Rimpicciolito

Quando, quella mattina, Riccardo Belmonti si svegliò, in ritardo di venti minuti, avvertì una sensazione strana, come se qualcosa fosse decisamente fuori posto. Avrebbe voluto avere un po’ più di tempo, ma non ne aveva. Si vestì, trangugiò un caffè e corse a perdifiato per raggiungere l’autobus. 

In ufficio, gli sembrò che i colleghi lo fissassero ma, siccome di cose ne aveva da fare, non ci badò più di tanto. Quella sera, mentre prendeva un paio di piatti dalla credenza in alto, lo sfiorò il dubbio, solo per un attimo, che si fosse un pelo rimpicciolito. Siccome, però, di cose ne aveva da fare, non ci badò più di tanto.

La mattina seguente, al suonare della sveglia, Riccardo Belmonti fece un gran sbadiglio, si stiracchiò e, quando stava per scendere dal letto, si accorse che, a mala pena, poteva toccare per terra. In effetti, tutto sembrava leggermente più grande. Il rubinetto era molto più lontano, la credenza più in alto così come la toppa della porta.

In ufficio, gli toccò alzare la sedia di parecchio e abbassare la scrivania di parecchio. Ebbe l’impressione che i colleghi lo fissassero con insistenza ma, siccome di cose ne aveva da fare, non ci badò più di tanto.

La sera, rientrato a casa, si rese conto che non riusciva più a specchiarsi. “Sarò mica rimpicciolito?”, si chiese, manifestando qualche segno di preoccupazione. Siccome, però, di cose ne aveva da fare, non ci badò più di tanto.

Il giorno dopo, alle sette meno un quarto in punto, la sveglia si mise a suonare. Riccardo, come al solito, la cercò a tentoni con la mano ma, dopo qualche sbadiglio, si rese conto che non arrivava nemmeno al comodino.  

Per scendere dal letto gli toccò saltar giù. Raggiungere lo spazzolino, un’impresa titanica: si aggrappò al lavandino, tirandosi su con tutta la forza che aveva. La macchinetta del caffè era irraggiungibile. Anche aprire la porta non fu uno scherzo, ma in ufficio ci doveva andare, quindi ci si mise d’impegno. “Forse, un pelo rimpicciolito, lo sono diventato”, fu l’ultima cosa che pensò prima di andare alla fermata del bus. 

In ufficio, non riuscì a passare il badge e ci mise un po’ a convincere l’addetto alla sicurezza ad aprirgli la porta. Questa volta era quasi sicuro che i colleghi lo stessero fissando, ma, siccome di cose ne aveva da fare, non ci badò più di tanto.

In effetti, un collega gli venne incontro. “Ascolta”, stava per chiedergli, ma poi aggiunse “No, niente”, e se ne tornò da dove era venuto, perché anche lui, di cose, ne aveva da fare. 

Quella notte gli sembrò di sprofondare dentro al letto. Alle sette meno quarto un rumore assordante lo fece quasi volare giù dal letto. Era la sveglia. Provò, inutilmente, a spegnerla. Il letto si era ingigantito e adesso aveva la sensazione di trovarsi al centro di un campo da calcio.

Fece per scendere dal letto, ma si accorse che tra il materasso e il pavimento ci saranno stati almeno quattro metri. Legò il lenzuolo a una sbarra del letto e si calò di sotto. “E adesso, come ci vado in ufficio?”, si domandò, fissando la porta, che sembrava la parete del Cervino. Poi la porta si aprì. Era la signora Anna, che tutti i giovedì veniva a pulire l’appartamento. Sgattaiolò fuori. Piccolo così, non aveva nessuna possibilità di salire sopra un bus. 

Arrivò in ufficio due ore dopo, tutto trafelato. Dovette fermarsi qualche istante per riprendere fiato. Si infilò dentro l’ascensore e attese che qualcuno gli aprisse la porta. “Meglio tardi che mai”, pensò.

Stava dirigendosi verso la sua scrivania quando venne schiacciato da un collega. “Ma che diavolo”, blaterò il collega. Se avesse controllato bene la suola della sua scarpa, avrebbe potuto vedere quello che rimaneva di Riccardo Belmonti. Ma non lo fece, perché anche lui, di cose, come tutti gli altri, ne aveva da fare.

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