Il buongiorno si vede dal Martino

Martino Martenghi aveva dodici anni quando scoprirono il suo talento. Una sera di fine agosto, mentre se ne stava sdraiato sul suo letto, immobile, smise di respirare dalla narice destra.

Gli sembrava di avere infilato dentro al naso un tortiglione, magari uno di quelli che gli piacevano tanto, con il ragù di capriolo. Aveva provato a soffiarselo, il naso, ma la situazione non era migliorata.

Poco prima dell’alba si era abbattuto un temporale di inaudita violenza, che aveva sradicato alberi, scoperchiato case e infradiciato le pantofole del signor Nino che il signor Nino, da trent’anni, lasciava fuori sul balcone. A prendere aria, diceva lui.

Alcuni giorni dopo, mentre se ne stava sdraiato sul suo letto, immobile (Martino, non il signor Nino, che appena si sdraiava su qualcosa, qualsiasi cosa, iniziava subito a russare così forte che Adelmo Martenghi, zio di Martino, aveva sviluppato la scala Nino: quando arrivava a livello cinque, la signora Anselma, moglie del signor Nino, era autorizzata a sparare dei colpi a salve in camera), smise di respirare dalla narice sinistra.

Questa volta Martino ebbe la sensazione che qualcuno gli avesse infilato nella narice una conchiglia ripiena di pesto genovese. Il giorno dopo, in paese, soffiò un vento a centotrenta chilometri orari che alzò le gonne delle signore, ma anche di alcuni signori, e fece volare via il parrucchino di Adalgigi Beretta.

Tutto questo avvenne nella piazza centrale, davanti agli occhi di decine di spettatori, che rimasero sorpresi quando videro che il Beretta non era pelato, ma, sotto il parrucchino, aveva un sacco di capelli ricci.

Dopo un’otite all’orecchio sinistro, furono avvertite delle violente scosse di terremoto, che lasciarono alcune crepe sul viso della signora Ada, che tanto, visto l’età, era già crepato di suo.

Quando, dopo un dolore lancinante all’orecchio destro, il paese fu invaso da uno sciame di locuste che si scolarono tutte le bottiglie di grappa dell’osteria Da Pino e Camilla senza nemmeno lasciare la mancia, Martino capì che c’era qualcosa di strano.

Aveva sempre pensato che fosse come pronunciava la lettera o, ma ora intuiva che c’era qualcosa di più grande, di più vasto, qualcosa che non poteva controllare, proprio come i disturbi gastrici della sua prozia.

Ne parlò con i genitori. La madre sembrava molto preoccupata; il padre gli chiese se fosse in grado di indovinare i numeri del superenalotto. Lo portarono da Giovanbattista Pischeri, il medico condotto, che lo esaminò da cima a fondo e disse che il giovane era idoneo, ma non specificò per che cosa, lasciando i genitori con delle espressioni inebetite da cui non furono mai più in grado di sbarazzarsi.

Lo fecero visitare dal grande luminare Alberto Luminare, primario neurologo nel tempo libero, che lo sottopose a una tomografia computerizzata alla testa. Ne risultò l’immagine di una donna con delle pere giganti, e la madre di Martino, scandalizzata, si rinchiuse in una scatola per scarpe e non volle più uscire.

A Martino, a causa della situazione piuttosto bizzarra, venne un gran mal di testa e, il giorno dopo, il paese fu inondato per ore da una pioggia di insulti che nessuno riuscì a capire perché fossero in dialetto veneto. Il padre, disperato, contattò per un consulto Flaminia Severa, una famosa cartomante e sensitiva conosciuta per la sua breve relazione con il pulcino pio e per essere, almeno secondo le sue dichiarazioni, la reincarnazione di se stessa.

La medium accettò il caso di buon cuore e un afoso pomeriggio di luglio, a bordo della sua motocicletta, fece il suo ingresso in un paese deserto, almeno fino alle quattro del pomeriggio. Dopo essersi fumata un paio delle sue amate sigarette, Flaminia Severa si avviò verso il civico 12 di via Sesterzo, dove abitava la famiglia Martenghi.

“Dov’è il paziente?”, domandò al padre, quando le aprì la porta.
“In camera sua”, rispose.
“E dov’è camera sua?”

Il padre la indicò.

“E lui è dentro?”

Il padre annuì.

“Cosa sta facendo?”

Il signor Martenghi non ne aveva idea e le suggerì di andare in camera per accertarsene da sola. La sensitiva bussò alla porta, poi aprì ed entrò.

“Sei tu Martino Martenghi?”.

Il ragazzino annuì con la testa.

“E quello di là è tuo papà?”

Il ragazzino annuì di nuovo.

“E tua mamma? Ce l’hai una mamma?”
“Sì”, fece Martino, “ma è nascosta in una scatola per le scarpe e non vuole più uscire”
“Mhh. Bene. Sai perché sono qui?”
“Per la pulizia della camera?”
“No. Sono venuta a risolvere il tuo problema”.

A quelle parole Martino iniziò a tremare, uno spasmo di dolore gli attraversò il corpo e fuori inziarono a cadere dei chicchi di grandine grossi come la testa della signorina Fulvia Chiucchiurlotto, che aveva una testa davvero minuscola, e infatti la chiamavano testa di pulce, ma come chicco di grandine era certamente abnorme.

“Ho capito, tutto è chiaro”, esclamò Flaminia. Prese Martino e lo fece sdraiare sul pavimento. Intorno a lui mise degli infradito.
“Acan papan, acan papan”, ripetè, a voce alta.
“Sono parole magiche?”, le domandò Martino.
“No, sto solo riscaldando le corde vocali. E adesso silenzio, per piacere”.

La medium allungò le braccia, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto, iniziando a declamare una nenia insopportabile. Tirò fuori da una sacca un barattolo di Nutella, lo aprì, ci infilò dentro un cucchiaio per poi versarne il contenuto sopra Martino. Il ragazzo, esterrefatto, non sapeva come comportarsi.

“Esci, esci di lì”, urlava, lanciando cucchiaiate sul ragazzino.
“Esci da quel corpo, te lo ordino, viscido essere”.

Improvvisamente Martino iniziò a tremare come un chihuahua esposto a temperature inferiori ai venti gradi. Il suo corpo si mise a levitare per la stanza, andando a sbattere la testa almeno tre volte contro il muro. Le narici si dilatarono e iniziò a uscirne un liquido rosso, corposo, leggermente acido, profumi di caramello, steppa, frutta secca. Un barolo del 1968.

“Vattene da lì, entità sordida, immonda, spregevole, vattene e non farti più vedere. Almeno non da queste parti, ma se vai avanti di una trentina di chilometri, svolti a destra, superi la prima rotonda, alla seconda prendi la terza uscita, ti immetti nella via principale, e svolti alla prima a destra, in via Periple, al numero 16, scala a destra, piano secondo, prima porta, non c’è nessun problema”.

In quell’istante si udì uno rumore secco, sordo, poi una voce cavernosa, spettrale, ululò “Chi l’ha dura, l’evince! Ride il pene se ride ultimo!”.

Martinò piombò per terra rovinosamente, tant’è che per tirarlo su dovettero chiamare in soccorso i vigili del fuoco, che lo rimisero in piedi con l’aiuto di una gru.

Flaminia gli sussurrò all’orecchio “Non c’è più niente da temere. Era solo lo spirito dislessico dei proverbi. Ora rimettiti, soprattutto in piedi”.

Il padre di Martino non sapeva come sdebitarsi, e lo disse anche “Non so come sdebitarmi. Lei è un angelo. Senza i denti davanti, ma un angelo”
“Lei mi lusinga”, replicò Flaminia Severa, arrossendo sui lobi, “ma non deve ringraziare me. Deve ringraziare lui”
“Lui chi?” fu l’ultima cosa che riuscì a dire il signor Martenghi prima che la sensitiva se ne andasse, lasciandolo con una domanda aperta a cui non fu mai data una risposta.

Da quel giorno l’unica relazione che ci fu tra il meteo e Martino fu la parola meteorismo, disturbo che afflisse negli anni a venire il giovane, come quella volta che, seduto sul balcone… ma questa, lasciatemelo dire, è un’altra storia.

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