Chi ha inventato le note della scala diatonica, do re mi fa sol la si?
Il loro nome viene attribuito al monaco cristiano Guido D’Arezzo, che a Milano è noto per essere la via parallela ad Alberto da Giussano. Guido, però, che visse un migliaio di anni fa, quando gli influencer non erano ancora una piaga sociale, aveva chiamato il do ut, pensando che fosse una cosa piuttosto intelligente.
Non è mica un caso che si diceva do ut des, che alle orecchie di allora era certamente pleonastico. Siccome ut re mi fa sol la si ut suonava come un disturbo intestinale, Giovanni Battista Doni, un musicologo che visse qualche secolo più tardi, decise di cambiare la nota ut in do, diminutivo di dove ho messo gli occhiali, maledizione!
Ah, se solo Guido D’Arezzo avesse saputo che quelle note avrebbero continuato a suonare in modo ossessivo nella testa di Robert Schumann, facendogli scrivere il magnifico concerto per pianoforte e orchestra, ma rendendogli la vita impossibile, tanto che il geniale compositore, stremato, ne denunciò il carattere persecutorio.
Ah, se solo Guido D’Arezzo avesse saputo che con quelle sette note ci si poteva fare una fortuna, e neanche usandole tutte e sette. Ah, se solo Guido D’Arezzo avesse saputo che de do do do, de da da da, is all I want to say to you.
Poi arrivarono i dodecafonici, detti dodecafoni, dei veri zotici delle note che, posseduti da inutili afflati intellettuali, si mostrarono insoddisfatti del numero esiguo di note e scesero in strada a protestare, chiedendo a gran voce l’aumento del numero di note, che vennero importate da paesi differenti, perché la manodopera specializzata era un problema anche allora.
Ed ecco un profluvio sinfonico, con tutto quello che ci si poteva mettere, e se qualcosa si salvò dentro all’imbuto del nuovo, il resto si fa fatica ancora oggi a ricordarlo, tant’è che il famoso critico Carlo Delle Rose dichiarò, uscendo da un concerto di musica seriale, che le sue scoregge erano più melodiche. Nessuno ha ancora capito se fosse una critica o una lode alla contemporaneità.
Potremmo proseguire la nostra lezione di storia della musica, ma quello che mi preme condividere oggi con voi non sono le sette note e le loro interazioni, ma tutte quelle note che, meno note, sono cadute nell’oblio.
All’inizio, infatti, le note erano quaranta, ma solo alle prime sette era stato dato un nome. Le altre trentatré dovettero accontentarsi di essere suonate per un po’ e di rimanere nell’anonimato. Il problema era che queste note erano tutte note basse, anzi, bassissime, e le ultime dieci potevano essere intonate solo da un orso bruno e si sa, gli orsi bruni non amano né la pratica, né l’orchestra.
Questa fu una delle cause principale dell’estinzione delle note poco note.
L’altra è che, quando venivano suonate tutte insieme, la signora Pina perdeva la dentiera, uno spettacolo poco adatto ai sensibili intelletti dei compositori. Perciò, rimasero solo le sette note.
Una cosa curiosa che mi fece notare non molto tempo fa Ernesto Alleluia, ordinario di diritto canonico e grande esperto di tamagotchi, è che le note, quelle note, sono sette, come i sette nani, ma nessuno sa che in realtà i nani non erano sette, ma quaranta, e gli altri trentatré nani, quelli poco noti, erano proprio come le note, dei nani bassi, anzi bassissimi, tanto che nessuno era mai riuscito a vederli a occhio nudo. Ah, se solo Guido D’Arezzo avesse saputo!
p.s: mi dicono che le note sono dodici e non sette. È come quei menu zeppi di pagine: so che c’è un sacco di roba, ma alla fine ordino sempre una pizza margherita.