Il deltapiano

Alarico Bididibodidibu era un bambino prodigio. All’età di soli due anni si era messo davanti al pianoforte e lì vi era rimasto, senza muoversi, per una settimana.

Suo padre, Talarico Bididibodidibu, un avvocato penalista e pianista jazz dilettante, aveva subito intuito che, dentro a quel piccolo corpicino che cagava tre volte al giorno, si celava un talento inestimabile. A quattro anni Alarico intratteneva gli ospiti di casa fischiettando tutti i valzer di Chopin.

La madre, Aprica Bididibodidibu, lo chiamava il mio genietto e lo vedeva già sul podio a dirigere l’Orchestra della Scala. Dieci anni dopo Alarico, che nel frattempo si era diplomato in pianoforte, direzione d’orchestra, composizione e urla tribali, andava in giro per l’Italia a esibirsi con la sua orchestra, La filarmonica dei talenti sprecati della Bovisa.

Certo, non era l’Orchestra della Scala, ma volonterosi ragazze e ragazzi dai quindici ai settantacinque anni che ce la mettevano tutta per fare uscire delle note decenti dai loro strumenti. Il repertorio spaziava dalle nove sinfonie di Beethoven ai cori da stadio degli ultras del Milan, squadra di cui Alarico era tifoso sfegatato.

Il pubblico accorreva sempre numeroso, applaudiva e i bis erano all’ordine del giorno. Molto apprezzati erano gli intermezzi ballati di Ulan Bator, l’estroverso pitbull del controfagottista che sapeva muoversi con grazia anche quando cercava di staccare a morsi la gamba di qualche spettatore.

Che cosa avrebbe potuto desiderare di più dalla vita, Alarico Bididibodidibu?

Eppure, quando gli applausi finivano e tutto taceva, Alarico si sentiva sprofondare dentro a una voragine. Aveva realizzato tutto quello che i suoi genitori avevano desiderato per lui, ma non il sogno della sua vita.

Volare

Era un segreto che si era sempre tenuto dentro, ma ora non ce la faceva più. Lo sentiva. Doveva farlo. Perciò, una sera, alla sagra della salsiccia di Leporano, dopo aver diretto le musiche di Gianni Gnanni, un compositore pugliese di musica da camera d’albergo, e di Ludmilla Mozart, una ragazza ucraina che aveva scoperto che si potevano ottenere dei suoni inusuali dal bandura se lo si percuoteva con una mazza da baseball, Alarico radunò tutta l’orchestra e annunciò le sue dimissioni.

Salì quindi sul suo Pandino e guidò dieci ore e trentasette minuti di filata, con una sola sosta per allungare i muscoli delle orecchie. Alle undici e qualche minuto era dai suoi. Disse che avrebbe lasciato la direzione d’orchestra per dedicarsi a quello che avrebbe sempre voluto fare: modificare il suo piano a coda per trasformarlo in un deltapiano con cui librarsi in aria e vedere il mondo dall’alto.

I genitori, scioccati, non la presero bene. Prima lo fecero visitare da Ermete Labambola, uno psicanalista di formazione freudiana che negli anni era diventato junghiano, poi adleriano per approdare infine a una cura terapeutica basata sulla concezione lacaniana del fallo come significante del vuoto che sostituisce il godimento perduto.

Lo psicanalista, dopo una decina di sedute, aveva dichiarato Alarico sano di mente, anche se, aveva aggiunto, considerando l’Altro come luogo della parola, ogni dire si smarriva una volta posto di fronte ai suoi presupposti. Dopo che Ermete Labambola era stato portato via con la camicia di forza, i genitori capirono che era inutile combattere la vocazione di loro figlio. Avrebbero continuato ad amarlo, direttore o non direttore d’orchestra.

Tuttavia Aprica Bididibodidibu, per lo sconforto, si convertì e dedicò il resto della sua vita a Dio, quello unico e onnipotente, rinchiusa in un monastero di monache circensi.

Alarico, nel frattempo, aveva continuato a portare avanti il suo progetto. Ad aiutarlo nell’impresa c’era Franco Cassapanca, un suo ex compagno delle elementari che si era laureato in ingegneria aerospaziale e aveva fatto anni di dura gavetta in una fabbrica di etilometri, brevettando un nuovo palloncino che, una volta gonfiato e rilasciato, riusciva a percorrere la distanza che separa Milano da Cesano Boscone in soli ventitrè minuti. Per questa invenzione aveva ricevuto le congratulazioni del capo dell’Arma e dieci settimane di arresti domiciliari.

I due rimasero chiusi nell’appartamento di Alarico per dieci mesi, uscendo solo sporadicamente per andare dal tabaccaio a comprare le sigarette. Nessuno dei due fumava, ma non ci avevamo mai fatto caso.

Gli inizi furono piuttosto complicati. Franco Cassapanca, dopo aver studiato tutto nei minimi particolari, si era messo al lavoro, un gran concerto di martelli, seghe e trapanate. Il risultato non era esattamente quello sperato: ogni volta che Alarico si metteva al piano, riproduceva per intero Lasciatemi cantare, il primo album di Gigi D’Alessio. C’era ancora qualcosa da calibrare.

Franco Cassapanca, un uomo tutto di un pezzo, cosa che gli creava notevoli difficoltà deambulatorie, non si era perso d’animo, si era rimesso al lavoro di gran lena e tempo qualche mese aveva portato a termine il lavoro che gli avrebbe dato gloria imperitura.

Era andato a bussare alla porta di Alarico, che non si era ancora ripreso dal neomelodico napoletano e si era recluso in camera sua, trascorrendo il tempo a conversare con le sue dita dei piedi. Quando Alarico era uscito dalla camera e avevo scorto il deltapiano, si era commosso. Tutto quello che aveva sognato, tutto quello per cui aveva vissuto, si stava per realizzare.
 

Si erano abbracciati. Poi baciati. A quel punto Franco lo aveva allontanato, dichiarando di non essere omosessuale, e anche Alarico, sorpreso, aveva detto lo stesso. I due, in preda all’imbarazzo, avevano preso le sigarette e iniziato a fumare. Quanti colpi di tosse.

Tuttavia, c’erano cose più importanti da fare. Bisognava volare. Alarico e Franco avevano spinto il deltapiano fino alla montagnetta di San Siro. Avrebbero voluto portarlo fino alle tre cime di Lavaredo e da lì, in uno dei posti più pittoreschi d’Italia, spiccare il volo, ma Alarico aveva calcolato che, alla velocità di spinta, ci avrebbero impiegato almeno dodici giorni. Troppi, anche per Franco Cassapanca, che di tempo ne aveva da perdere.

Poco prima di arrivare, erano stati fermati da una pattuglia di carabinieri in incognito, camuffati da cerchi in lega di un BMW da venti pollici, che li avevano multati per eccesso di stupidità. Il breve inconveniente non li aveva fermati. Erano risuciti ad arrivare alla montagnetta e a spingere il deltapiano su fino in cima.

Lo spettacolo che si presentava loro era qualcosa di commovente: la città, in tutta la sua magnificenza, con lo stadio di San Siro che svettava insieme al gruppo di scapestrati poco più in giù che stavano grigliando anche le loro scarpe. Il deltapiano era pronto. Franco Cassapanca lo chiamava il suo gioiellino tecnologico, anche se un pianoforte con attaccato due ali e un sedile non sembrava un concentrato di genialità.

Alarico si era posizionato sopra al sedile, aveva aperto la tastiera, infilato il casco, inspirato profondamente, buttato fuori l’aria e fatto un cenno con la testa. A quel punto Franco Cassapanca aveva dato una gran spinta ad Alarico. Il deltapiano aveva iniziato a scendere dalla montagnetta, aumentando progressivamente la velocità, mentre Alarico Bididibodidibu suonava L’amour tojours di Gigi Dag.

Al termine della rampa, Alarico aveva alzato le braccia al cielo e il deltapiano si era librato in aria. “Volo!”, aveva urlato con tutta la forza che aveva in corpo Alarico, precipitando giù subito dopo e andandosi a schiantare contro la griglia su cui stavano cuocendo settantacinque salsicce e tre paia di scarpe da ginnastica.

Franco Cassapanca era corso giù ad accertarsi delle condizioni dell’amico, mentre la gente che era intorno alla griglia correva da una parte all’altra, bestemmiando e cercando di recuperare al volo le salsicce che erano state scaraventate in aria dall’impatto con il deltapiano.

Alarico Bididibodidibu era stato portato in ambulanza all’ospedale San Giuseppe, dove gli avevano riscontrato un trauma cranico e la torsione dei lobi auricolari. Al suo risveglio, aveva iniziato a parlare in una lingua sconosciuta, anche se più tardi si era scoperto che era solamente un italiano parlato in modo piuttosto lento. 

Alarico oramai ha accantonato il suo sogno e ha lanciato un’iniziativa per rendere più piccoli i contrabbassi, Abbasso il contrabbasso. Franco Cassapanca, che ritiene di essere l’unico responsabile dell’incidente, si è ritirato in un paesino di montagna nella Val Gardena e si dedica alla compravendita di canederli.

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