I lottatori di fumo

Sono uno sportivo. In senso lato. Sport, non ne ho mai praticato, se si esclude quella volta che feci uno scatto dal divano alla cucina per evitare lo zoccolo di legno lanciatomi da mia madre, ma ho passato gli ultimi vent’anni incollato al televisore a sorbirmi con diligenza tutto quello che, sportivamente parlando, il satellite è riuscito a trasmettere.

Ho pianto quando l’Italia ha vinto i mondiali di calcio nel 2006, ho gioito per le vittorie del Settebello, non mi sono perso nemmeno una gara internazionale di freccette, mi sono addormentato davanti alle partite di curling e sono diventato un grande appassionato di lancio del martello.

Di robe strane ne ho viste, certo. La corsa con la moglie, in Finlandia. Il polo con gli elefanti, in Sri Lanka. E il rugby subacqueo. Di strano, però, come questo, non avevo ancora visto niente.

La scorsa primavera, per motivi di lavoro, ho preso un aereo che mi ha portato fino in Giappone. Mi piace il Giappone, è pieno di giapponesi che si inchinano e mi chiamano San, come Here comes the San dei Beatles, do do do do. La mia canzone preferita.

Una sera esco con Toshiro, un tizio di Kyoto (ho sempre pensato, chissà perché poi, che Kyoto non fosse una città vera, ma solo l’anagramma di Tokyo) che ho conosciuto nell’androne dell’albergo. Toshiro non parlava una parola di inglese, e neanche io, così siamo subito diventati amici.

“Portami a vedere un po’ di figa”, gli ho detto, ammiccando e colpendolo con il gomito sulla bocca dello stomaco, che a momenti mi stramazza al suolo. Toshiro si è inchinato, poi ha fermato un taxi, ha detto qualcosa al tassista e siamo partiti.

Se non siete mai stati a Tokyo, non potete capire quanto sia grande. Dopo trenta minuti che viaggiavamo, anche abbastanza spediti, chiedo dove siamo. “Tokyo”, mi risponde il tassista, che capisce un paio di parole in italiano perché nel 2012 ha passato una settimana sul lago di Garda, dove ha imparato anche qualche parola in dialetto bresciano che si diverte a farmi ascoltare:

“Fes, gnaro, vecio, baita, pötòst che niènt, l’è mèi pötòst”

Già non le capisco dette da un bresciano, figuriamoci pronunciate da un nipponico. Allora gli chiedo dove stiamo andando, e lui inizia una filippica in giapponese, così ringrazio e faccio come Toshiro, schiaccio un pisolino. 

Quando riapro gli occhi, siamo davanti a un palazzetto dello sport. L’orologio dice che sono le nove. Abbiamo viaggiato per due ore. Non chiedo niente, perché ho paura che mi risponda di nuovo che siamo a Tokyo. Guardo Toshiro, un po’ perplesso, perché non mi aspettavo mi portasse un palazzetto dello sport. A non parlare le lingue.

Toshiro va alla cassa, acquista due biglietti e mi fa cenno di seguirlo. Dentro ci saranno diecimila persone, sedute, in silenzio. I nostri posti sono proprio a bordo pista, anche se dubito sia una pista. Sembra più un campo da combattimento.

Toshiro mi dice ‘Dohyō’, indicandomelo. Ci sediamo. “Figa, niente?”, gli chiedo. Toshiro sorride e mi dice ‘Dohyō’, indicandomelo di nuovo. Mi taccio e aspetto.

A un certo punto entrano, da parti opposte, due pachidermi con un pannolino addosso. Non ho mai visto in vita mia delle persone così grosse. Onestamente, non mi sembrano siano molto in forma. Arriva un tizio con addosso uno splendido kimono che si mette in mezzo a loro e inizia a gridare come un forsennato. Se continua a urlare così, a fine serata non ci arriva.

I due barili si accovacciano sulle ginocchia, si tirano dei grandi schiaffoni sulle cosce e poi, colpo di scena. Dal pannolone che, dalle dimensioni, deve essere una tenda da campeggio arrotolata, estraggono una sigaretta. La infilano tra le labbra.

L’urlatore, che credo sia l’arbitro, perché qualcuno gli ha già dato del cornuto, si avvicina a loro, che nel frattempo si sono appropinquati al centro della sala, e con un gesto rapido della mano accende le sigarette. Inizia quindi a urlare ancora più forte.

Le sigarette bruciano, bruciano, si consumano, mentre i due pesi massimi continuano a inalare fumo senza buttare fuori niente. Non ho mai fumato, ma anche io so che nel fumo funziona così, inali e butti fuori. Evidentemente ai due non lo hanno ancora spiegato.

E invece. Quando delle cicche non rimane altro che un mozzicone spento, la coppia butta fuori tutto quello che aveva trattenuto. Quello che ne esce non è una nuvola di fumo, ma un qualcosa che prende lentamente forma. Se non l’avessi visto con i miei occhi, giuro che non ci crederei.

Mi trovo davanti a due lottatori di fumo, ancora più enormi dei loro artefici, che iniziano ad avvinghiarsi, spingersi e tirarsi degli schiaffoni che saranno stati pure di fumo, ma mi facevano venire la pelle d’oca. L’arbitro si sgola ancora di più. Spero che in sala ci sia un otorinolaringoiatra.

Dopo tanto spingere, uno dei due pancioni vaporosi scivola fuori dal Dohyō’. L’arbitro indica il vincitore con il ventaglio e urla ‘Shobu-ari!’, una parola che mi ricordo perché assomiglia a quello che mi ripeteva sempre in dialetto la mia bisnonna, quando si toglieva la dentiera, e di cui non ho mai afferrato il significato.

A quel punto i lottatori soffiano sulle loro creature, che si disperdono nell’aria, fanno un inchino e se ne escono da dove erano entrati. Il pubblico inizia ad alzarsi e, in modo composto, si avvia verso le uscite.

Ancora incredulo per quello che ho visto, guardo Toshiro e gli faccio un inchino a dimostrare la mia riconoscenza per aver assistito a uno spettacolo che non potrò mai dimenticare.

Anche Toshiro si inchina, e mi fa, ‘Adesso ti porto a vedere un po’ di figa’.

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