C’era una volta, tanto tempo fa, una città che chiameremo Milano per facilitarvi la comprensione. Al limitare della città c’era un bosco. Era un bosco pieno di alberi, arbusti, plastica e animali pulciosi. Era un bosco pericoloso perché se ci si addentrava lì, dove la luce del sole faticava a penetrare, ci si poteva imbattere nell’orcologio, un orco grosso, peloso e pancione, come metà della gente che conosco.
Ai malcapitati che lo incontravano nelle loro peregrinazioni domandava l’ora, che però non era mai quella segnata dalle lancette. Chi non era in grado di rispondere, veniva costretto a mangiare un piatto di cassoeula con cappuccino.
Il sindaco di Milano, il signor Salotto, il Salotto della Milano bene, aveva vietato ai milanesi di addentrarsi nel bosco.
“Non voglio che i miei cittadini mangino cassoeula con cappuccino. Certe cose lasciamole agli stranieri”.
A molti, però, il divieto sembrava eccessivo.
“Dove andremo a finire di questo passo?!”, gridava la gente, tra un negroni sbagliato e l’altro. “Se continuiamo così, tra un po’vieteranno anche di parcheggiare le macchine in seconda fila”.
Così, ogni settimana, qualche malcapitato incontrava l’orcologio che gli chiedeva “Che ore sono?”. Le sei e trentacinque, rispondeva, che ne so, tale Paolo, uno che non aveva capito come funzionava l’ambaradan, e l’orcologio, zac, gli appioppava due sganascioni, lo legava come un salame e lo costringeva a ingollarsi cassoeula e cappuccino. Poi aggiungeva, “Sbagliato, è l’ora dell’aperitivo”.
L’orcologio era scaltro e rispondere in modo esatto era diventato sempre più difficile. A volte, di notte, potevano sentirsi le grida delle persone che imploravano l’orcologio, “Ti prego, il cappuccino dopo la cassoeula no”, ma l’orcologio non transigeva. “Che ore sono?”, domandava. “È l’ora di cassoeula e cappuccino”, provava a ribattere qualcuno. “Sbagliato”, proseguiva l’orcologio, con sganascioni integrati, “è ora che te ne stia un po’zitto”.
La cosa andava avanti ormai da qualche anno. I milanesi, che stavano perdendo la pazienza, avevano incominciato a protestare, urlando parole indicibili sotto l’ufficio del sindaco e inviandogli email minatorie: “Sindaco testa di cavolo cappuccio, risolvi la roba dell’orcologio o ti taglio le gomme del porschino” o “Se ti becco per strada, ti faccio andare in giro con il borsellino, quello a tracolla, davanti a tutti”.
Salotto, terrorizzato dal perdere i suoi privilegi di primo cittadino benestante, di comune accordo con il prefetto, inviò tre pattuglie della polizia, armate fino ai denti. “E con oggi, mettiamo fine a questa pagliacciata”, aveva dichiarato il sindaco uscendo da una sfilata di moda.
L’orco nutriva un certo rispetto per la divisa, ma vedersi puntare addosso tutte quelle pistole lo aveva innervosito parecchio e dopo aver posto la solita domanda, aveva riempito di mazzate i poliziotti che, alla fine, si erano dovuti pappare cassoeula con cappuccino. Una umiliazione bruciante per il sindaco, che per tre giorni non uscì dal suo ufficio, nemmeno per la manicure settimanale.
Al quarto giorno indisse una conferenza stampa.
“Quello che è successo pochi giorni fa è di una gravità indicibile e infatti stavo per non dirvelo, ma sono il sindaco Salotto e mi assumo le mie responsabilità”. Qualcuno fece una pernacchia ma il sindaco non si lasciò provocare. “Le nostre forze dell’ordine sono già sovrappeso perché si esercitano poco e mangiano cose che difficilmente si possono trovare in un ristorante stellato. Ingozzarli in quel modo ci fa capire con chi dobbiamo trattare. Ci ho pensato molto e alla fine ho deciso di mandare in avanscoperta l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu”
L’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu, conosciuto come Gigi, era un abile negoziatore che si era fatto le ossa contrattando il prezzo dei tappeti al mercato di Istanbul. Spuntò magicamente da dietro il sindaco.
“Ringrazio il sindaco Salotto per la fiducia. I milanesi hanno il diritto di passeggiare in santa pace senza il terrore di dover concludere un pranzo con un cappuccino. È una cosa inaccettabile. Assesterò un paio di calci nel sedere a questo orcologio e, a lavoro finito, credo mi meriterò una bella via in mio onore”.
Ci fu un timido applauso, un colpo di tosse di imbarazzo del sindaco e poi il medico che si prendeva cura del Mereghetti Brambilla Casati Puddu da un po’ di tempo lo scortò fuori.
Il giorno dopo, verso il meriggio, l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu si avviò verso il bosco. “Le cacche di cane sono un’epidemia, in questa città”, si lamentò, pulendosi la suola delle scarpe su del terriccio. Era una bella giornata: il cielo terso, gli uccellini che riempivano l’aria con le loro melodie, la gente che veniva rapinata nei pressi della stazione centrale e che, nonostante ciò, poteva godersi il calore di un pomeriggio estivo.
Era la prima volta che l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu si addentrava in un bosco. Era stato cresciuto in città e amava solo la natura che finiva cucinata per pranzi e cene. Il bosco non gli piaceva. Niente sirene di ambulanze o polizia, niente bar, nemmeno l’ombra di una figa. Ma l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu era un professionista, e si addentrò sempre di più nel fitto bosco fino a quando la luce del sole scomparve tra le fronde e fu sostituita da delle lampade alogene.
Sentiva il rumore dei rami che si spezzavano sotto i suoi passi, il rombo del fiume in lontananza, le cicale, le urla di Claudio, il coach motivazionale che lo seguiva come un’ombra, “Forza Ambrogio, un passo alla volta e la meta si avvicina. Un passo alla volta e la meta si avvicina. Non smettere mai di imparare e vivi come se oggi fosse l’ultimo giorno”.
Claudio era seguito dallo stesso medico che seguiva il Mereghetti Brambilla Casati Puddu. A un certo punto iniziò ad avvertire un odore nauseabondo. Non ci badò troppo, pensando fossero le sue scarpe da ginnastica, ma quando sentì un rumore simile a una trebbiatrice, non ebbe più dubbi. Era l’orcologio.
Dormiva, sdraiato sopra un enorme masso, il pancione che spuntava fuori dalla camicia Ralph Lauren. Sapeva che l’Orcologio aveva un naso sopraffino capace di fiutare odore di cazzate a chilometri di distanza. E infatti l’Orcologio si svegliò di scatto, come se gli avessero infilato un forcone nel sedere, e il Mereghetti Brambilla Casati Puddu se lo ritrovò proprio davanti.
A vederlo così, appena sveglio, non è che incutesse molto timore. Gli ricordava un pensionato, uno che aveva lavorato quarant’anni dietro lo sportello delle poste e adesso passava le giornate a guardare i cantieri e ad accarezzarsi i peli della pancia.
“Che ore sono?”, tuonò l’orcologio, avanzando verso il Mereghetti Brambilla Casati Puddu.
“È ora che ti metta un po’ a dieta. Ecco che ore sono”
“Come?”, domandò l’orcologio, preso alla sprovvista.
“È ora che ti metta un po’ a dieta. E che ti faccia vedere le orecchie, non mi sembra tu ci senta molto. E fatti una doccia, sembra che ti abbiano rovesciato addosso le fogne di tutta la città”
“Ma” cercò di controbattere l’orcologio, ma il Mereghetti Brambilla Casati Puddu si accomiatò, mentre il coach lo bombardava di frasi motivazionali.
L’orcologio rimase lì, con la bocca spalancata e le mosche che gli ronzavano intorno, e per un mese non se ne seppe quasi più nulla. Solo un paio di turisti tedeschi furono importunati, ma per loro, si sa, il cappuccino a fine pranzo non è paragonabile a un colpo di mazza da ferro in mezzo ai denti.
Intanto, in città, l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu veniva già salutato come un eroe: feste in suo onore, concerti, la gente lo abbracciava, gli pizzicava il sedere e il visconte Gianni Odescalchi Visconti Sforza di Modrone aveva deciso di regalargli parte del cognome, obbligando il comune ad emettere per l’Ambrogio una carta d’identità che potesse contenere tutta quella sfilza di cognomi.
E tra un festeggiamento e l’altro, si vociferava che, di notte, nei pressi del bosco, quando l’oscurità scendeva, si potesse scorgere un’ombra correre, ripetute su ripetute.
Sebbene l’euforia fosse nell’aria, il Mereghetti Brambilla Casati Puddu sapeva che il suo compito non era finito. Passato un mese, un tardo pomeriggio di inizio ottobre, si ripresentò nel bosco. Arrivato alla roccia, vi ci trovò seduto l’orcologio, che già sembrava un’altra persona. La pancia era quasi sparita, ma non i peli superflui, ed emanava un profumo di fiori d’arancio. L’orcologio si alzò e gli venne incontro con una certa arroganza.
“Allora, che ore sono?”
Il Mereghetti Brambilla Casati Puddu lo scrutò per bene. “Mhh. Secondo me è ora di smetterla con questa pagliacciata”
“Mi sono iscritto in palest…”, ma anche questa volta il Mereghetti Brambilla Casati Puddu si era già levato dai piedi.
L’orcologio rimase lì, con la bocca spalancata e dei denti perfettamente spazzolati.
Passò un altro mese senza che nessuno venisse assalito dall’orcologio, nemmeno i turisti tedeschi con i sandali del dottor Scholl. Il Mereghetti Brambilla Casati Puddu non poteva ormai più uscire di casa senza che venisse circondato da una folla di ammiratori. Riceveva proposte di matrimonio in continuazione, le aziende facevano la fila per averlo come testimonial e gli assicuratori avevano smesso di importunarlo tutti i giorni all’ora di pranzo.
“Vivi come se fosse l’ultimo giorno. Non mollare mai”, continuava a ripetergli il coach motivazionale, mentre il Mereghetti Brambilla Casati Puddu si guardava nello specchio. Quello che vedeva riflesso non era l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu, ma una divinità scesa sulla terra per portare ordine e pace.
“Megalomania. Si chiama megalomania”, gli ripeteva il dottore, impegnato a sedare il coach motivazionale. Il Mereghetti Brambilla Casati Puddu sapeva però che il suo compito non era ancora finito.
Un tardo pomeriggio di metà novembre, camuffato da orso bruno per non farsi riconoscere, se ne andò nel bosco. C’era una nebbia come non se ne vedeva a Milano dagli anni Ottanta. Il Mereghetti Brambilla Casati Puddu non riusciva a vedere a più di un metro e si ritrovò dentro l’appartamento della signora Fulvia Michetta, una energetica ottantenne che appena vide il Mereghetti Brambilla Casati Puddu nelle vesti dell’orso impugnò un mattarello e incominciò a dargli delle sonore legnate.
Frastornato, l’eroe meneghino se la diede a gambe e, con estrema difficoltà, raggiunse il bosco. Si strusciò contro un albero e si mise alla ricerca di miele, fino a quando gli venne in mente che non era un orso per davvero, ma l’Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu. Quando arrivò alla roccia, vi ci trovò seduta una splendida ragazza, con una cascata di capelli biondo rame e un davanzale su cui avrebbe potuto adagiare i due vasi di geranio che teneva nel balcone di casa sua.
“Tu non sai chi sono io, ma io so chi sei tu”, disse la ragazza, appena il Mereghetti Brambilla Casati Puddu avanzò verso di lei.
“Sei la mia futura moglie”, sentenziò con arroganza il Mereghetti Brambilla Casati Puddu, prendendole la mano. “Avremo cinque figli, che chiameremo Ambrogio 1, 2, 3, 4 e 5, un SUV da parcheggiare in terza fila, davanti alla scuola del centro di Milano. Impareremo ad evadere le tasse in maniera scaltra e quando sarai troppo vecchia mi fidanzerò con l’ex fidanzata di uno dei miei figli. Sarà una vita avventurosa e felice”
“E se avremo una femmina?”
“La chiameremo Ambrogia”
La ragazza scese dalla roccia. “Ambrogio Mereghetti Brambilla Casati Puddu, sono l’orcologio”. Il Mereghetti Brambilla Casati Puddu alzò un sopracciglio. “Sembri diverso”
“Sì. Ho continuato la dieta, mi sono iscritto a un corso di bikram yoga e il dottor Noncediché mi ha riempito di botox. Vuoi ancora sposarmi?”
Il Mereghetti Brambilla Casati Puddu si mise a riflettere. “Mi piacevi più prima. Ho sempre avuto un debole per gli uomini con la pancia. Ma anche così non sei male.”
“Secondo me è una bella figa”, disse il medico del Mereghetti Brambilla Casati Puddu.
“L’amore vince su tutto”, aggiunse il coach motivazionale.
“Orcologio, questo sarà il nostro segreto. Non potrai mai dire a nessuno chi eri, e dovrai essere sempre bello per i prossimi quarant’anni”
“Lo sarò. Tu in cambio comprerai trecento metri quadrati in corso Magenta, un appartamento terrazza vista mare a Santa e un appartamento a Curma, ma sulla via principale”
“Affare fatto”, disse il Mereghetti Brambilla Casati Puddu, scambiandosi un giro di lingua per suggellare il patto.
I due si sposarono pochi giorni dopo davanti al sindaco e a poche migliaia di invitati e vissero una vita infelice insieme a centinaia di migliaia di altri milanesi.
Il bosco è tornato finalmente a essere meta di passeggiate dei cittadini, dei turisti e degli spacciatori di droga.