Il termotifone

Nell’Oceano Semipacifico, tra il mare del Giappone e il lattaio dietro casa mia, c’è una piccola città che sorge sopra un’isola chiamata Isola. Anche la città si chiama Isola e i suoi abitanti sono conosciuti come gli Isolani.

Gli abitanti dell’isola sono chiamati Isolani, ma poiché la città si estende su tutta l’isola, non c’è differenza tra Isolani e Isolani. Gli abitanti di Isola sono ventiquattro, ventidue durante l’alta marea. Hanno nomi stravaganti, come Onip, Igig e Rullocompressore, e vivono di pesca.

A Isola, infatti, c’è un enorme pesco e gli abitanti se ne stanno lì seduti, in attesa che succeda qualcosa. Si narra che, secoli addietro, un Isolano stesse riposando all’ombra del pesco quando un frutto si staccò, colpendolo in testa.

La teoria della gravità avrebbe potuto nascere allora, ma l’unica gravità che ne uscì fu quella dell’impatto che alterò le capacità cerebrali dell’Isolano, che da allora non riuscì più a pronunciare supercalifragilistichespiralidoso.

I suoi discendenti hanno mantenuto un quoziente intellettivo modesto ed è per questa ragione che se ne stanno pazienti ad attendere che cada una pesca invece di allungare il braccio e prenderla.

Sull’Isola ci sono due famiglie, i Mhh e i Phh. Non scorre buon sangue tra di loro e, quando si incontrano, non è raro che si colpiscano in testa con delle ururu, che sono delle uova di piccione cagatore, una specie piuttosto diffusa sulle coste di Isola.

Fosse tutto qui, non ci sarebbe poi molto da raccontare. In realtà gli Isolani sono famosi in tutto il mondo perché, durante il periodo invernale, non ricorrono al riscaldamento domestico, che non è amico dell’ambiente e secca i capelli, ma utilizzano gli elementi naturali per portare al punto giusto la temperatura del focolare domestico.

Durante l’estate, infatti, l’isola è soggetta ai termotifoni, uragani di inaudita potenza che provocano onde di venti metri e trombe di aria calda.

Le trombe di aria calda vengono risucchiate dentro la pancia di Gianpietro il panciuto, un totem che svetta dall’alto della collina più alta di Isola e che gli Isolani temono e venerano come se fosse un dio, un essere piovuto dal cielo, uno spirito protettore ma vendicativo.

Gianpietro il panciuto non è in realtà un dio ma un panettiere di Barletta che si stava godendo una crociera da quelle parti fino a quando la nave salpò, lasciandolo a mollo nel mare.

Il naufrago percorse a nuoto i venti metri che lo separavano dall’isola di Isola e cercò rifugio nel punto più alto della collina (non si capisce il perché, visto che avrebbe potuto sedersi in uno dei caffè della piccola città di Isola e da lì telefonare alla nave da crociera per farsi venire a prendere).

Quando vide un Isolano venirgli incontro, se ne stette immobile, come quegli artisti da strada che pretendono di essere delle statue.

Sono passati tre anni e Gianpietro non ha ancora fatto un movimento, almeno non in presenza di altri, a parte quando ingurgita le trombe d’aria e le ributta poi fuori, donando così il riscaldamento a tutti gli isolani.

Non si può considerarla una vita eccitante, ma Gianpietro ha trovato in tutto ciò il senso profondo delle cose, l’amore del donare, lo spirito di generosità, e, tranne quando gli caga in testa l’uccello cagatore, è un uomo felice.

Abbastanza felice. 

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