti. E adesso questi come li gestiamo? Facciamo un esorcismo?
Non abbiamo tempo per approfondire, perché la loro attenzione viene attratta da un tablet che svetta sulla nostra piattaforma come il monolito di 2001 Odissea nello spazio.
Gli ominidi iniziano una danza perimordiale attorno al monolito, fanno partire una serie di versi indecifrabili e, quando si accorgono che è un touchless, riempiono lo schermo con le loro impronte digitali. Tanto, nel caso, il colpevole è sempre il maggiordomo.
Spieghiamo che il dispositivo serve ai viaggiatori per avere informazioni sui treni e che quindi sarebbe carino lasciarlo usare anche agli altri.
Stranamente, obbediscono. Tranne uno, che gira come un ossesso da una parte all’altra del monolito, salta, batte il cinque sullo schermo e non ha nessuna intenzione di fermarsi.
Purtroppo, è B., l’altro mio figlio. Il terzo. I primi due abbiamo provato a educarli, ma l’ultimo deve essere nato con l’udito selettivo e non percepisce niente di quello che gli diciamo.
“Prenditi cura di lui”, mi intima mia moglie, incenerendomi con lo sguardo. Rinasco come l’araba fenice e cerco di calmare B., che intanto si diverte a prendere a calci un paio di bambini. Come insegnano i migliori pedagogisti, cerco subito il dialogo.
Gli spiego che quello che stava esprimendo con i calci è un bisogno emotivo molto profondo che ancora non riesce a verbalizzare e che però dobbiamo trovare dei modi più funzionali per comunicare, modi che rispettino anche lo spazio corporeo dell’altro.
Poi, quando capisco che non produco nessun effetto, lo sedo con il taser.
Il viaggio è breve e indolore. Scendiamo a Dietikon, ridente cittadina dello zurighese famosa per l’Ikea e…un attimo che cerco su Google. Mi fa sempre bene venire qui perché mi ricorda perché non voglio vivere a Dietikon.
“Veloci!”, esorta mia moglie, che vuole evitare di perdere l’autobus e rimanere quindici minuti sotto l’acquazzone. Non correvo così veloce da quando, anni fa, la banca chiamò mia madre per dirle che il mio conto era un film dell’orrore, Profondo rosso, e feci la distanza che separava la cucina da camera mia con uno scatto da olimpionico dei cento metri.
Finalmente arriviamo alla meta agognata. Da loro. Lo Starbie, un luogo di perdizione per bambini fatto di scivoli giganti, castelli gonfiabili, trampolini, vasche di palline, auto elettriche, videogiochi.
Lo Starbie è l’inferno. Perché se decidi di festeggiarci un compleanno di domenica pomeriggio, una domenica che, a chi è abbastanza anziano, ricorderà il diluvio universale, significa che, dentro, ci troverai almeno duecento bambini.
Purtroppo, sono un ottimista. I bambini in sala saranno almeno un milione. È come la Street parade, ma senza la sicurezza. Bambini che urlano, corrono, saltano. Se Dante fosse vivo, è così che lo descriverebbe l’Inferno.
Bastano venti secondi per perdere di vista tutta la comitiva. Inizio a girare da una parte all’altra della sala cercando di capire dove sono e sperando che nessuno si ammazzi prima di tornare a casa. Qualcuno esegue dei salti mortali all’indietro sui trampolini elastici. La giuria sostiene che la difficoltà è buona, ma l’esecuzione è carente. Niente olimpiadi per quest’anno.
Qualcuno è appeso come una scimmia a delle travi, un paio si bombardano di palline, altri vengono sputati fuori da dei gonfiabili in cui ci saranno tutti i bambini del canton Zurigo. B. vuole estorcermi del denaro per giocare a tutto quello che, oltre all’ingresso, è a pagamento ma io, il mutuo, oggi non lo faccio.
Mezz’ora a fare avanti e indietro mi ha provato la schiena. Mi siedo qualche minuto e mi guardo intorno. Quello che vedo non è uno spettacolo incoraggiante. Ci sono genitori con l’espressione provata del viso che cercano disperatamente il pargolo, probabilmente appeso al soffitto a testa in giù.
Osservandoli meglio, mi convinco che alcuni vagano in questo luogo dal fine settimana precedente. Poi, purtroppo, mi volto e noto il tizio seduto di fianco a me. A giudicare dalle apparenze, c’è gente che deve essere stata esclusa dai processi di alfabetizzazione. E non è l’unico.
Dopo due ore e mezza di acrobazie sui saltarelli, sali e scendi vari, torte, tanti auguri a te, hot dog e succhi zuccherati che servono a conservare l’energia dei bambini per un eventuale viaggio su Marte, mia moglie indossa il berretto del capostazione e mi fa capire che è tempo di smammare e che se perdfiamo il treno dormirò una settimana sul balcone. A novembre. A Zurigo.
Ogni secondo è prezioso, perciò mi metto subito al lavoro. Per fortuna tutti i bambini sono sui saltarelli. Sembra che si siano fatti la doccia da quanto sudano. A uno di loro sudano pure i lobi delle orecchie. Li strizzo, li infilo nella asciugatrice e poi, con dolcezza paterna, li invito a rivestirsi:
“Infilatevi le giacche, allacciatevi le scarpe, veloci! Se arriviamo in ritardo per colpa vostra vi faccio pulire i cessi con lo spazzolino per una settimana”. All’incirca.
Qualcuno ha chiamato l’ascensore. Avrei preferito di gran lunga le scale. Siamo in undici, pigiati come quando si prende la metropolitana nell’ora di punta. Quando si chiudono le porte, lo dico. Devo dirlo, se voglio avere ancora qualche speranza di sopravvivere:
“Chi molla, i nove anni non li festeggia. Intesi?”
Ridono, ma sanno che non scherzo. Non si scherza mai chiusi in un ascensore. Raggiungiamo la fermata dell’autobus e ci mettiamo pazientemente ad aspettare. Ha smesso di piovere.
L’arrivo dell’alta pressione pare avere un influsso negativo su B., che è intenibile. Mia moglie lo minaccia di morte ma lui continua imperterrito, convinto di essere immortale. Così è praticamente un suicidio assistito.
L’autobus è leggermente in ritardo e per questa ragione l’autista verrà espulso dalla Svizzera dentro a una valigia. Arriviamo alla stazione di Dietikon (vi ho già parlato della ridente Dietikon, famosa per l’Ikea e…una ttimo che cerco su Google) alle sedici e cinquantasette.
Il treno arriva in due minuti spaccati. Un minuto e cinquantanove, cinquantotto. Si aprono le porte. “Binario quattro”, urlo con tutta la forza che ho. Poi lo ripeto in tedesco, perché mi sa che a parte i miei figli, non mi ha capito nessuno. Scatto come un vero e poprio velocista. Non correvo così veloce da qualche ora prima, magari batto il mio record personale. Il treno è lì, con le porte spalancate.
Arrivo, tocca la porta. “Primo!”. Devo far capire a questi mocciosi chi è il maschio alfa. Pigio il bottone dell’apertura, per evitare che si chiuda prima che tutti i bambini, insieme, ricomincino a fare macello e, quando mi sembra che tutti siano dentro, tolgo la mano e mi cerco un posto a sedere. Che ovviamente non c’è.
“Ci sono tutti?”, mi chiede mia moglie. Panico. Con tutta la ressa, e il poco ossigeno al cervello, non ho avuto tempo di contarli. Distolgo lo sguardo per evitare la morte per incenerimento. Mi convinco che finirò il resto dei miei giorni in prigione. Senza bambini intorno.
L’idea non è così male. Forse poco pratica. Poi cerco di ragionare. Cosa può succedere ai bambini? Al massimo vanno a farsi un giro all’Ikea. Mi tranquillizzo e li conto, “uno, due…quattro…cinque, sei…otto…otto…otto… ah, nove!”.
Niente prigione, almeno per oggi.
Arrivati alla stazione di Altstetten, ci mettiamo diligentemente in attesa dell’autobus. Si avvicina un artista di strada, un chitarrista, cantando parole dal suono a me ignoto. Mia moglie mi dice essere svizzero tedesco. Ah, questa lingua: sono diciassette anni che vivo a Zurigo e ancora riesce a sorprendermi.
Il musicista pare incuriosito dal potpourri di lingue. In effetti sembra di stare a un’assemblea dell’ONU: abbiamo italiani, tedeschi, ungheresi, italo vietnamiti, svizzeri francesi, indiani, greco-serbi, spagnoli, tutti accomunati da una lingua che non riuscirò mai a padroneggiare.
“Come si dice grazie nella tua lingua?”, domanda a mio figlio, sempre in quella lingua cacofonica che parlano in questa città.
“Grazie”, rispondendo in italiano.
L’artista sembra essere soddisfatto e inizia a cantare un giro di grazie in tutte le lingue dei piccoli ambasciatori delle nazioni unite. Arriva l’autobus. Salutiamo il chitarrista e saliamo.
Lui continua a cantare e, mentre ci allontaniamo, lo vediamo sgolarsi con la sua serie infinita di grazie. Magari oggi vado a controllare, secondo me è ancora lì che sta finendo i grazie nell’ultima lingua.
Sono quasi le sei. Quando entro in casa, con le urla dei bambini ormai lontane, ho la sensazione che i pantaloni mi caschino. Sicuro che oggi ho perso due chili. E due anni di vita. O girovita?
Ma chi se ne importa. Evviva la vita!