Non la solita aria

Nella vita sono stato abbastanza fortunato. Sono nato in un paese che apprezza la pasta al dente, non mette l’ananas sopra la pizza ed evita come la peste il cappuccino dopo le undici del mattino.

Ad altri è andata peggio e quindi non c’è giorno in cui non mi alzi e ringrazi il Signore, quello eterno e che non si scarica mai, per avermi fatto nascere italiano. Essendo agnostico, lo ringrazio preventivamente, nel caso esista. Nel caso non esista, qualcuno in meno a cui rendere conto in questa vita.

Un’altra grande fortuna è stata quella di avere dei lavori sempre flessibili che mi hanno permesso di dedicarmi alle mie passioni senza dover mandare a un manager la lista di quello che faccio e dove durante ogni minuto della giornata.

E, nonostante sia agnostico, so che il manager esiste ed è qualcuno a cui, inevitabilmente, devo rendere conto.

Questa è la ragione per cui, la mattina, mi potete trovare a fare sport in orari che, di solito, sono quasi esclusivamente riservati ai pensionati. O ai disoccupati. O ai pensionati disoccupati.

Coincidenza, in questo periodo mi ritrovo senza lavoro, che sul grafico cartesiano flessibilità guadagno tende a più infinito sull’asse della flessibilità e a zero tendente verso la disperazione economica su quella del guadagno.

Un premabolo insensatamente lungo per dire che l’altro giorno, intorno alle nove e trenta del mattino, ero in palestra, sdraiato su una panca inclinata. Inclinazione verso l’inerzia, che è dove tendo per natura se mi siedo sopra qualcosa che ha uno schienale. O che non ce l’ha, fa lo stesso.

In palestra, però, se ti sdrai su una panca inclinata in genere è perché vuoi provare a gonfiare i tuoi pettorali in modo da poter assomigliare a un gorilla silverback e percuoterti il petto con i pugni per dimostrare che hai delle conoscenze ritmiche di base.

E infatti tutto era pronto per esercitare i miei pettorali alti. Intorno a me, la solita fauna di temporaneamente invalidi seguiti dai vari fisioterapisti (sì, perchè la palestra in cui mi alleno è parte di un centro di fisioterapia sportiva e non), signore e signori sopra i settanta e qualche tizio che o è disoccupato come me, o ha un lavoro flessibile oppure non ha bisogno di lavorare.

Tra le signore c’è anche una mia fan che non perde occasione di parlarmi o farmi qualche complimento. Ma io sono sposato e non mi lascio traviare così facilmente. E poi ha ottantaquattro anni, secondo me la differenza di età è troppo marcata.

Questo per il contesto. Ma veniamo ai fatti. Sdraiato per benino, trenta gradi di inclinazione, sollevo i due manubri e inizio a spingerli verso l’alto, verso l’infinito e oltre, nello spazio, fuori dalle galassie conosciute.

E poi li riporto giù, perché la potenza senza il controllo è nulla. Infatti interviene un meccanico che mi controlla la pressione dei pettorali: tre punto due e due punto cinque. Sono pronto a mettermi in autostrada.

Spingo una volta. Fin qui tutto bene. Spingo due volte. Fin qui tutto bene. Lo dico perché l’ultima volta mi sono contratto un muscolo e alla mia etè le cose apparentemente più insignificanti dal punto di vista fisico si trasformano in patologie croniche di cui non riesci più a liberarti.

Spingo tre volte. Fa caldo, ma resisto. Quarta ripetizione. Quinta. Questo per dimostrare che conosco la serie dei numeri infiniti e, se potessi, potrei andare avanti a contare fino al momento di esalare l’ultimo respiro.

Il mio fisico, però, non me lo permette. E neanche mia moglie, se no chi la porta giù la spazzatura?

Sesta ripetizione. Manca poco. Le ultime due prima del meritato minuto di pausa. Facciamo anche un minuto e mezzo. Pure due. Ma quando parte la settima… Perché la settima ripetizione non è l’unica cosa a partire.

Nel silenzio più assoluto, a parte un po’ di musica dance sparata fuori dalle casse a decibel che solo i cani sono in grado di udire e gli anziani qui presente, che appena il volume si alza di un micro decibel sono già pronti a raccogliere le firme per indire un referendum sull’abolizione della musica nelle sale fitness, ecco, proprio in quel momento, quando anche il tunz tunz della musica si affievolisce per una legge universale che nessuno conosce ma che vuole che, proprio in quel momento, la palestra assomigli sempre di più a una camera anecoica, a me parte un peto.

Un colpo di trombone, secco,  che sovrasta tutti gli altri suoni, lasciando il pubblico esterrefatto.

In quel momento vengo assalito dal dubbio. Cosa faccio, nego e faccio lo gnorri, o mi comporto da leader, assumendomi le mie responsabilità oggettive?

Di tutti i corsi di management che mi hanno fatto fare negli ultimi anni, nemmeno uno che, in questo momento, mi serva da bussola per orientarmi in una decisione così delicata.

Se fossi un leader, uno vero, salirei sulla panca e direi qualcosa del tipo:

“Compagni! Fratelli di sudore e di acido lattico! Non volgete altrove lo sguardo, non cercate colpevoli invisibili tra le carrucole o le suole di gomma che strisciano sul pavimento! Quel tuono improvviso, quell’eco d’organo che ha squarciato il ritmo dei vostri passi e delle vostre serie porta la mia firma. Sì, sono stato io! E me ne assumo, davanti a voi e davanti alla storia, la piena, assoluta e incrollabile responsabilità! Non vedetelo come un affronto, ma come il compimento della natura umana spinta al suo estremo limite! Un vero leader non nasconde le proprie emissioni dietro lo stridore di un macchinario difettoso. Chi oggi indietreggia tappandosi il naso, non è degno di condividere con noi l’imperitura gloria. Ma chi oggi respira con me questo dardo gassoso, questa testimonianza di pura pressione idraulica e determinazione d’acciaio, potrà dire un giorno, io c’ero e ho respirato l’audacia dell’uomo che ha osato sfidare la gravità e la decenza nello stesso istante! E ora, tornate alle vostre macchine! Che questo vento di libertà vi sia di sprone”

Ma leader non lo sono. Troppa fatica. Mi sollevo dalla panca e, con nonchalance, mi guardo intorno. Magari è passata inosservata. Anzi, sicuro.
 

Mi accorgo, però, come in una scena di un film, che il tempo è sospeso. La spasimante ultraottantenne è sulla cyclette, la bocca spalancata in quello che sembra un urlo di Munch con la dentiera. Un fisioterapista, per proteggersi dall’onda d’urto, ha entrambe le braccia sollevate a copertura del viso. L’altro fisioterapista, invece, tappa le orecchie al proprio paziente.

Un paio di pensionati sono nella posizione di corsa sopra il tapis roulant. I loro visi appaiono sereni, distesi. Non si sono accorti di niente. Un tizio che avrà la mia età mi fissa tenendo un crocefisso tra le mani. Dalla finestra vedo un gruppo di SWAT pronto a entrare in azione, la scala già appogiata sul muro. La sirena dell’allarme generale inizia a suonare.

Poi, tutto ricomincia a scorrere come sempre. Bevo dell’acqua e torno alla panca con l’espressione di quello che ti dice, ragazzi, ma l’avete sentita? Ma chi sarà stato? Negare, negare e ancora negare. 

Ecco, è andata all’incirca così. Umano, troppo umano, come scriveva Nietzsche. Mi spiace solo per la mia spasimante. In palestra ci sono ritornato ma non mi ha più degnato di uno sguardo.

D’altronde, la capisco: a chi piacciono quelli che si danno delle arie?

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