…
Non parli mai di gelosia
Ma io lo so
Anche un maschio a volte piange
Se fossi nella tua camicia o anche più giù
Mi diresti: “Pervertita”, o peggio: “Fai tu“
Se fossi un maschio
Io mi venderei per tutto, per zero
Mi venderei per finta e davvero
…
Stavo ascoltando a tutto volume la Cantata op.29 di Webern quando ho sentito un colpo secco, come se qualcuno avesse sfondato la porta. Metto in pausa, mi alzo ma non faccio nemmeno tempo a fare due metri che mi ritrovo un’unità dei corpi speciali con le armi puntate contro di me.
“Lei è XXX?” (oscuro il mio nome perché se no poi mi ritrovo gli ammiratori sotto casa), domanda un tizio grosso come un armadio da dietro un passamontagna.
“Sono io”
“Chi c’è oltre a lei?”
“Nessuno. Abito da solo”
“La sua vicina sostiene di aver sentito delle urla disumane provenire da questo appartamento”
“…”
“Cosa c’è in quella stanza? È lì la camera delle torture?”
“Tort…?”. E poi capisco. “No, no, guardi, ci deve essere un malinteso. Era solo Webern”
“Chi?”
“Posso?”, indicando lo stereo. Mi fanno un cenno di assenso. Faccio ripartire la Cantata e a quel punto gli agenti depongono le armi e si tappano le orecchie con le mani. Non ci sono più i duri di un volta.
“Ci scusi, ma sa, se ci chiamano, dobbiamo intervenire. Ah, il postino ci ha detto di consegnarle questa”. Salutano e se ne vanno. Apro la busta.
“Gentile critico di Costruzioni con l’ego, sono una sua grande fan. Grazie a lei, ho scoperto come anche quei testi che sembrano usciti da un frullatore nascondono spesso delle gemme che devono essere scovate e interpretate. Devo farle un appunto, però: in tanti anni e nemmeno una canzone di Annalisa, la mia cantante preferita? Mi sembra una grave mancanza. Le allego il testo di Maschio. So che può farci grandi cose.
Sua,
A.”
Una lettrice poco attenta. Una canzone di Annalisa l’ho già analizzata. Una fatica. Ho chiamato subito l’editore di Costruzioni con l’ego.
“Cosa ne pensi se analizzo un altro testo di Annalisa?”
“Ancora?”
“Eh”
“Non lo so, fai quello che vuoi. Sto camminando sui carboni ardenti”
“Come?”
“Ahhhhhh!”
E così, come uno speleologo, ho iniziato a esplorare il mondo di Annalisa. Intanto, una precisazione: Annalisa non è palindromo: infatti, letto al contrario, è Asilanna, che nell’antico dialetto svizzero latino significa Annalisa.
Mi son detto, se vuoi capire i suoi testi, devi immedesimarti in lei. Anzi, devi essere lei. Ci ho provato, ma i fan non mi davano tregua, i vicini si lamentavano, così ho lasciato perdere e ho affrontato gli ostici versi con tanto coraggio e solida esperienza.
Annalisa che, secondo la cartomante che mi legge le carte tutti i venerdì sera a Brera, nella vita precedente era una vocale non accentata, cerca di sfatare subito un luogo comune, quello che gli uomini non piangano mai.
Tuttavia, il suo tentativo di femminilizzare il sesso maschile non è altro che una bieca strategia studiata a tavolino per attirarsi le simpatie della generazione z. Io, personalmente, non ho mai visto un uomo piangere nella mia vita e l’unico che ci si è avvicinato è stato mio padre una sera di tanti, tanti anni fa, quando dopo essere uscito dal bagno mise inavvertitamente il piede sopra a una decina di pezzi di lego. Non pianse, ma sono sicuro di avergli visto una mezza lacrima penzolargli dalla palpebra.
L’Homo plorans, così come lo vorrebbe la cantante, ha i tratti distintivi dell’archetipo junghiano. Assomiglia all’Anima, ma se ne distingue per la dieta ricca di carboidrati.
L’Homo plorans piange perché piange. Infatti, vorrebbe tanto essere come il Marlboro man, selvaggio, virile, sempre con la sigaretta in bocca, ma da quando ha scoperto che il fumo provoca il cancro, e l’alcol provoca il cancro, e la carne rossa provoca il cancro, e il cibo ultraprocessato provoca il cancro, e lo zucchero provoca il cancro, e lo stress provoca il cancro, ecco, da quando l’ha scoperto, l’Homo plorans ha iniziato a piangere, e quando pensa al fatto che sta piangendo, piange ancora più forte, come un cane che si mangia la coda ma poi scopre che la coda è quello del pitbull dietro di lui e allora capisce di essere a una svolta importante della sua vita.
Ma l’uomo piangente, se non è un salice, non lo vuole nessuno, perciò l’autrice ci porta in un altro mondo maschile, quello delle camicie. Quelle su misura? Con le cifre? Il colletto alto o alla francese? Cotone, Oxford, lino? Normale o slim fit?
Non ci è dato sapere perché sapere è potere e in questo caso l’autrice si trasforma in domina(u)trice e si infila dentro la camicia del maschio. La domanda è, con il maschio dentro? Perché in questo caso il maschio avrebbe sì una ragione per versare lacrime copiose, lacrime che cadrebbero su una camicia che, se fosse stata fatta su misura, con dei buoni tessuti, adesso verrebbe sformata solo per la smania di successo di una cantante che cerca ispirazione per il suo prossimo pezzo.
Pervertita? Non è la prima parola che dovrebbe uscirgli dalla bocca. A meno che non entriamo nel campo del feticismo e allora è tutta un’altra storia, ma non ho voglia di raccontarla oggi.
Se fossi un maschio ricorda tanto il S’i’ fosse foco del Cecco Angiolieri e in effetti Adalmario D’Amario, un filologo prodigio laureatosi a dodici anni senza ancora sapere leggere né scrivere, in un articolo per il Corriere della serra, un giornale specialistico per aziende agricole e orticoltori, ha scritto che molte sono le similitudini tra Cecco e Annalisa, e che tuttavia questo non aiuta a ottenere pomodori più rossi e succosi.
Siccome al giorno d’oggi si vende di tutto, persino la pizza con l’ananas, si capisce come ci si possa vendere anche in quanto maschio. Tuttavia, ci chiediamo: ma come ci si vende in quanto maschio? Al chilo? All’etto? E a quanto?
Vendersi per zero, come vorrebbe l’autrice, è una mossa economicamente azzardata e matematicamente fallimentare, perché bisogna ricordarsi che tutto quello che viene moltiplicato per zero dà come risultato zero. Be’, quasi tutto.
Non è possibile non notare il richiamo alla canzone del grande Renato Zero, Mi vendo. In questo caso, però, lo Zero non si vende in quanto maschio, ma si vende in quanto Zero e può farlo essendo l’unica persona al mondo per cui il proprio Zero vale molto più di zero, alla faccia dell’algebra, dell’aritmetica e della mia maestra delle elementari che, quando il Bestetti disse che tre per zero faceva tre, ebbe un mancamento e dovettero tenerla a casa per un paio di settimane.
Tuttavia, l’autrice non sembra avere solo problemi con la realtà economica del quotidiano, il che non ci stupisce, essendo gli artisti gente che non ha idea di quanto costi un litro di latte. Confesso, non lo so neanche io, ma solo perché il latte non riesco più a digerirlo bene e ho dovuto sostituirlo con lo yogurt al naturale.
Annalisa sembra essere invischiata tra realtà e finzione, non riuscendo più a distinguere cosa sia una e cosa sia l’altra. L’Adalmario D’Amario, in un articolo per il Corriere della cera, un giornale letto principlamente dalle statue dei musei di Londra, Parigi e Roma, ha scritto che per finta e davvero è una contraddizione irrisolvibile e che non serve a risolvere il problema principale delle staue di cera, la deambulazione.
Nonostante l’Adalmario D’Amario sia sempre sagace, questa volta non l’ho trovato particolarmente utile. Io la vedo così: è ovvio che siamo davanti a un paradosso. Non mi vendo per finta o per davvero, ma mi vendo per finta e per davvero. Potremmo ancora accettare il davvero per finta, ma il verso ermetico serve all’autrice per dipanare il velo di Maya e mostrarci una realtà priva di senso, soprattutto ascoltando le sue canzoni.
In un orizzonte privo di senso e di filtri per poterlo postare su Instagram, essere maschio o essere un escherichia coli non fa nessuna differenza, tranne che il maschio, alla fine della fiera, le tasse le deve pagare lo stesso.
Capolavoro.