L’HipHoppotamo

Tanto tempo fa. Un safari in Tanzania. Ah, bella la Tanzania. Terra meravigliosa. Peccato il sonno. Tre giorni che non chiudevo occhio. Ci accampavamo intorno a un falò, cucinavamo qualcosa, due chiacchiere, un bicchiere di vino e alle dieci tutti a letto che la sveglia, cascasse il mondo, suonava alle cinque in punto.

Appena mettevo giù la testa, le sentivo. Dio onnipotente, ma cosa ti è saltato in mente di inventarle. Maledette zanzare. Zzz, zzz, mi giravano intorno come degli avvoltoi.

E poi c’era Ciccio, che quando russava sembrava un elefante che barriva. “Shh, shh”, facevo, e Ciccio smetteva, per qualche minuto, e in quella pausa le zanzare ripartivano alla carica, e poi ripartiva alla carica Ciccio, e così fino alle cinque del mattino. Dio onnipotente.

Quando si alzava, Ciccio sembrava il ritratto della salute. Io, invece, una carcassa ambulante pronta per essere divorata da un branco bavoso di iene. 

Quella mattina, prima che suonasse la sveglia, ero già fuori dalla tenda.

Mi accendo una sigaretta e mi ritrovo davanti un babbuino. Rimango immobile. Trattengo il respiro per un tempo interminabile, ovvero qualche misero secondo, considerando che non pratico sport da vent’anni. Il babbuino, probabilmente annoiato o infastidito dal puzzo del fumo, mi mostra il dito medio e se ne va via.

Quando lo racconto alla comitiva, non mi crede nessuno. So che non me lo sono immaginato, quell’ammasso di peli e pulci mi aveva mandato affanculo. Non mi sono mai piaciuti i babbuini con i loro culi all’aria.

Alle cinque e mezza, dopo una colazione veloce, risaliamo tutti sulle jeep in direzione del parco nazionale del lago Manyara. Andiamo a vedere gli ippopotami.

Io ho sempre pensato che gli ippopotami fossero degli animali bonari. Assomigliano un po’ a Ciccio e Ciccio, diamine, è un pezzo di pane. E invece no. La guida ci ha detto che quando arriveremo nei pressi del lago, dove gli ippopotami se ne stanno immersi a godersi la frescura dell’acqua, ce ne rimarremo tutti sulle jeep, a debita distanza.

A quanto pare questi bestioni di 1500 chili sono dei veri e propri figli di puttana, degli sgherri pronti a fare fuori chiunque invada il loro territorio. Mafiosetti della savana che godono del rispetto degli animali più pericolosi. Anche i leoni, di fronte agli ippopotami, se ne stanno schisci, con la criniera abbassata. E sarebbero loro i re della savana?

Dopo dure ore di viaggio interrotte da un paio di soste per permettere a Ciccio di riprendersi (a quarant’anni soffre ancora il mal di auto, Dio onnipotente), avvistiamo le acque del lago Manyara. Avverto delle vibrazioni che, man mano che ci avviciniamo, diventano sempre più forti.

Sadiki, la nostra guida, vede le nostre espressioni e ci tranquillizza. O almeno, ci prova. “Non vi preoccupate, sono le casse che sparano fuori la base per tutto il giorno. Stiamo entrando nel territorio degli HipHoppotami”. Non faccio a tempo a dire “Cosa?” che davanti a noi si presenta una scena ai limiti della realtà.

Se non avessi la prova qui, sul mio telefonino, una foto che ho scattato appena ripresomi dallo stupore, giuro che non ci crederei nemmeno io. Sulle rive del lago ci saranno, sei, sette ippopotami. Sono femmine. Si muovono a ritmo, mostrano le mammelle ipertrofiche e agitano con sinuosità i culoni. Un culone così non ce l’ha nemmeno la Kardashian.

Al centro c’è lui, il maschio alfa, un ippopotamo con denti e catenazza al collo d’oro. “JJ”, ci dice la nostra guida, indicandolo. Le jeep si sono arrestate. JJ? Ma che nome è? Anche qui in Africa non sono messi bene. JJ sta cantando in swahili. Non capisco una parola, ma la musica è contagiosa.

Tutti gli animali lì intorno si stanno agitando e pure noi non è che riusciamo tanto a stare fermi, e così le jeep iniziano a muoversi in su e in giù, a destra e a sinistra e sembra di stare sopra una barca in balia delle onde. Ciccio non ce la fa, apre la portiera e fa quello che deve fare.

Ciccio, un pezzo di pane, un pezzo di pane grande e grosso, ma mia nipote di sette anni è più tosta di lui. Chiedo a Sadiki di tradurmi le parole. Sembra che il bestione stia cantando qualcosa del genere:

Muovi il tuo popò
Hiphoppotamò
Dentro l’acqua sto 
Hiphoppotamò
Muovi il tuo popò
Hiphoppotamò
Faccio brutto, bro
Hiphoppotamò
Muovi il tuo popò
Hiphoppotamò
Cazzo dico boh
Hiphoppotamò
Muovi il tuo popò
Hiphoppotamò

Magari il testo non è raffinatissimo, ma diamine, questi sono tipi che ti staccano un braccio con le mascelle. Il ritornello mi si conficca qui, proprio in testa. Maledizione. E poi succede una cosa, Dio onnipotente, una cosa pazzesca.

Ciccio, ripresosi, inizia a dirigersi verso il branco. “Ciccio, Ciccio!”, siamo lì, tutti a urlargli, “Ciccio, torna indietro! Ciccio, non fare cazzate!”, ma Ciccio neanche si volta e prosegue il percorso verso il patibolo.

Sadiki, insieme all’altra guida, Thato, scende dalla jeep imbracciando il fucile. Qui le cose non si mettono affatto bene. Cosa gli stia passando per la testa a Ciccio, solo il Signore lo so. E chi lo avrebbe mai detto. La cosa più avventurosa che Ciccio ha mai fatto è stato quell’anno in Spagna, quando si è tuffato in piscina senza aspettare le canoniche tre ore dopo il pranzo.

Ed eccolo, in mezzo a quei bestioni. Si toglie i vestiti e, nudo come mamma l’ha fatto, inizia a ballare. Il suo culone non sfigura affatto. Gli hiphoppotami non sembrano infastiditi dalla sua presenza, anzi. Porca puttana, Ciccio, penso, il sole africano ti ha proprio mandato il cervello in pappa.

Sadiki mi guarda come per dire, adesso cosa facciamo, io faccio spallucce e che cavolo ne so, ha quarant’anni, se vuole starsene lì a sculettare in mezzo ai pachidermi, che lo faccia, non sono mica sua madre.

Quando finisce l’esibizione, tutte le smandrappone si immergono in acqua, vicine a JJ, che, ora immobile, ci fissa. Anche Ciccio si immerge in acqua, fa un paio di bracciate che, Dio onnipotente, sembra sempre che stia per venire giù, si avvicina a JJ e inizia a sussurrargli qualcosa nell’orecchio.

JJ annuisce, poi Ciccio gli monta in groppa e se ne stanno così, immobili, mentre noi li guardiamo con la bocca spalancata. “Il tuo amico è pazzo”, mi dice Sadiki, e io non so cosa rispondere. Sì, è pazzo, ma lo vedo in mezzo a quei bestioni, tranquillo, rilassato, a cavalcioni di JJ, e penso sì, sarà pure impazzito, ma a me sembra felice. Che rottoinculo. 

Quella è l’ultima volta che ho visto Ciccio. Sono passati quindici anni da allora. Continuo a fare le cose che mi piacciono, impigrirmi, procrastinare e viaggiare per il mondo, ma una cosa bizzarra come quello che ho vissuto in Tanzania non mi è mai più ricapitata.

Ciccio fa il producer e viaggia intorno al globo con il suo gruppo di Hiphoppotami capitanati da JJ. Ogni tanto mi manda qualche foto, vive in una villa a Bel Air con quattro figli, tutti grassi come lui. Un po’ mi manca.

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