Tequila – The Champs

Tatà tara taraa tatta
Tatà tara taraa tà
Tatà tara taraa tatta
Tatà tara taraa tà
Ta tara taaaa taaaa
Ta tara taaaa taaaa
Ta ta taratara tà
Tequila

Sud dell’Arizona. È il 1958. Nel mezzo del deserto di Sonora c’è una bettola, Parbleu. È gestita da un francese con dei baffi spioventi che risponde al nome di Gerard, ma anche Pierre, Hugo e qualcuno lo ha visto voltarsi pure con Odette.

Il locale ha un bancone lungo dieci metri, un tavolo da biliardo e un cesso sempre intasato e maleodorante.

Alle dieci e un quarto di un giovedì sera Alonso Ruiz, detto El niño, entra buttando giù la porta con un calcio. Sputa per terra e avanza verso il bancone.

Per dieci, lunghissimi secondi, Gerard e El niño si fissano in cagnesco. Gerard indica un cartello appeso alla parete, “In questo locale è vietato sputare per terra”. El niño alza un sopracciglio, poi sputa addosso a Gerard.

Un silenzio tombale scende sul locale. Tutti gli avventori trattengono il fiato.

“Parbleu”, esclama Gerard, pulendosi la faccia con una baguette. “Tequila”, ordina El niño, sbattendo un pugno sul bancone. Gerard gli porge uno shot di Tequila che El niño trangugia all’istante.

“Tequila”, ordina ancora El niño, sbattendo di nuovo il pugno sul bancone. Gerard versa un altro shot di Tequila che El niño butta giù tutto di un sorso. Alla ventesima Tequila, qualcuno canticchia Tatà tara taraa tatta.

El niño si volta. “¿Quién ha hecho esto?”, sbraita. “¿QUIÉN HA HECHO ESTO?!”.

Anche la mosca che ronzava si ferma sopra un tavolo. Tutti si mettono a fischiettare, facendosi i fatti propri. Tutti, tranne El viejo.

El viejo è un ragazzino che sfoggia una folta barba dall’età di sette anni. Ha la fama del duro, di quello che si pulisce il sedere con la carta vetrata e mangia hamburger e patatine mentre fa il giro della morte sulla montagne russe. Con il suo bicchiere di birra analcolica, fissa El niño con sguardo di sfida.

El niño punta verso di lui, barcollando. Si siede.

“Tatà tara taraa tà”, canta, facendogli il verso. La tensione è palpabile. La mosca rimane muta. El viejo finisce il bicchiere. “Tatà tara taraa tatta”, gli risponde. El niño alza un sopracciglio, poi l’altro e pure un terzo, scatenando l’applauso del pubblico non pagante.

El niño alza il braccio per silenziare la sala. “Tatà tara taraa tà”. Che cosa arriverà adesso?
El viejo si stacca la barba. Sotto, c’è un’altra barba.. “Ta tara taaaa taaaa!”, ma non fa nemmeno in tempo a concludere che El niño glielo rimanda subito indietro, “Ta tara taaaa taaaa!”.

Sono due ossi duri. El viejo si alza in piedi, anche se nessuno nota la differenza. “Ta ta taratara tà”, a pieni polmoni. El niño sputa per terra. Gerard sta per dire qualcosa ma El niño non gliene lascia il tempo, “Tequila!”.

Gerard riempie un bicchierino e lo lascia sul bancone. El niño si avvicina al bancone senza mai distogliere lo sguardo da El viejo, che si è tolto anche l’altro pezzo di barba e ora, stranamente, sembra più vecchio di prima.

El niño butta giù la tequila nel gargarozzo. El viejo riparte, Tatà tara taraa tatta. Fanno cinque giri così. Poi El niño non è più in grado di pronunciare nulla, tranne “Pepe Peña pela papa, pica piña, pita un pito, pica piña, pela papa, Pepe Peña” che però non gli serve a molto.

Avanza di qualche passo, poi crolla giù e rimane disteso sul pavimento. Per una settimana, narrano alcune storie. El viejo gli prende il cappello da cowboy, se lo mette in testa ed esce. Lo sentono ancora canticchiare, Tatà tara taraa tatta.

Quello che nessuno sa è che quella sera, tra i presenti, travestito da pulcinella per non dare nell’occhio, c’era il sassofonista Daniel Flores, che si trovava da quelle parti per un errore di Google Maps.

L’episodio lo ispirò a scrivere Tequila, un pezzo che entrerà di prepotenza nella storia della musica del Novecento, conquistando le classifiche di tutto il mondo. A chi gli chiese, alla fine degli anni Novanta, che cosa significasse esattamente il testo della canzone, l’autore rispose “Tatà tara taraa tatta”.

Capolavoro.

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