L’Etchihuahua

Io amo i cani. Li ho sempre amati, fin da quando ero piccolo. Quando vedevo un cane, rimanevo estasiato. Lo fissavo, come un innamorato. Lo volevo toccare, accarezzare, coccolare. Non importava se era bello, brutto, grande o piccolo, bastardo o di razza, laureato o analfabeta. Io volevo un cane.

Tutti i giorni andavo dai miei genitori e li imploravo di comprarmene uno, ma la risposta era sempre la stessa: “Un cane è un sacco di lavoro. Chi lo porta fuori la mattina all’alba, tu? E poi non abbiamo un giardino, tenere un cane rinchiuso in un appartamento è da egoisti”.

Quando compii otto anni, mi regalarono un gatto, Paride. Per essere un gatto, Paride era anche piuttosto affettuoso. Pigro, però. Non amava muoversi molto e, dopo che i miei lo fecero castrare, continuò a ingrassare fino a quando non fu nemmeno più in grado di salire sul divano.

Visse con noi quasi vent’anni e, anche se la sua morte fu un grande dolore per me, non ci fu un solo istante in tutti quegli anni in cui non avessi smesso di desiderare un cane. 

Adesso di anni ne ho trenta e il mio coinquilino, Gianni, ha un cane. Uno molto piccolo, di una razza di cui non avevo mai sentito parlare, l’Etchihuahua. Mi ha detto che al mondo ne esistono solo duecento esemplari.

L’unico allevamento esistente si trova in un paesino sperduto nel Michoacán de Ocampo, in Messico. Atterrato a Città del Messico, era stato scortato da due persone che lo avevano fatto salire su una macchina e gli avevano infilato un cappuccio nera sulla testa. Solo una volta arrivato all’allevamento aveva potuto liberarsi del cappuccio. 

Gli Etchihuahua sono dei cani dolcissimi, leali e ubbidienti. Hanno però un grosso difetto: sono molto freddolosi e rimangono raffreddati gran parte dell’anno.

E quindi eccomi qui, in questa casa di novanta metri quadrati, a convivere insieme a Gianni, studente fuori corso di ingegneria, e Ghiacciolo, il suo cane costipato. Ghiacciolo ha due anni ed è raffreddato da sei mesi. Uno starnuto unico dalla mattina alla sera.

La signora Emma, la nostra vicina di casa, è molto stupita del fatto che non abbia mai sentito Ghiacciolo abbaiare. Ne tesse le lodi, e quanto è bravo, e quanto è educato, ma la realtà è che Ghacciolo non abbaia perché non ne ha il tempo. La sua vita è occupata dagli starnuti.

Tra l’altro la signora Emma, che compirà settantotto anni il prossimo giugno, è davvero una persona particolare. Crede di essere la reincarnazione di se stessa e quando le ho detto come sia possibile, mi ha risposto che nella vita precedente era sempre Emma Cavillo e che avere la possibilità di reincarnarsi in se stessi è davvero un’opportunità rara. Ma questa è un’altra storia. 

Non conto più le volte che mi sveglio la notte e lo sento che starnutisce, anche nel sonno, e mi viene un nervoso che non riesco più a chiudere occhio.

A causa di Ghiacciolo anche io e Gianni siamo sempre raffreddati. Capita di sederci sul divano per vedere un po’ di TV, e via, iniziamo con gli starnuti e ne facciamo così tanti che dobbiamo alzare il volume della televisione al massimo. Solo che quando alziamo il volume, la signora Marina inizia a percuotere il soffitto con la scopa, e allora noi dobbiamo abbassare il volume, ma con il volume più basso non sentiamo più niente, e allora ognuno se ne va in camera sua dove continua a starnutire.

L’ho detto a Gianni. Eravamo a tavola, pizza e birra. Ghiacciolo era seduto vicino a me e a un certo punto ha starnutito, ma più che uno starnuto sembrava una vera e propria esplosione, uno tsunami virale, una tempesta portatrice di muco che si è riversata sul pezzo di pizza che stavo per addentare.

Ho perso il controllo. Ho preso la pizza e l’ho scaraventata in testa a Ghiacciolo, poi ho iniziato a riversare su Gianni tutta la mia frustrazione di mesi. Gli ho fatto capire che, così, la situazione non era più sostenibile. O me o il cane.

Gianni ha scelto il cane e mi ha sbattuto fuori a calci nel culo. Sono tornato a vivere con i miei e mi sono portato a casa un gattino che ho trovato nel bidone dell’immondizia. Niente raffreddori, niente starnuti. Scoreggia, ma in tranquillità. Letale e silenzioso. L’ho chiamato Puzzola.