“Una cosa che conoscono tutti, ma che in pochi padroneggiano davvero. Fischiare”. Così il professore Rosaria Professore ha incominciato la sua lectio magistralis, From fischio to fisco, tre ore in cui, partendo dall’origine storica e dal ruolo nello sviluppo della civiltà del fischio, il professore ne ha dimostrato l’indissolubile legame con la gestione delle entrate, pubbliche o private che si voglia.
Qualcuno in sala le ha fatto notare che, in quanto donna, sarebbe meglio si presentasse come professoressa e non come professore, al che la Professore, che alle mie orecchie suona un pelo sgrammaticato, ha replicato che, in quanto Professore, non può essere professoressa.
Kurt Gödel avrebbe apprezzato, soprattutto durante il periodo di delirio paranoico.
Il fischio è vecchio almeno come l’umanità. Una dichiarazione che ha sorpreso i presenti e in particolare il sottoscritto, convinto come ero che fosse il particolare modo in cui mio padre cercava di richiamarmi a casa prima di venirmi a recuperare a calci nel culo.
Invece, fischiare è una delle prime forme non verbali di comunicazione insieme al dito medio e all’alzata di sopracciglio. I linguisti si sono chiesti, fischiare è innato o appreso? Prima, però, un passo indietro.
Nella teologia medioevale si è cercato di dimostrare in modo razionale l’esistenza di Dio. Sant’Anselmo d’Aosta scrive che Dio è la cosa più perfetta che esista e che possa essere pensata, se si tralasciano alcune pin up dotate di minne atomiche. Se Dio è perfetto, allora deve anche esistere. L’idea di Dio implica la sua esistenza. È la provo ontologica.
San Tommaso, invece, usa la prova cosmologica, che parte dall’osservazione del mondo e della sua struttura per arrivare a dimostrare l’esistenza di una causa prima e ultima, il primo motore immobile che il filosofo identifica con Dio, mentre altri con mia madre, a cui non è stato ancora spiegato che in autostrada è possibile superare i trenta chilometri orari. Anche per San Tommaso Dio è un essere necessario, eterno e perfetto.
Per Santo Marangon, noto frequentatore delle notti vicentine, in un libro il cui titolo non pubblichiamo per evitare pesanti sanzioni pecuniarie, se Dio non esistesse, i veneti non potrebbero bestemmiare. Ma i veneti con le loro bestemmie esistono e perciò Dio esiste ed è perfetto in quanto solo l’essere più perfetto può essere insultato così tanto senza avere la possibilità di controbattere.
Ma Dio sa fischiare? Se sapesse fischiare, lo avrebbe fatto certamente dopo che aveva creato Eva da una costola di Adamo. Adesso lo chiamano cat calling, ma ai tempi, con tutte quegli ominidi pulciosi e pelosi, una come Eva si faceva notare. Nella Torah, però, non c’è traccia di alcun fischio. Da ciò ne deduciamo che Dio non sapesse fischiare. Può un essere perfetto non essere in grado di fischiare?
Questo è il motivo per cui Dio, conoscendo i suoi limiti, che sono illimitati, decise di dare all’uomo il dono del fischio. Dono che l’uomo ci mise un po’ a perfezionare. Quindi, fischiare è innato. Almeno secondo i linguisti creazionisti, le cui tesi negli ultimi anni si sono indebolite non essendo ancora riusciti a spiegare il ruolo dello svizzero tedesco all’interno dell’Universo conosciuto.
Calogero Goldberg, famoso per aver applicato la teoria evoluzionistica alla Playstation 5 Pro e aver dimostrato come la Playstation originaria non fosse ancora dotata di pollice opponibile, ha fatto una scoperta sorprendente: mentre pisciava sopra una discarica abusiva nel napoletano, ha notato qualcosa nascosto sotto cumuli di Buondì Motta.
Si è messo a scavare ed è riuscito a recuperare la figurina di Olivier Giroud che gli serviva per completare l’album Panini degli Europei 2022. Ed è stato lì che la sua attenzione si è spostata su qualcosa che brillava sotto un ammasso di civette che facevano timore alla figlia del dottore. Era una figurina di Olivier Giroud ma con i baffi.
Poi ha notato qualcosa sotto a una distesa di pizze margherite. Si è messo a scavare e ha scovato un bunker nel quale si nascondeva Peppino ‘u strunz, un pericoloso latitante che si era dato alla macchia dal 2005, anno in cui era entrato in una pizzeria di Napoli con una bottiglia di ketchup in mano con la quale aveva profanato tutte le pizze in consegna, rischiando il linciaggio sul posto.
Peppino ‘u strunz non è sembrato molto contento della vista inaspettata, ha schiacciato senza pietà al povero Goldberg il mignolino e si è dato nuovamente alla macchia. Calogero Goldberg, grazie a un corso di mindfulness che lo ha aiutato a camminare sui carboni ardenti senza concentrarsi troppo sui piedi liquefatti, è riuscito a superare il momento e ha continuato a scavare.
Ha scavato talmente tanto che è sbucato fuori in piazzetta Brera a Milano. Lì è stato tirato dentro a un bistrot ma, dopo aver visto i prezzi sul menu, è scappato a gambe levate. Correndo, è inciampato sopra un mucchio di coperte.
Si è messo a scavare pensando di far riemergere un senzatetto ma ha ritrovato Carmelo O’zozzo, che aveva allestito una bisca clandestina frequentata da giovani rampolli della Milano bene. Ha messo sul banco cinque euro e cinquanta e il bracciale d’oro ricevuto alla comunione e ha lasciato la bisca con centosessanta euro e novantanove centesimi.
Con quei soldi si è preso un biglietto in business su un Frecciarossa per Napoli. Lì ha conosciuto Rosalba, una promotrice finanziaria che gli ha promesso una rendita del trenta per cento al mese su un investimento di diecimila euro. Calogero Goldberg ha accolto la proposta con entusiasmo, ma è riuscito a dare alla professionista solo quindici euro e novantanove, che erano gli ultimi soldi che aveva in tasca.
La professionista, in quanto professionista, ha accettato la somma senza battere ciglio e poi è sparita nel nulla. Calogero Goldberg non se l’è presa perché ha fatto un corso di mindfulness che gli ha insegnato a gestire le emozioni negative e a trasformarle in pupazzetti con le sembianze di Lupo de Lupis, il lupo tanto buonino.
Arrivato a Napoli, Calogero Goldberg si è diretto subito verso casa, ma al primo angolo ha incontrato Raffaele Emmenthal, O’svizzero, uno che già a dieci anni era capace di scassinare un frigorifero munito solo di un coltellino svizzero. Si mettono a parlare del più e del meno, fino a quando l’Emmenthal dice che se Mozart fosse vissuto a Napoli adesso, avrebbe composto canzoni melodiche napoletane.
L’affermazione viene contestata dal Goldberg, che epiteta l’Emmenthal con degli ingiuri in svizzero tedesco che molti però scambiano per dialetto napoletano. I due stanno per mettersi le mani addosso quando il cellulare di Calogero Goldberg si mette a suonare.
“Pronto?”
“Calogero? Sono Raffaele, O’svizzero”
Calogero fissa O’svizzero, che è al telefono. Gli dà un colpetto sulla spalla.
“Un secondo”. Copre il microfono del telefono. “Che c’è? Non vedi che sono al telefono?”
Calogero Goldberg pensa che O’svizzero si è mangiato troppi babà farciti alla raclette. Lo lascia parlare a ruota libera e se ne va a casa. Si fa na tazzulella ‘e cafè e se ne va a dormire.
Prima di coricarsi, guarda sotto il letto. È la prima volta che lo fa in vita sua, ma sa che deve farlo. C’è qualcuno. Tira ed esce Peppino ‘u strunz. Non sembra molto contento di essere disturbato e schiaccia senza pietà il mignolo del piede di Calogero Goldberg. Calogero, grazie a un corso di mindfulness che lo ha aiutato a superare il trauma degli spaghetti alle vongole con il parmigiano sopra serviti in una tavola calda di Monaco di Baviera, sopporta il dolore con stoico coraggio.
Continua a guardare sotto il letto. Tira fuori tre Rolex, una bici senza ruote, Pulcinella, delle schedine del Superenalotto e la dentiera che sua nonna Carmela cerca dal 2012. Poi, la scoperta che lo renderà famoso, almeno per un giorno.
Un cranio, ben conservato.
Assomiglia a suo zio Carmelo, se gli aggiungi trenta chili di adipe che gli ricoprono la mascella. Il giorno dopo lo porta a un antropologo forense che stabilisce la data della morte, 22 luglio del 280.000 avanti Cristo, a causa di una indigestione di caramelle gommose.
Il teschio giunge nelle mani di numerosi antropologi, che non riescono però a mettersi d’accordo tra di loro. Per alcuni, a giudicare dalle fattezze del teschio, si tratta di un uomo di medie fattezze, canotta, cappellino di Gucci tarocco e borsello, l’Homo maranzus.
Altri ritengono di trovarsi di fronte a un esemplare mal conservato di T-rex dopo che si è scontrato con un treno ad alta velocità.
Un terzo gruppo, appartenente alla corrente degli antropologi ermeneutici, è sicuro che il teschio non sia un teschio, ma la rappresentazione della condizione dell’uomo dopo dieci anni di matrimonio.
Calogero Goldberg, uno che avrebbe potuto compiere grandi cose nella vita se solo avesse imparato a utilizzare in modo corretto il congiuntivo, incomincia a dubitare delle capacità cognitive del gruppo di studiosi. Si riappropria del teschio.
Dopo una notte passata a fissarlo nelle orbite, l’eureka: una teoria che lo renderà famoso tra i fischiatori di professione. Lo battezza Homo sibilans.
Per il Goldberg, l’homo sibilans è un lontano parente dell’homo sapiens, forse uno zio, ma non quello con i soldi. Grazie alla sua dentatura, priva dei quattro incisivi superiori, poteva, oltre ad andarsene in giro con un ghiacciolo infilato in bocca, emettere dei fischi in grado di rompere il muro del suono, i timpani e gli zebedei di gran parte dei vicini.
L’homo sibilans comunicava solo fischiando. Un fischio lungo, significava fischio corto, mentre un fischio corto, un fischio lungo. Un linguaggio semplice, basico, primitivo, dal retrogusto speziato, che portò all’estinzione dell’homo sibilans. Grazie a Calogero Goldberg, ne sappiamo un po’ di più sull’invenzione del fischiare.
L’homo sapiens, dotato di un cervello più fino, anche se a conoscere i miei amici ci sarebbe da discuterne, ha saputo utilizzare al meglio l’arte del fischiare.
Il Cerettini, direttore scientifico della prestigiosa rivista Fischiemia, che da anni porta avanti una campagna per far conoscere agli italiani l’associazione tra fischio e ischemia, sostiene di conoscere almeno una decina di modi in cui l’homo sapiens, fischiando, ha stabilito una cesura con il mondo animale, ma al momento non gliene viene in mente neanche uno.
La Battaglini, filosofa evoluzionista, ritiene che il fischio abbia dato all’ homo sapiens un indiscutibile vantaggio evolutivo. Non sapendo volare, però, ci chiediamo quale sia il vantaggio evolutivo dell’homo sapiens rispetto all’allocco.
Carlo Maria Luperini, fine musicologo che ha dimostrato che una nota non può essere suonata al contrario e che il si in realtà dovrebbe essere il la, ha scritto un pamphlet di duemila pagine in cui sostiene che senza apprendimento dell’arte del fischiare non avremmo mai avuto Bach, Mozart, Beethoven e l’Uselin de la comare.
Il fischio, secondo il Luperini, è passato dall’essere un semplice mezzo per esclamare il proprio apprezzamento al passaggio di poppute signorine a un vero e proprio strumento musicale che ha contribuito a sviluppare una parte del cervello che in genere viene dedicata alla lettura della Gazzetta dello sport.
Tancredi Maria Luperini, fratello del Carlo e sorella dell’Aldo, smonta questa tesi e ne propone un’altra: il primo fischio che si è sentito su questa Terra è stato quello di un arbitro migliaia di anni fa, durante la partita AlbinoLeffe vs Pro Vercelli.
Il problema è che il gioco del calcio non era ancora stato inventato e pare che nessuno avesse avvisato l’arbitro, per tutti i novanta minuti oggetto di attenzione degli ultras di entrambe le squadre, che avevano cercato di lapidarlo. D’altronde, a quei tempi la gente non è che andasse molto per il sottile. Allo scadere del tempo regolare, l’arbitro, per togliersi dagli zebedei, si era infilato quattro dita in bocca e aveva fatto partire un fischio che aveva zittito tutto lo stadio.
Da lì, il fischio si sarebbe diffuso più veloce del covid, per il quale almeno c’è un vaccino da cui ci si può difendere.
In tutta questa storia sul fischio non si può tralasciare Gigi Mueller, un tedesco dai baffi spioventi che nel giugno del 1989 ha fischiato l’opera omnia di Wagner mentre era seduto in bagno a leggere un articolo del Der Spiegel. Quindici ore di virtuosismo senza sbagliare nemmeno una nota.
Alla fine dell’esibizione, Gigi Mueller si è infilato un paio di ali ed è volato fino allo zoo di Zurigo, dove vive tutt’ora di espedienti in mezzo alla comunità dei pinguini.